
di SETTIMIO PAONE
Mentre il governo è impegnato nelle nomine dei consigli di amministrazione delle grandi aziende a capitale pubblico, in Enel, dove si va verso la riconferma del management in carica, le lavoratrici e i lavoratori operanti in appalto sulle attività di back office e quality sono scesi in sciopero per difendere il loro futuro. Percentuali altissime di adesione, mediamente oltre l’80%, con punte del 100% a Reggio Calabria, Sulmona e Campobasso, hanno dato un segnale forte contro la scelta dell’azienda di far ricadere sulle spalle dei dipendenti il prezzo dell’automazione.
Una mobilitazione diffusa, accompagnata da presìdi nei territori e da un sit-in simbolico davanti alla direzione generale di Roma, promosso dalle segreterie nazionali di Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom Uil. Una protesta che non lascia spazio a interpretazioni: il lavoro non può essere sacrificato sull’altare dell’innovazione.
Al centro della contestazione c’è la richiesta rivolta a Enel, leader del settore energetico, di rivedere l’impianto delle gare, oggi costruito in modo tale da scaricare unicamente su lavoratrici e lavoratori gli effetti dell’introduzione di strumenti di automazione e intelligenza artificiale nelle attività operative, spesso in sostituzione diretta del personale.
I sindacati, pur dichiarando la propria disponibilità a individuare soluzioni che accompagnino la transizione digitale, chiedono con forza garanzie concrete sui livelli occupazionali. Perché, se è vero che l’innovazione rappresenta una sfida inevitabile, è altrettanto vero che non può essere gestita senza strumenti adeguati, capaci di governare una trasformazione che rischia di travolgere migliaia di posti di lavoro.
Nel mirino finisce anche il ruolo di una grande azienda come Enel, partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e da tempo protagonista di importanti extraprofitti. Una realtà che, secondo le organizzazioni sindacali, non può permettersi di deresponsabilizzarsi, scaricando i costi della digitalizzazione su lavoratori e lavoratrici, in larga parte donne, spesso impiegate nel Sud Italia e non di rado con contratti part-time involontari.
La protesta di oggi, definita “oltremodo riuscita”, segue quella dello scorso gennaio e rappresenta solo l’inizio di una mobilitazione destinata a proseguire finché non verranno individuate soluzioni a tutela dell’occupazione. Sempre più evidente appare la necessità di un intervento normativo: senza una chiara volontà politica e istituzionale, la destrutturazione del comparto CRM/BPO, accelerata dall’automazione, rischia di tradursi in una perdita massiccia di posti di lavoro.
Un grido che non può restare inascoltato. Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom Uil lo ribadiscono con determinazione, rifiutando il silenzio su una vicenda che coinvolge il futuro di migliaia di famiglie: “L’innovazione va accompagnata, non subita”.
Una frase che suona come un monito, ma anche come una richiesta di responsabilità collettiva.
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