
"Le immagini drammatiche del litorale tra Squillace e Copanello di Stalettì assediato dalle fiamme, con i bagnanti in fuga dagli stabilimenti, e lo snodo strategico del Bivio "Nalini" paralizzato dal fumo alle porte di Catanzaro, non descrivono una calamità imprevedibile. Raccontano il collasso annunciato di un sistema di gestione del territorio. Mentre i Vigili del Fuoco e i volontari affrontavano una giornata drammatica da oltre 150 interventi in tutta la regione, è andato in scena il solito, inaccettabile rimpallo di competenze sulle spalle dei cittadini".
Il Codacons rifiuta categoricamente la retorica dell'evento eccezionale o la facile scusa del "vento forte". C'è una profonda e amara differenza tra lo sciacallaggio di chi punta il dito a tragedia avvenuta e l'azione di chi aveva formalmente e preventivamente denunciato lo stato di totale abbandono dei margini stradali mesi addietro, proprio per evitare che si giungesse a questo punto. I nostri appelli, rimasti inascoltati nei cassetti della burocrazia, fotografavano esattamente ciò che ieri si è verificato: cumuli di sterpaglie e vegetazione incolta trasformati nell'autostrada perfetta per il fuoco.
La mappa delle responsabilità, d'altronde, non lascia spazio a interpretazioni: L’ANAS ha il preciso obbligo di garantire la sicurezza della circolazione sulle strade statali e sulle loro pertinenze, sradicando la vegetazione secca che costeggia arterie sensibili come la SS 106 prima che diventi un innesco naturale. I Comuni hanno il dovere di vigilare sui centri urbani, sanzionare l'incuria dei privati e proteggere le infrastrutture locali sensibili. La Provincia conserva la gestione della rete viaria secondaria e delle relative cunette, oltre a compiti di coordinamento nella protezione ambientale.
È proprio sul ruolo della Provincia che oggi si consuma il cortocircuito più doloroso. Rispondendo ufficialmente a una recente diffida del Codacons sul degrado delle arterie provinciali, l’Ente ha formulato una preoccupante ammissione di impotenza strutturale, dichiarando di disporre di soli 15 operai per la gestione di ben 1.800 chilometri di strade. Se da un lato si può comprendere l'emergenza legata al progressivo svuotamento di risorse finanziarie e umane subito dagli Enti Locali, dall'altro non si può tacere il paradosso giuridico e morale: ammettere l'oggettiva impossibilità di adempiere agli obblighi di custodia e sicurezza tassativamente previsti dall'articolo 14 del Codice della Strada significa certificare un fallimento istituzionale.
«Siamo oltre il paradosso: la Provincia di Catanzaro pretende di rincorrere i cittadini con cartelle esattoriali e balzelli sui passi carrabili, ma poi mette nero su bianco di avere solo 15 operai per 1.800 chilometri di strade. Se lo Stato ha ridotto questi enti a simulacri svuotati di tutto, si abbia il coraggio civile di ammettere il fallimento e chiudere i battenti. Non si può usare il territorio come un bancomat se non si è nemmeno in grado di accendere un decespugliatore per garantire la sicurezza minima delle persone.» sostiene Francesco Di Lieto vicepresidente nazionale del Codacons.
E allora, senza intenti denigratori, sorge spontanea una domanda: non sarebbe il caso di alzare bandiera bianca? Se lo Stato e le riforme hanno ridotto la Provincia a un simulacro, un ente che per stessa ammissione dei suoi uffici non è messo nelle condizioni di funzionare e non può garantire nemmeno la semplice e ordinaria pulizia delle cunette, che senso ha mantenerlo formalmente in vita? Ha senso conservare un ulteriore livello burocratico che parcellizza i bandi e rallenta l'efficacia degli interventi, mentre il territorio brucia e l'asfalto frana?
