
Da Africo alla Camera dei deputati, passando per l’ingegneria e l’intelligenza artificiale. È il percorso di Francesco Custureri, giovane ingegnere calabrese e Junior Fellow del Centro Studi Dynames, intervenuto il 16 settembre alla Camera nell’ambito delle audizioni della Commissione Politiche dell’Unione europea sul Chips Act 2.0.
L’audizione si è svolta nell’ambito dell’esame, ai fini della verifica della conformità al principio di sussidiarietà, della proposta di regolamento europeo destinata a rafforzare l’ecosistema dei semiconduttori dell’Unione. Custureri ha partecipato con una rappresentanza di Dynames, portando nel confronto istituzionale anche le riflessioni sviluppate nel suo White Paper “Sovranità tecnologica: la nuova frontiera della democrazia europea”.
Un contributo che parte dai semiconduttori per arrivare a una questione più ampia: la capacità dell’Europa di sviluppare e mantenere competenze, infrastrutture e tecnologie strategiche dalle quali dipenderà una parte crescente della sua competitività.
Ma l’esperienza alla Camera offre anche l’occasione per riportare il discorso in Calabria: dalle origini di Custureri al rapporto tra giovani e territorio, fino alla difficoltà, vissuta dallo stesso ingegnere, di riportare nella propria regione le competenze professionali costruite altrove.
Partiamo da Africo. Quanto hanno contato le sue origini nel percorso che l’ha portato fino alla Camera dei deputati?
«Moltissimo. Sono cresciuto e mi sono formato in un paese ricco di valori e tradizioni. La comunità africese si è sempre distinta per senso di appartenenza e resilienza e credo che la stessa storia di Africo ne sia una testimonianza.»
C’è stato un momento preciso in cui ha iniziato a interessarsi non soltanto alla tecnologia, ma anche alle sue implicazioni economiche, sociali e istituzionali?
«Lavorando quotidianamente con l’intelligenza artificiale ho compreso che la tecnologia non può più essere considerata soltanto una questione tecnica. Le scelte tecnologiche producono conseguenze economiche, sociali e strategiche e credo sia importante che chi possiede competenze tecniche partecipi anche al dibattito pubblico.»
Il Chips Act 2.0 interviene direttamente sull’ecosistema europeo dei semiconduttori. Perché ritiene che questa partita sia così importante per il futuro dell’Europa?
«Perché i semiconduttori sono alla base di tecnologie essenziali, dall’intelligenza artificiale alle infrastrutture digitali. Rafforzare l’ecosistema europeo significa aumentare la nostra capacità industriale e tecnologica, riducendo le dipendenze strategiche senza confondere autonomia e isolamento.»
Nel suo contributo ha collegato il Chips Act 2.0 a un concetto più ampio, quello di sovranità tecnologica. Che cosa significa concretamente?
«Significa avere la capacità di scegliere. Un’Europa tecnologicamente sovrana non deve necessariamente produrre tutto al proprio interno, ma deve possedere competenze, infrastrutture e capacità industriali sufficienti per non dipendere in maniera critica da altri attori nelle tecnologie strategiche.»
Molti giovani calabresi altamente qualificati lavorano oggi per grandi aziende e amministrazioni lontano dalla propria regione. È una situazione che riguarda anche lei? Quali strumenti potrebbero davvero favorire il rientro?
«È una situazione che vivo personalmente. Nonostante il percorso professionale costruito negli ultimi anni e il desiderio di riavvicinarmi alla mia Calabria, ancora oggi non riesco a farlo senza mettere in discussione opportunità professionali importanti. Credo che questo dimostri come il problema non sia soltanto convincere i giovani a tornare, ma creare concretamente le condizioni perché possano farlo.
Per riportare un professionista in Calabria non dobbiamo necessariamente trasferire anche l’azienda o l’amministrazione per cui lavora. Una strada potrebbe essere la creazione di hub territoriali tecnologicamente attrezzati e sicuri, dai quali continuare a lavorare per organizzazioni con sede nelle grandi città vivendo però in Calabria.
A questo potrebbero affiancarsi politiche regionali capaci di incentivare questi modelli. Le esperienze di South Working sviluppate nel Mezzogiorno indicano una direzione interessante: il lavoro distribuito può diventare non soltanto un beneficio individuale, ma uno strumento di politica territoriale.
Ci sarebbe inoltre un beneficio per le grandi città, riducendo almeno in parte la pressione su abitazioni, mobilità e servizi. Per i territori di origine significherebbe invece recuperare reddito, consumi, competenze e relazioni professionali.
Partire può essere fondamentale per formarsi, crescere e confrontarsi con realtà differenti. Il problema nasce quando, anche dopo aver costruito competenze ed esperienza, tornare diventa professionalmente troppo costoso. Non dovremmo costringere una persona a scegliere tra la propria terra e la propria carriera.»
Che cosa direbbe oggi a un ragazzo di Africo, o di un altro piccolo centro calabrese, che considera certi percorsi professionali e istituzionali troppo lontani dalla propria realtà?
«Gli direi di non considerare mai il luogo da cui parte come un limite alle proprie ambizioni. Bisogna investire nella formazione, confrontarsi con realtà diverse e avere il coraggio di mettersi alla prova, senza dimenticare da dove si viene.»
Che cosa le è rimasto maggiormente impresso dell’esperienza alla Camera dei deputati?
«Probabilmente un momento molto semplice: quando gli addetti ai lavori mi hanno accompagnato verso la Commissione. Ricordo lo stupore nel vedermi così giovane. È stato forse quello il momento di maggiore emozione, perché ho percepito davvero dove mi trovavo e la responsabilità del contributo che ero stato chiamato a portare.»
L’esperienza alla Camera è stata condivisa con il Centro Studi Dynames, di cui Custureri è Junior Fellow e una cui rappresentanza lo ha accompagnato in occasione dell’audizione.
L’intervento è disponibile integralmente sulla WebTV ufficiale della Camera dei deputati, nella registrazione dell’audizione del 16 settembre 2026 dedicata al Chips Act 2.0.
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