Franco Cimino: "La morte come valore della nuova vita nell'anno che sta per venire"

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images Franco Cimino: "La morte come valore della nuova vita nell'anno che sta per venire"
Franco Cimino
  01 gennaio 2021 02:02

di FRANCO CIMINO

È passato! È passato l’anno che ci ha portato il nemico, la fatica, la paura, il dolore. La paura ci è scorsa nelle vene, come il sangue. Il dolore si è attaccato agli occhi, come uno sguardo fisso su quelle immagini degli ospedali strapieni, dei medici costretti a scegliere chi salvare ché per tutti non c’erano le forze e gli spazi e gli strumenti salvavita. Fisso sulla lunga fila di camion militari, più grigi ancora nella notte senza luci, e sulle farmacie sempre aperte e gli scaffali svuotati e quelli vuoti. È passato l’anno che ci ha portato la morte sotto casa, nella via e nel paese vicino. Lei ci è passata sopra la testa, giorno dopo giorno, tutti i giorni, mai saltandone uno. La morte, come fatto che avevamo sempre esorcizzato, si è vestita degli abiti della sua festa e si è materializzata davanti a noi. Avvolti e invasi, noi, da un demoniaco spirito di potenza, per tanto tempo, di questo breve che abbiamo già consumato in un’idea sbagliata di democrazia e progresso, abbiamo escluso la morte dalla vita.

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L’abbiamo concepita come un incidente, una probabilità, un’evenienza controllabile e modificabile. Oppure, come un prolungamento smisurato dell’esistenza da comprare al mercato un tanto al chilo o al metro. Basta avere soldi e potere, forza muscolare e un carattere duro, e la morte è affare di altri. Cacciarla dalla nostra vita è stata quasi un gioco. D’azzardo, se si vuole, ma un gioco. Al casinò o nei tavoli di poker, dove punti tutto, ma un gioco. Anche quando il nemico venuto da lontano, e da quel mondo che pensiamo ancora di poter dominare disinvoltamente, si è fatto sempre più aggressivo, la morte l’abbiamo vista quale morte degli altri. Al massimo, un numero del bollettino serale emanato attraverso i mass media dalla Protezione Civile e poi dai vertici dei numerosi comitati scientifici chiamati a consulto dal Governo. E, invece, la morte si prendeva le persone come noi. E, ancora una volta, più che in altre, non si presentava come un fatto dovuto, una normalità che interviene per completare, a tempo debito, una vita lunga, come a portar sollievo alla insopportabile fatica di sostenere gli anni avanzati, ché non è per nulla vero che i vecchi debbano per forza morire anzitempo. O che, quando la morte li chiama, il dolore per loro e per chi li ama sia automaticamente leggero. Quasi inutile. La morte, che si è accompagnata a noi per tutto l’anno che sta per passare(e in una guerra, va detto, che pochi soldati dalla divisa bianca o arancione o rossa hanno combattuto in trincea, l’unica che è stata possibile costruire), ha avuto, fino a questa notte, i volti e i nomi di persone vere.

Settantaquattromila. Non un numero. Ma esseri umani. Non inventati. Persone in carne e ossa. Come noi. Appartenenti, ciascuna, a una famiglia, dove figli o compagni o genitori o fratelli che li ha inutilmente attesi li piangono senza alcuna facile rassegnazione. Ecco, l’anno orribile ci ha portato la morte e il dolore, come pena ma anche come valore. Per farsi perdonare prima di essere malsalutato, il duemilaventi( ecco mi è venuto di pronunciarlo) ci ha portato il vaccino che dovrebbe annientarlo, quel nemico. L’anno che sta per entrare ci promette che sì, lo debellerà. Ne ha la forza. E noi gli crediamo, perché se non crediamo al tempo che verrà, e all’anno nuovo che pienamente lo rappresenta, la speranza stessa perderà il suo diritto di albergare nell’animo umano. Speranza è alimento di vita, spinta a cambiarla, forza rinnovatrice di ogni realtà. Energia vitale che, come la vela, si apre con il soffio, anche il più leggero, del vento per far andare la barca verso i mari più profondi e ricchi e belli. E più sicuri. L’anno nuovo sarà quello della vita. Quella delle persone vale assai più di qualsiasi bene materiale. Una sola è più importante di un’intera economia. Una sola più di tutte le banche.

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Nell’anno a cui restano soltanto poche ore per ripensarsi e pensare tutto di se stesso, questa idea, specialmente in ultimo, si è progressivamente indebolita. Sia fatta rinascere nell’anno che verrà, avendo più cura della vita. E più rispetto della morte. Più attenzione per i deboli. Più considerazione per gli sconfitti e gli emarginati. E le persone sole. Ché la vita, quella individuale e quella in comune, non è necessariamente una gara a chi arriva primo, e addirittura con enorme distacco. È, invece, un bel viaggio. Quello degli uomini che si affratellano e insieme si muovono verso l’avvenire. Ma perché ciò avvenga davvero, è necessario sconfiggere egoismi sempre più ramificati e quella rincorsa nevrotica ad ogni forma di potere. Disvalori, questi, che hanno interdetto, anche nei momenti più difficili, quello spirito di solidarietà che in passato ha consentito al Paese di superare momenti assai drammatici. Facciamoci un regalo, pertanto.

Facciamolo all’anno che sta per entrare: costruiamo in noi, singolarmente intesi e come comunità nazionale, un nuovo senso ti responsabilità. Con la mano sul cuore e le lacrime agli occhi. Sempre. E non solo quando dai balconi, sulle strade deserte, lanciamo, cantandolo a squarcia gola, l’inno italiano. Buon anno a tutti. Al mondo intero.

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