
di FRANCO CIMINO
Auguri, Giuseppe: oggi è la tua festa.
Anche se non porti questo nome e ti chiami Nicola, Francesco, Saverio, Pietro, Carlo o Antonio.
Sono santi tutti coloro che portano i nomi dei santi.
Ma Giuseppe è il nome della santità piena.
La santità della paternità, innanzitutto.
Tutti i padri sono santi.
Anche quelli che non riconoscono i figli o li abbandonano.
Sono santi i padri che hanno paura di essere padri e per questo si nascondono alla loro bontà e al loro dovere, alla responsabilità.
Sono santi i padri della notte.
La notte che non finisce mai per loro, sempre a lavorare nelle miniere della fatica immane e nei mari più pericolosi.
Nelle notti delle mani vuote, senza pescato e senza salario.
Nelle notti delle angosciose attese davanti alla porta di casa, aspettando che i figli tornino: dalle feste o dalle fatiche, dalle sconfitte e dalle perdizioni, dalla rassegnazione e dai buchi nelle braccia, nel petto, nella testa.
Nelle notti davanti alla porta dei loro figli, per spiare il loro sogno, per sentire il rumore del cuore quando batte forte o il respiro quando cambia intensità.
Nelle notti sveglie che non finiscono mai, se non quando ci si aggrappa al doveroso mattino, ci si mette sulle spalle il tascapane e si riprende ad andare.
A faticare nei diversi campi della vita di padre, anche in quello dove si attende il lavoro che non viene, o nel campo dal quale si è stati cacciati perché si è un numero di troppo per garantire il superprofitto di chi, possedendo il lavoro, ritiene di possedere la vita delle persone e il potere di decidere su di essa.
Padre della notte in cui il figlio ti è caduto dalle braccia e si è fatto male, e di quella che non l’ha visto tornare.
Padre delle notti in cui vorresti fare l’amore e non lo fai, non lo puoi fare.
Perché non ci riesci, con quel peso di fatiche e preoccupazioni che già ti ha stancato.
Vorresti fare l’amore come in quel tempo dimenticato, dei corpi accesi d’amore.
Ma la memoria non torna, perché non può tornare.
Ti chiami Giuseppe anche tu, padre della notte della guerra.
Di ogni guerra.
Quella in cui ti hanno mandato senza che lo volessi: né la guerra, né il fucile, né la divisa che ti hanno messo addosso.
La notte lunga in cui, mentre ti chiedono di sparare, vieni ucciso da chi prova lo stesso orrore che provi tu per la guerra.
E spari, e spari, mentre a due passi da te i nemici che ti hanno voluto inventare bombardano la tua casa e la tua città e distruggono tutto, anche le scuole dei bambini.
E tu, nel campo di battaglia, tremi di paura che abbiano colpito i tuoi figli, che non dormono neppure loro, tormentati dal pensiero di non vederti tornare.
Sono tutti Giuseppe i padri che sanno amare la madre dei loro figli e la rispettano come donna, rivestendo di sincerità e verità la serenità del suo essere madre.
E Donna
Sei Giuseppe anche tu che sei padre di Gesù.
Tutti i figli si chiamano Gesù.
E sei padre come tutti i padri, perché desideri e lotti affinché per i nostri Gesù ci siano solo il Natale e il giorno di Pasqua, e mai più il venerdì del dolore immane.
Buona festa, Giuseppe.
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