Conidi Ridola: "Pasquale Bonavota assolto: come la mettiamo coi collaboratori di giustizia?"

Share on Facebook
Share on Twitter
Share on whatsapp
images Conidi Ridola: "Pasquale Bonavota assolto: come la mettiamo coi collaboratori di giustizia?"


  27 settembre 2026 10:53

di MARIA CLAUDIA CONIDI RIDOLA* 

L'intervista di Giulio Golia a Pasquale Bonavota, trasmessa da Le Iene, racconta una vicenda giudiziaria che inevitabilmente fa riflettere. Bonavota, indicato per anni come boss della 'ndrangheta e considerato a lungo un latitante di massima pericolosità, racconta la propria storia dopo nove processi conclusi con assoluzioni, nonostante – secondo quanto riferito nel servizio – diciassette collaboratori di giustizia lo abbiano chiamato in causa. È un'intervista che non può lasciare indifferenti. Ma non credo debba essere letta come un attacco ai collaboratori di giustizia e, tanto meno, alle Iene.
Del resto, la stessa trasmissione ha raccontato in altre occasioni il volto opposto della lotta alla mafia. Nel servizio dedicato al Capitano Ultimo, Giulio Golia ha ricostruito la cattura di Totò Riina e lo stesso De Caprio ha ricordato che, accanto al meticoloso lavoro investigativo, ci fu anche l'aiuto di alcuni pentiti di mafia.

Ed è proprio questa apparente contraddizione che dovrebbe interessarci.Perché davanti alla storia di Bonavota la domanda che può nascere spontanea è: se tanti collaboratori accusano e il processo assolve, a cosa servono i pentiti?La risposta, però, non può essere quella di cancellare l'istituto.
Il collaboratore non è una sentenza. È una fonte di prova. Le sue dichiarazioni devono essere verificate, confrontate, riscontrate. Se il giudice assolve, significa che quelle accuse non hanno raggiunto, nel processo, la forza necessaria per una condanna.Ed è una garanzia che dobbiamo difendere. Ma dobbiamo difendere anche l'altra faccia della medaglia. Perché esistono processi di mafia nei quali proprio le dichiarazioni dei collaboratori hanno permesso di ricostruire rapporti, fatti e responsabilità che altrimenti sarebbero rimasti nascosti. Negarlo sarebbe altrettanto semplicistico.
Il problema, dunque, non sono i pentiti. È il modo in cui lo Stato utilizza le loro dichiarazioni.
Non si può credere a un collaboratore perché è un collaboratore. Ma non si può neppure sostenere che, siccome alcune accuse non hanno retto al vaglio del processo, l'intero istituto sia diventato inutile.

E tuttavia una domanda più grande resta. Lo Stato crede ancora davvero nella collaborazione di giustizia?Perché chi conosce da vicino questo mondo avverte da tempo una crescente diffidenza nei confronti di questo strumento. Non soltanto sul piano processuale, ma anche sul piano della protezione, del sostegno economico e del reinserimento dei collaboratori.E qui la questione diventa ancora più delicata. Perché la collaborazione ha un costo. E se il numero dei collaboratori è cresciuto nel tempo, è inevitabile che anche la sostenibilità economica del sistema diventi una questione politica e amministrativa. Non possiamo però trasformare questa considerazione in una certezza: non ci sono elementi sufficienti per affermare che le scelte restrittive nei confronti dei collaboratori siano determinate esclusivamente da ragioni economiche.Possiamo però porci la domanda.Quanto è ancora disposto lo Stato a investire in questo strumento? Perché se lo Stato crede nella collaborazione, deve pretendere dai collaboratori dichiarazioni rigorosamente verificabili, ma deve anche garantire che chi rompe con un'organizzazione criminale non venga lasciato solo.

Se invece l'istituto viene progressivamente ridimensionato, bisogna avere il coraggio di dirlo e, soprattutto, spiegare quale strumento dovrebbe sostituirlo.L'intervista a Bonavota, allora, non dimostra che i pentiti non servono.Dimostra qualcosa di molto più importante: che il pentito non può mai sostituire il processo. Ma attenzione all'errore opposto. In una realtà criminale nella quale il silenzio e l'omertà sono spesso la prima forma di protezione dell'organizzazione, rinunciare alla collaborazione senza avere un'alternativa significherebbe rinunciare a uno degli strumenti che lo Stato ha costruito per rompere quel silenzio. E allora la domanda non è se dobbiamo credere ai pentiti.
La domanda è un'altra: lo Stato è ancora convinto che la collaborazione di giustizia sia uno strumento del quale non può fare a meno? Forse è questa la riflessione più utile che, al di là della singola vicenda di Pasquale Bonavota, dovrebbe lasciarci un'intervista come quella di Giulio Golia.

*Avvocato