Crotone, il cancro e ciò che ancora non misuriamo

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  09 settembre 2026 11:57

Un paziente morto di colangiocarcinoma, una vita trascorsa nel territorio del SIN e analisi tossicologiche che aprono una domanda: perché l’oncologia continua a studiare il tumore senza ricostruire sistematicamente anche l’esposoma del paziente?

  Un uomo cresce a Crotone. Qui trascorre l’infanzia, qui lavora da adulto, qui vive una parte determinante della propria esistenza. Poi arriva il cancro. Un colangiocarcinoma metastatico, fino alla morte.

Potrebbe essere la conclusione di una storia oncologica come molte altre. Ma gli approfondimenti tossicologici eseguiti sul paziente hanno evidenziato la presenza di analiti tossici nelle matrici biologiche esaminate. E allora la domanda cambia. Non più soltanto: quale tumore aveva quest’uomo?

Ma anche: che cosa aveva incontrato il suo organismo nei decenni precedenti la malattia?

È da questa domanda che l’oncologo Pasquale Montilla propone di partire per applicare al territorio di Crotone una prospettiva diversa: quella dell’esposomica, la disciplina che studia l’insieme delle esposizioni ambientali e individuali accumulate durante la vita e le loro possibili interazioni con la biologia umana. 

UN TERRITORIO CHE NON È UNA PAGINA BIANCA

Crotone non è un luogo qualsiasi sul quale formulare questa domanda.

Il territorio fa parte del Sito di Interesse Nazionale Crotone-Cassano-Cerchiara, individuato ai fini della bonifica. La documentazione istituzionale descrive un’area segnata dalla presenza di storici insediamenti industriali dismessi e da superfici terrestri e marine interessate dalle procedure di caratterizzazione, messa in sicurezza e bonifica. Nel 2026 anche il Consiglio regionale della Calabria ha affrontato formalmente il tema della sorveglianza sanitaria della popolazione residente nel SIN.

Il problema ambientale, dunque, non nasce oggi. La domanda nuova è un’altra: quanto di quella storia ambientale siamo capaci di cercare dentro la storia biologica delle singole persone?

MONTILLA: «DOBBIAMO STUDIARE CIÒ CHE ACCADE PRIMA DEL TUMORE»

È qui che la prospettiva proposta da Montilla cambia il punto di osservazione. L’oncologia contemporanea dispone di strumenti straordinari per caratterizzare il tumore: istologia, immunoistochimica, genomica, profilazione molecolare, biopsia liquida. Ma, secondo l’impostazione proposta dall’oncologo, manca ancora troppo spesso un passaggio: ricostruire sistematicamente l’esposoma del paziente oncologico.

Sangue. Urine. Tessuti. Storia professionale. Residenza. Durata delle esposizioni. Metalli e altri contaminanti. Alterazioni molecolari. Suscettibilità individuale. Non informazioni separate, ma parti della stessa biografia biologica. In questa impostazione, Montilla utilizza lo SFC – Slope Cancer Factor come strumento quantitativo per integrare dati tossicologici ed esposomici e costruire una stratificazione del rischio.

L’obiettivo dichiarato è trasformare una sequenza di risultati analitici in una mappa interpretabile delle esposizioni e delle loro possibili convergenze biologiche.

L’ONA E BONANNI: DALLA MALATTIA ALLA PREVENZIONE

Su questo terreno la proposta dell’oncologo incontra l’attività dell’ONA – Osservatorio Nazionale Amianto, presieduto dall’avvocato Ezio Bonanni, impegnato nella tutela delle persone esposte all’amianto e ad altri agenti cancerogeni.

È l’incontro di due prospettive. Montilla guarda dentro l’organismo. Bonanni richiama la necessità di proteggere l’organismo prima che si ammali.

Clinica e tutela ambientale finiscono così davanti alla stessa domanda: perché aspettare il tumore per cominciare a studiare l’esposizione?

SE LA RICERCA NON FA QUESTO, CHI LO FARÀ?

È probabilmente questa la domanda più scomoda. Per decenni abbiamo costruito registri per sapere quanti tumori compaiono in una popolazione. È indispensabile. Ma il registro fotografa prevalentemente ciò che è già accaduto. L’esposomica prova invece a spostare l’orologio indietro.

Esposizione → interazione biologica → danno molecolare → risposta adattativa → alterazione cellulare → trasformazione neoplastica.

È in questa traiettoria che Montilla individua quella che definisce “premalattia”: uno spazio biologico precedente alla manifestazione clinica del tumore nel quale cercare segnali di esposizione e modificazioni molecolari prima che la neoplasia diventi evidente.

Se questa ipotesi vuole diventare medicina, deve essere sottoposta alla ricerca.

Servono coorti prospettiche, gruppi di controllo, biomonitoraggio seriale, tossicologia analitica, genomica e tossicogenomica, analisi dei tessuti, correlazioni dose-risposta e follow-up nel tempo.

Crotone potrebbe diventare un laboratorio scientifico proprio per questo. Non un laboratorio sulle persone. Un laboratorio per proteggerle.

LA DOMANDA FINALE

Il paziente con colangiocarcinoma da cui siamo partiti non può più beneficiare di questa ricerca.

Ma il suo sangue, i suoi esami, la sua storia lavorativa e ambientale pongono una domanda che riguarda chi vive oggi e chi vivrà domani nello stesso territorio.

Quanti altri pazienti oncologici possiedono informazioni esposomiche che nessuno ha mai cercato?

Quanti contaminanti potrebbero essere identificati prima della malattia?

E soprattutto: quanto tempo vogliamo ancora aspettare prima di studiare sistematicamente la relazione tra ambiente, esposoma e cancro?

È la sfida che l’oncologo Pasquale Montilla e il presidente nazionale dell’ONA, avvocato Ezio Bonanni, intendono portare all’attenzione della ricerca e delle istituzioni.

Crotone non ha bisogno di nuove contrapposizioni tra allarmismo e rassicurazione.

Ha bisogno di qualcosa di molto più difficile da contestare:

Misurare. Studiare. Confrontare. Pubblicare.

Perché forse la prossima frontiera dell’oncologia non comincia quando compare il tumore.

Comincia prima.

Prima della diagnosi. Prima della malattia. Prima che sia troppo tardi.