
Forse la pastorale di domani non ha bisogno di inventare qualcosa di nuovo, ma di tornare all’essenziale: l’incontro. È da questa convinzione che don Roberto Corapi guarda al nuovo anno pastorale, ponendo una domanda che diventa anche una provocazione: come far innamorare l’uomo di oggi di Gesù Cristo?
La risposta, secondo il sacerdote, non può essere affidata soltanto a una nuova programmazione, a un calendario più ricco o all’aggiunta di ulteriori iniziative. Il punto di partenza deve essere invece l’incontro: con Cristo, con l’altro, con le ferite e le domande dell’uomo contemporaneo.
“Il cristianesimo non nasce da un programma. Nasce da un incontro”, sottolinea don Corapi, indicando nell’ascolto e nella relazione una delle sfide principali della pastorale.
Da qui la necessità di interrogarsi anche sul modo in cui la comunità cristiana si pone davanti alle persone. “Abbiamo forse parlato molto di Gesù e incontrato troppo poco le persone”, osserva. Una riflessione che chiama in causa una Chiesa spesso impegnata nell’organizzazione di attività, appuntamenti e percorsi, ma che rischia di perdere di vista la dimensione personale della relazione.
“L’uomo contemporaneo non cerca soltanto risposte: cerca qualcuno che lo ascolti, che lo accolga, che cammini con lui”, afferma il sacerdote.
E la prima forma di evangelizzazione, in questa prospettiva, passa dalla testimonianza concreta. “Non basta dire che Gesù ama. Bisogna amare. Non basta parlare di misericordia. Bisogna perdonare. Non basta proclamare la speranza. Bisogna diventare uomini e donne di speranza”.
Una pastorale ripensata a partire dalle persone, dunque, prima ancora che dalle attività. “Non partire dalle attività, ma dalle persone. Non dal calendario, ma dalle relazioni. Non dalle strutture, ma dall’incontro”, è l’indicazione di don Corapi.
La domanda da porsi, allora, diventa anche più concreta: chi incontrare? Chi è solo, chi si è allontanato, chi non entra più in chiesa, chi porta una ferita nascosta, chi cerca un senso o chi non ha ancora incontrato un cristiano capace di mostrare il volto misericordioso di Cristo.
È proprio in questa dimensione che, secondo don Corapi, deve ripartire la missione della Chiesa. “Prima di chiederci cosa organizzare, chiediamoci chi incontrare”.
Il nuovo anno pastorale viene così immaginato come un tempo nel quale avere il coraggio di semplificare, uscire, ascoltare, incontrare e testimoniare. Non una pastorale concentrata soltanto sui numeri, ma una pastorale capace di cercare volti e storie.
“Non una Chiesa preoccupata soltanto di conservare ciò che ha. Una Chiesa capace di uscire per incontrare chi non c’è più”, spiega il sacerdote.
Il messaggio di don Corapi si chiude quindi tornando al punto di partenza: non servono necessariamente più iniziative, ma relazioni più autentiche. Non cristiani che si limitano a parlare di Cristo, ma persone attraverso le quali gli altri possano riconoscere quella stessa presenza.
“Perché forse la vera rivoluzione pastorale non consiste nel fare più cose. Consiste nel tornare a incontrare”.
E tutto, nella sua riflessione, torna a quell’incontro che per la fede cristiana ha cambiato la storia e continua a cambiare la vita: l’incontro con Gesù Cristo.
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