
di RITA TULELLI
Il fenomeno della devianza giovanile rappresenta una delle sfide più complesse e sensibili della società contemporanea. Quando un giovane entra in un circuito deviante, è facile concentrarsi esclusivamente sul comportamento problematico, trascurando il percorso che lo ha preceduto. La criminologia, invece, invita a spostare lo sguardo dalle sole azioni alle condizioni personali, relazionali e sociali che possono favorire tali scelte. Comprendere non significa giustificare, ma riconoscere la complessità di traiettorie spesso segnate da fragilità e mancanza di sostegno. La famiglia è il primo ambiente in cui il giovane apprende regole, valori e modalità relazionali. Una presenza affettiva stabile, una comunicazione aperta e una funzione educativa coerente rappresentano importanti fattori protettivi. Tuttavia, quando il contesto familiare è segnato da conflitti, instabilità emotiva, violenza, trascuratezza o difficoltà socioeconomiche, il giovane può sviluppare insicurezza, sfiducia nelle regole e difficoltà nella gestione delle emozioni.
In questi casi, il comportamento deviante può diventare una forma di espressione del disagio, un modo per attirare attenzione o per reagire a un senso di abbandono. È importante sottolineare che non esistono famiglie “colpevoli”, ma situazioni che necessitano di supporto e interventi adeguati. La scuola rappresenta il secondo grande pilastro nel processo di socializzazione. Oltre alla funzione didattica, essa svolge un ruolo fondamentale nella costruzione dell’autostima, nel riconoscimento delle capacità individuali e nello sviluppo delle competenze sociali.
Esperienze ripetute di insuccesso scolastico, etichettamento, esclusione o bullismo possono generare un profondo senso di frustrazione. Quando il giovane non si sente visto o valorizzato, può maturare un distacco dalle istituzioni e dalle regole sociali. In assenza di una rete educativa capace di intercettare precocemente il disagio, il rischio di avvicinamento a comportamenti devianti aumenta. Durante l’adolescenza, il gruppo dei pari assume un’importanza centrale. È attraverso il confronto con gli altri che il giovane costruisce la propria identità e sperimenta autonomia. Tuttavia, il forte bisogno di appartenenza può rendere alcuni ragazzi particolarmente vulnerabili all’influenza del gruppo.
In contesti in cui la trasgressione viene valorizzata come segno di forza, coraggio o riconoscimento sociale, il comportamento deviante può diventare uno strumento per ottenere accettazione e status. Spesso non è la devianza in sé a essere ricercata, ma il senso di inclusione che essa promette. Negli ultimi anni, il contesto digitale ha introdotto nuove dinamiche nel vissuto giovanile. I social network e le piattaforme online offrono opportunità di connessione, ma anche spazi in cui il confine tra reale e virtuale si assottiglia.
L’esposizione continua a modelli negativi, la normalizzazione di comportamenti aggressivi o illegali e l’illusione dell’anonimato possono ridurre la percezione delle conseguenze delle proprie azioni. Inoltre, il confronto costante e la ricerca di approvazione online possono accentuare fragilità emotive già presenti, aumentando il rischio di condotte problematiche. Affrontare la devianza giovanile richiede un approccio integrato e attento. La prevenzione non può limitarsi al controllo o alla sanzione, ma deve basarsi sull’ascolto, sull’educazione e sul sostegno. Interventi precoci, politiche di inclusione, supporto alle famiglie, scuole capaci di accogliere il disagio e una maggiore consapevolezza nell’uso del digitale rappresentano strumenti fondamentali.
Dietro ogni giovane che intraprende un percorso deviante esiste una storia fatta di bisogni non riconosciuti e di relazioni fragili. Offrire alternative, opportunità e spazi di crescita significa investire non solo nel singolo individuo, ma nel benessere dell’intera comunità.
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