LA CONTRADDIZIONE DEI SINDACI: IL CASO DEI DEPURATORI
Questa incuria ha un costo sociale ed economico devastante. I voli incessanti di Canadair ed elicotteri comportano una spesa di migliaia di euro per ogni singola ora di operazione, interamente sostenuta dai contribuenti. Ma l'amarezza più grande arriva dalle reazioni della politica locale. Assistiamo in queste ore alle legittime ma tardive lamentele dei primi cittadini che piangono i gravi danni subiti dalle infrastrutture strategiche, come i depuratori, magari oggetto di recenti e costosi interventi di efficientamento pubblici.C'è una domanda a cui i sindaci del territorio dovrebbero rispondere: se le amministrazioni comunali conoscono perfettamente la fragilità del territorio e l'impotenza della Provincia, perché non si sono attivate per tempo per mettere in sicurezza e bonificare il perimetro esterno dei propri impianti? Piangere sulle ceneri di un depuratore devastato non serve a nulla se prima non si è mossa un'unghia per pretendere – o eseguire in danno – lo sfalcio dell'erba secca che assediava quelle strutture.
«I sindaci non possono svegliarsi dal torpore solo quando vedono le fiamme lambire i depuratori o le spiagge. Piangere sulle ceneri di un impianto devastato il giorno dopo, quando per mesi non si è emessa un’ordinanza di somma urgenza per ripulire le sterpaglie attorno alle infrastrutture sensibili, è una colpa morale imperdonabile. La sicurezza dei cittadini e la tutela del mare si fanno a maggio con i fatti, non a luglio con i comunicati di solidarietà di facciata.»
LA RETORICA DEI DRONI E LA REALTÀ DELLA TERRA
Sullo sfondo, poi, si consuma il fallimento della narrazione regionale. Il racconto social della "Tolleranza Zero", infarcito di annunci sul potenziamento delle flotte di costosi droni hi-tech per scovare i piromani, si infrange drammaticamente al primo impatto con la realtà. I droni documentano il disastro dall'alto, ma non hanno braccia per pulire il terreno. La tecnologia non può diventare l'alibi per coprire l'assenza totale di investimenti sul personale di terra.
«La narrazione social della "Tolleranza Zero" e lo sbandieramento dei droni hi-tech si sono sciolti come neve al sole davanti all'inferno di Copanello e del Nalini – conclude Di Lieto –. La verità è che i droni riprendono il disastro dall'alto ma non hanno le braccia per pulire la terra. Spendere fiumi di denaro pubblico in spot pubblicitari e tecnologie da parata, mentre si azzera la spesa per gli operai forestali e stradali, non è strabismo politico: è una scelta scellerata di cui qualcuno, davanti alla Procura e alla Corte dei Conti, dovrà finalmente rispondere.»
Invece di investire risorse in spot pubblicitari ed elicotteri da ricognizione, la politica regionale dovrebbe comprendere che la prevenzione degli incendi si fa assumendo operai forestali e stradali per decespugliare le erbacce a maggio, non rincorrendo i focolai a luglio con la telecamera accesa.
Il Codacons si rivolge alla Procura della Repubblica di Catanzaro e alla Corte dei Conti, chiedendo di verificare se il comportamento dei dirigenti di tutti gli enti coinvolti configuri l'ipotesi di omissione di atti d'ufficio e attentato alla sicurezza dei trasporti. Alla magistratura contabile chiediamo di quantificare il danno erariale: spendere milioni di euro di denaro pubblico per rincorrere dal cielo emergenze che si dovevano e potevano prevenire a terra non è sfortuna. È una colpa grave che il territorio non può più tollerare.
Segui La Nuova Calabria sui social

Testata giornalistica registrata presso il tribunale di Catanzaro n. 4 del Registro Stampa del 05/07/2019
Direttore responsabile: Enzo Cosentino
Direttore editoriale: Stefania Papaleo
Redazione centrale: Vico dell'Onda 5
88100 Catanzaro (CZ)
LaNuovaCalabria | P.Iva 03698240797
Service Provider Sirinfo Srl
Contattaci: redazione@lanuovacalabria.it
Tel. 3508267797