
di MARILINA INTRIERI
In questi giorni a Crotone si moltiplicano attestazioni pubbliche di sostegno al Procuratore della Repubblica Domenico Guarascio. Uno striscione davanti al Palazzo di Giustizia proclama “Procuratore Guarascio, Crotone è con te” e altre manifestazioni esprimono stima e solidarietà nei suoi confronti.
Sentimenti legittimi nei confronti di un magistrato che ha maturato una lunga esperienza nel contrasto alla criminalità organizzata e che a Crotone sta svolgendo con determinazione il suo ruolo. Ma proprio per il rispetto dovuto alla magistratura credo sia necessario porre una questione diversa.
È opportuno trasferire nel campo della giurisdizione forme di mobilitazione dell’opinione pubblica che appartengono alla politica e al confronto sociale?
La vicenda dalla quale nascono queste manifestazioni non riguarda un attacco al Procuratore Guarascio né una contrapposizione tra chi combatte la criminalità e chi non lo fa. Riguarda invece una procedura istituzionale per il conferimento di un ufficio direttivo della magistratura.
Il Consiglio di Stato, con la sentenza del 4 giugno scorso, ha accolto il ricorso del magistrato Antonio Bruno Tridico e annullato la precedente delibera di nomina, disponendo che il CSM proceda a un nuovo giudizio comparativo. I giudici amministrativi hanno ritenuto che nella precedente valutazione non fosse stato adeguatamente considerato l’intero percorso professionale del ricorrente, anche in rapporto alla sua maggiore anzianità e alla pluralità delle esperienze maturate.
Non spetta dunque alla piazza stabilire chi abbia maggiori titoli.
E non spetta all’opinione pubblica anticipare, accompagnare o condizionare, anche soltanto simbolicamente, una valutazione che l’ordinamento affida al Consiglio Superiore della Magistratura, nel rispetto di quanto stabilito dal giudice amministrativo.
La partecipazione dei cittadini alla vita pubblica è un valore fondamentale. Ma esistono ambiti nei quali il sentimento popolare non può trasformarsi in criterio di decisione. La legalità vive della distinzione dei ruoli.
Le campagne di sostegno, gli appelli e le manifestazioni di piazza sono strumenti propri della dialettica politica e civile. Trasferirli sulle vicende professionali dei magistrati rischia di introdurre una logica impropria: quella del consenso.
Un magistrato, che è un alto funzionario dello Stato, non deve essere più o meno forte perché una città si schiera con lui. E un altro magistrato che esercita il diritto di ricorrere contro una decisione che ritiene illegittima non può per questo essere percepito come contrapposto alla comunità.
La giustizia non può diventare terreno di tifoserie.
La magistratura, del resto, è per sua natura impersonale. La toga che il magistrato indossa non è soltanto un simbolo: ricorda che, nell’esercizio della giurisdizione, ciò che deve emergere non è la persona, ma la funzione che essa esercita in nome dello Stato e nel rispetto della legge.
La giustizia non si identifica con questo o quel magistrato, per quanto autorevole, stimato o apprezzato possa essere. Si identifica con l’istituzione, con le sue regole, con le garanzie e con gli atti attraverso i quali quelle regole vengono applicate.
Per questo intorno ai magistrati non dovrebbero formarsi tifoserie, né favorevoli né contrarie. I magistrati non sono divi del cinema o personaggi pubblici la cui popolarità si misura attraverso gli applausi o la conta dei follower. La loro autorevolezza non dipende dal seguito personale, ma dall’indipendenza con cui esercitano la funzione e dalla qualità e credibilità dei loro atti.
Personalizzare eccessivamente la giustizia rischia, al contrario, di indebolirne proprio il carattere istituzionale: perché il consenso che oggi si manifesta come sostegno può domani trasformarsi, di fronte a una decisione non condivisa, in dissenso e pressione. E né l’uno né l’altra dovrebbero entrare nel luogo nel quale si esercita la giurisdizione.
Forse proprio Crotone dovrebbe ricordarlo più di altri territori.
Ho un ricordo personale che appartiene alla mia giovinezza e che, a distanza di tanti anni, conserva per me un significato profondo.
Mio suocero, Michele Filippelli, Procuratore della Repubblica, per oltre trent’anni alla Procura della Repubblica di Crotone, negli anni Settanta si trovò ad affrontare una delle stagioni più difficili della criminalità mafiosa crotonese. Dopo un grave fatto di sangue decise l’arresto del boss Vrenna e ne sostenne l’accusa nel processo che portò alla condanna all’ergastolo.
Ero giovanissima. La mia vicinanza così stretta a lui e la profonda ammirazione che nutrivo nei suoi confronti contribuirono a rafforzare ulteriormente in me il senso di legalità e il rispetto per la magistratura ai quali ero già stata educata nella mia famiglia.
Ricordo che, in quei frangenti, durante gli eccidi di mafia che si susseguivano i giornalisti cercavano di ottenere da lui dichiarazioni ma la sua risposta di alto magistrato era sempre la stessa:
“Non rilascio interviste. I magistrati parlano attraverso i loro atti.”
Il rapporto tra magistratura, informazione e società col tempo è cambiato, ma quel principio conserva una sua straordinaria attualità.
L’autorevolezza della magistratura non nasce dagli applausi e non viene meno per l’assenza degli applausi. Nasce dalla qualità degli atti, dal rispetto delle garanzie, dall’indipendenza, dall’imparzialità e dalla capacità delle istituzioni di applicare le regole anche quando le decisioni non coincidono con le aspettative dell’opinione pubblica.
Per questo credo che le manifestazioni di sostegno rivolte oggi al Procuratore Guarascio, pur animate da sentimenti di stima e dalla volontà di difendere l’azione dello Stato contro la criminalità, debbano indurci a una riflessione.
Difendere la magistratura significa prima di tutto difenderne l’indipendenza. Anche dal consenso.
Il CSM valuti nuovamente i candidati, come gli compete, sulla base dei titoli, delle esperienze professionali e dei criteri stabiliti dall’ordinamento e nel rispetto della pronuncia del Consiglio di Stato.
E la città eserciti il suo sentimento di legalità là dove il suo intervento è davvero insostituibile: nel rifiuto dell’omertà, nella denuncia dei reati, nel rispetto delle regole, nella collaborazione con le istituzioni.
È lì che una comunità dimostra concretamente di essere dalla parte della giustizia.
Non scegliendo i magistrati, ma creando ogni giorno le condizioni perché possano svolgere il loro lavoro senza pressioni, senza condizionamenti e senza tifoserie.
Segui La Nuova Calabria sui social

Testata giornalistica registrata presso il tribunale di Catanzaro n. 4 del Registro Stampa del 05/07/2019
Direttore responsabile: Enzo Cosentino
Direttore editoriale: Stefania Papaleo
Redazione centrale: Vico dell'Onda 5
88100 Catanzaro (CZ)
LaNuovaCalabria | P.Iva 03698240797
Service Provider Sirinfo Srl
Contattaci: redazione@lanuovacalabria.it
Tel. 3508267797