Da Dartmouth a Badolato Marina: perché la chiamiamo IA e come usarla senza subirla

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  25 luglio 2026 12:30

 Comincia da una domanda apparentemente ingenua, e per questo decisiva: perché si chiama proprio così? Il giardino del Lido Solesi si è riempito di cittadini del comprensorio jonico per l'incontro pubblico «Intelligenza Artificiale — Opportunità, rischi e responsabilità per cittadini, famiglie e professioni», promosso dal Lions Club Soverato e Versante Jonico delle Serre insieme al Club LEO.
Al tavolo dei lavori, la presidente del club Raffaella Ermocida, che ha aperto la serata rivendicando la scelta del tema; il presidente di Zona 22 Danilo Iannello; il presidente della X Circoscrizione Giacomo Mannino; il presidente del Leo Club Soverato V2S Vincenzo Petrillo. Relatore della serata il prof. Francesco Pungitore, giornalista, docente e formatore in intelligenza artificiale.
 
Un'etichetta nata come bandiera
Il nome, ha spiegato Pungitore, non descrive una scoperta: descrive un programma di ricerca. Lo coniò John McCarthy nel 1955, nella proposta di finanziamento di quel seminario estivo che si tenne a Dartmouth College nell'estate del 1956 e che oggi consideriamo l'atto di nascita della disciplina, firmata insieme a Marvin Minsky, Nathaniel Rochester e Claude Shannon. Serviva un'insegna nuova, capace di distinguere il campo dalla cibernetica e dalla teoria degli automi. McCarthy scelse due parole ad altissimo tasso simbolico e, con esse, una scommessa: che ogni aspetto dell'intelligenza potesse in principio essere descritto con tale precisione da renderlo simulabile da una macchina.
Da qui la prima delle tesi proposte al pubblico: l'aggettivo «artificiale» è esatto, il sostantivo «intelligenza» è un'ipotesi di lavoro che si è irrigidita in senso comune. Chiamandola così, per settant'anni abbiamo importato nel discorso pubblico un lessico mentalistico — la macchina «capisce», «sa», «ragiona» — che oggi orienta le nostre aspettative più di quanto orienti la tecnologia reale.
 
Cosa è cambiato dal 1956
Molto, e non nella direzione immaginata dai padri fondatori. Il paradigma simbolico, fondato su regole scritte a mano, ha lasciato il posto all'apprendimento statistico dai dati; l'architettura transformer, dal 2017, ha reso possibile la stagione dei grandi modelli linguistici e degli strumenti generativi oggi in mano a chiunque abbia uno smartphone. Il salto non è stato concettuale ma di scala: dati, potenza di calcolo, capitali.
La conseguenza pratica, ha sottolineato il relatore, è che i sistemi che usiamo ogni giorno non verificano: predicono. Producono la continuazione statisticamente più plausibile di una sequenza. Da questa architettura derivano sia i benefici sia i difetti, e non è possibile trattenere i primi eliminando i secondi.
Utilità reali, limiti strutturali
Sul lato dell'utilità, il quadro tracciato è concreto: riduzione dei tempi nelle attività ripetitive, supporto alla stesura e alla revisione di testi, traduzione, sintesi di documenti complessi, supporto decisionale, accessibilità per chi ha difficoltà di lettura o di scrittura, servizi più rapidi per famiglie e piccole imprese.
Sul lato dei limiti, quattro nodi ricorrenti: le allucinazioni, cioè affermazioni false enunciate con tono impeccabile; i bias ereditati dai dati di addestramento, che possono tradursi in discriminazioni quando un sistema entra in processi di selezione, valutazione o accesso a un servizio; la protezione dei dati, con il rischio quotidiano di riversare in una chat informazioni sensibili, sanitarie o aziendali; l'impatto sull'occupazione, che non riguarda soltanto la quantità dei posti ma la ricomposizione dei compiti all'interno di ogni professione.
 
L'AI Act e il perimetro delle regole
Il riferimento normativo è il Regolamento (UE) 2024/1689, l'AI Act, primo quadro organico al mondo in materia. La sua logica è quella del rischio: alcune pratiche sono vietate — dal social scoring alle tecniche manipolative che sfruttano la vulnerabilità delle persone —, altre sono classificate ad alto rischio e sottoposte a obblighi stringenti di documentazione, qualità dei dati e sorveglianza umana; per i modelli di uso generale valgono requisiti di trasparenza. L'applicazione è scaglionata nel tempo e alcune scadenze restano oggetto di discussione politica a Bruxelles, ma il principio, ha osservato Pungitore, è già leggibile: la responsabilità non si delega all'algoritmo, resta di chi lo progetta, lo mette in commercio e lo utilizza. Accanto all'AI Act continua a operare il GDPR, che nella pratica quotidiana è spesso lo strumento più immediatamente rilevante.
 
La ricetta: alfabetizzazione e supervisione
Il passaggio dal tecnico al filosofico è stato il cuore dell'intervento. Se il sistema non comprende, allora la verifica non è un passaggio facoltativo ma la condizione stessa di un uso legittimo: nessun output senza controllo umano, tanto più quando l'esito incide su una diagnosi, una valutazione scolastica, una selezione, un atto amministrativo. Il rigore etico non è un supplemento morale a lavoro finito: è metodo.
Da qui l'insistenza sull'alfabetizzazione. Per le nuove generazioni, che usano questi strumenti con naturalezza e con scarsa consapevolezza dei loro meccanismi; per le famiglie, chiamate a un accompagnamento che non sia né proibizionismo né abdicazione; per i professionisti e le amministrazioni locali, che hanno bisogno di percorsi formativi e non di slogan.
 
Il dibattito
L'incontro ha privilegiato il confronto. Le domande dal pubblico hanno toccato la tutela della privacy negli usi domestici e professionali, gli strumenti concreti per proteggere i dati, l'educazione digitale dei minori, i percorsi di formazione per chi si prepara a lavorare accanto a queste tecnologie. Ne è emerso un doppio registro: preoccupazioni condivise, ma anche una richiesta pragmatica di indicazioni operative.
La serata si è chiusa con la consegna del gagliardetto e di una copia del volume «Complessità umana. Linearità artificiale», e poi con una ricca apericena che ha permesso di proseguire il dialogo in forma informale.
Al netto delle formule di rito, l'iniziativa lascia un'indicazione politica precisa: sul futuro digitale del territorio non si costruisce nulla senza occasioni di informazione pubblica, responsabilità condivise e politiche di inclusione che mettano al centro cittadini e famiglie. La domanda di partenza — perché la chiamiamo così — non era dunque un vezzo erudito. Era il modo più rapido per ricordare a una platea di adulti che le macchine hanno preso il nome che noi abbiamo deciso di dargli, e che la decisione, su tutto il resto, resta ancora nostra.
 


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