Economia, etica e responsabilità, Sgrò: “La sfida di un’impresa che rimette al centro le persone”

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Giovanni Sgrò

La riflessione dell’imprenditore soveratese tra merito, inclusione e critica al modello del “furbo”

  18 gennaio 2026 15:12

C’è un filo rosso che attraversa le riflessioni di Giovanni Sgrò, imprenditore di Soverato e fondatore del progetto culturale Naturium: la convinzione che l’economia, se separata dall’etica, finisca per tradire non solo la società, ma anche se stessa. Fiducia, responsabilità, impegno concreto: non slogan, ma pilastri di quello che Sgrò definisce un vero “progetto di vita”, prima ancora che un progetto d’impresa.

Al centro del suo ragionamento c’è una domanda semplice e insieme radicale: “Che cosa stiamo davvero insegnando, come comunità economica e civile?” L’esempio che passa, troppo spesso, è quello del più furbo, dell’arrogante, di chi “la racconta meglio”. Eppure, osserva Sgrò, la realtà dei dati economici racconta tutt’altro: una polarizzazione crescente, con 15-20 uomini al mondo che accumulano ricchezze smisurate, mentre interi segmenti della popolazione restano esclusi.

Secondo l’imprenditore calabrese, il problema non è solo economico, ma culturale e politico: “Mettere al centro il sapere e le competenze significa ripensare anche l’organizzazione delle strutture politiche e datoriali, riconoscere il merito vero e sviluppare una sensibilità oggettiva verso i bisogni collettivi reali, invece di inseguire esclusivamente aspettative individuali e vantaggi immediati”.

In questo quadro entra in gioco anche la responsabilità dei consumatori. Sgrò non fa sconti: “Spesso non si sceglie l’impresa etica, quella che costruisce percorsi inclusivi e coerenti, ma quella che offre il beneficio più rapido. Una contraddizione evidente tra ciò che si proclama a parole e ciò che si pratica nei comportamenti quotidiani”.

Il punto più forte della sua riflessione riguarda però il tema dell’inclusione lavorativa. Sgrò denuncia una disuguaglianza strutturale mai affrontata seriamente: chi assume persone considerate “non pienamente abili” — per età, disabilità, fragilità psicologiche o percorsi di vita complessi — non riceve alcun reale sostegno. Anzi, paga gli stessi contributi di chi assume personale perfettamente “performante”, mentre le grandi imprese orientate solo all’efficienza e al profitto continuano a escludere.

“Perché - si chiede Sgrò - i governi non intervengono con politiche strutturali? Perché non prevedere sgravi contributivi duraturi, ad esempio del 30%, per chi sceglie di integrare stabilmente persone che la società tende a rifiutare? Una misura che non sarebbe un premio morale, ma un riconoscimento concreto di una funzione sociale svolta dall’impresa”. Su questo fronte, sottolinea, anche il silenzio dei sindacati pesa come un’occasione mancata.

Eppure, nonostante tutto, la sua non è una riflessione amara o rinunciataria. Al contrario. “Non ci arrendiamo”, afferma, rivendicando una scelta imprenditoriale che non dipende esclusivamente dal ritorno economico. La soddisfazione più grande, spiega, è una “gioia del cuore” che non è paragonabile a quella finanziaria. Se poi anche il riconoscimento economico arriverà, sarà un segnale importante. Ma, anche se non dovesse arrivare, il percorso resta valido.

In un tempo in cui l’economia sembra spesso ridotta a numeri e performance, la riflessione di Giovanni Sgrò riporta al centro una questione essenziale: senza etica, fiducia e responsabilità, non c’è sviluppo sostenibile. Solo accumulazione. E quella, alla lunga, impoverisce tutti.


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