Da Cosenza a Roma e ritorno, cronaca di ordinaria resistenza ferroviaria

Share on Facebook
Share on Twitter
Share on whatsapp
images Da Cosenza a Roma e ritorno, cronaca di ordinaria resistenza ferroviaria


  06 giugno 2026 21:19

di GIOVANNA BERGANTIN

Per andare a Roma in treno basta un biglietto. O almeno così dovrebbe essere. In Calabria, invece, il viaggio comincia molto prima. E per noi, in partenza da Cosenza verso Roma per celebrare gli ottant’anni del voto alle donne, convinte dei passi fatti, il viaggio comincia con la più ordinaria delle cronache di quotidianità.

Si parte dal biglietto Cosenza–Paola, acquistabile alle macchinette o in biglietteria, o all’ultimo minuto online. Sulla carta è semplice. Poi il dubbio. Quel treno, all’alba, ci sarà davvero? Per sicurezza si va in stazione a far tutto, biglietto e conferma degli orari. Ed è qui che il viaggio prende la sua forma reale. L’arrivo a Cosenza Centrale non rassicura. Parcheggi inesistenti, ingressi transennati, un silenzio irreale. La stazione è blindata, avvolta da nastri che sbarrano gli ingressi. La biglietteria è chiusa. L’orologio segna le 16.30, la macchina è in divieto e serve una soluzione. Mi ingegno e penso alla stazione successiva, Castiglione Cosentino. Qui va meglio: allo sportello sistemano le tratte domestiche, andata alle 6:13 e ritorno alle 21:52. Mi informano che il Frecciarossa di ritorno arriverà a Paola alle 21:43. Se ritarda, c’è il treno delle 23:06. L’ultimo senza appello.

d7bae7be-66fb-48a5-82c6-74be40120cfe_whatsapp-image-2026-06-06-at-21.14.39.webp

 

Verso Nord il ritardo è quello di sempre, ma il ritorno ricorda i viaggi ottocenteschi verso il Sud. Il Frecciarossa 8519 delle 18.20 da Roma, sold out, parte in orario. Poi l’allerta: altoparlanti, messaggi e desk comunicano un percorso “alternativo” e sessanta minuti di ritardo. Entra in scena l’assistenza al cliente. I passeggeri con coincidenze si agitano: “Prenderete le successive”, rispondono. “Tranquille, stiamo rilevando il numero dei passeggeri diretti a Cosenza.” Intanto il ritardo cresce inesorabilmente mentre il treno scende verso Sud. I servizi igienici sono chiusi o impraticabili. Scatta il servizio sopravvivenza: minisnack e miniacqua. Il ritardo aumenta e i capotreno che si susseguono rassicurano: “C’è l’équipe di assistenza che provvederà”.

A Paola, pronte a lanciarci giù come atlete con valigia, intercettiamo l’ultimo uomo in divisa FS. Siamo oltre le 23:06 e temiamo di non farcela. Chiedo senza polemica: «Mi sa dire a che binario arriviamo e da dove parte il treno per Cosenza?» Risponde tranquillo: «Signora, stiamo monitorando tutto. A Paola c’è l’assistenza. Scendendo troverà colleghi con la divisa rossa pronti ad aiutarvi». Ribatto ironica: «Ah, quindi ci accompagneranno al binario giusto, ci aiuteranno nel trasbordo, ci daranno anche assistenza psicologica… che cos’è esattamente questa assistenza?» Lui si ferma un attimo: «No, signora, questo no. Però avrà diritto a una percentuale di indennizzo per il ritardo». Ma a noi serve che l’ultimo treno per Cosenza ci aspetti. Provo a replicare, ma il signore con il tablet è già lontano, oltre il vagone. La maggior parte dei passeggeri ha già chiamato per farsi venire a prendere in macchina.

73d76b5c-454f-4c29-8b61-28075cc68d34_whatsapp-image-2026-06-06-at-21.14.40.webp

Noi donne caparbie resistiamo: non chiamiamo nessuno! Arriviamo a Paola e davanti a noi c’è un treno con le luci accese. In una manciata di secondi scendiamo e ci lanciamo verso quel convoglio. Rosanna — medico dalla verve diretta e ironica — pigia il pulsante verde, sale e chiede d’impeto: “Va a Cosenza?” “Sì, sì.” Si sente rispondere. Non resta che fidarsi. Saliamo giusto in tempo per la partenza, rassegnate, con la speranza che vada davvero verso Cosenza. E siccome il ferro si batte finché è caldo, il giorno dopo torno allo sportello per “l’indennizzo”. Insisto con le domande e scopro che le biglietterie fanno i turni tra Cosenza e Rende. Il parcheggio non c’è. L’équipe di assistenza è prevista nelle stazioni e oltre un certo orario va chiamata.

Ma chi la deve chiamare e per far cosa? Non è dato capire. Siamo tornate a casa vi chiederete? Sì. Ma più che un rientro, è sembrata una prova di sopravvivenza civile. E mentre ci salutiamo, Rosanna — che ha tenuto alto il morale — la chiude con la sua ironia chirurgica: “E se tutte le strade portano a Roma… la nostra no. E non è rassegnazione ma è proprio che siamodisgraziati. E in quel sorriso amaro c’è tutto: la fatica, la pazienza, la dignità di chi viaggia verso Sud e sa che, prima dei treni, deve sempre arrivare la resistenza.


Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy . Chiudendo questo banner, o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.