







Il nuovo presidente torna nella città in cui è nato e ha iniziato il proprio percorso professionale. Nel suo intervento il richiamo all’umiltà, all’efficienza e alla collaborazione tra magistratura, avvocatura e personale amministrativo
15 luglio 2026 16:54di IACOPO PARISI
Emozione, senso di responsabilità e un forte legame con la città. Sono stati questi i tratti centrali dell’intervento con cui Giuseppe Spadaro ha assunto la presidenza del Tribunale di Catanzaro, tornando a ricoprire un incarico di vertice nel luogo in cui è nato, ha vissuto e ha mosso i primi passi della propria esperienza professionale.
“Vi sono cose che accadono nella vita e che sono così peculiari e straordinarie da dare un senso di compiutezza al proprio percorso professionale, se non addirittura al proprio percorso di vita”, ha esordito Spadaro. “Divenire presidente del Tribunale della mia città, dove sono nato e ho vissuto fino a 49 anni, è un grande onore e avverto conseguentemente un carico di responsabilità enorme”.
Alla cerimonia hanno preso parte rappresentanti degli uffici giudiziari, della magistratura e dell’avvocatura. Tra i presenti, la presidente della Corte d’Appello di Catanzaro Concettina Epifanio, il procuratore generale della Repubblica e capo della DDA di Catanzaro Salvatore Maria Curcio, il procuratore generale della Repubblica presso la Corte d’appello di Catanzaro Giuseppe Lucantonio, il presidente della Terza sezione penale Massimo Forciniti, il dirigente amministrativo Danilo Ciancio, la direttrice Giuseppina Fabiano, la presidente vicaria Francesca Garofalo, la presidente della Seconda sezione penale, Esame e Misure di prevenzione, Emma Sonni, la presidente della Corte d’Appello di Reggio Calabria Catia Chiaravalloti e la presidente dell’ordine degli avvocati di Catanzaro Vincenza Matacera.
Il nuovo presidente non ha nascosto le difficoltà che caratterizzano l’ufficio giudiziario catanzarese. Ha parlato di un Tribunale distrettuale chiamato a sostenere un carico di lavoro particolarmente rilevante, soprattutto se rapportato all’organico disponibile, già sottodimensionato e ulteriormente condizionato dal frequente avvicendamento dei magistrati più giovani.
“Nessuno possiede la bacchetta magica e spero di non deludervi”, ha affermato. “Ciò che potrò fare, con estrema umiltà, è ascoltare tutti, condividere tutto e poi decidere”. Ascolto, condivisione e capacità decisionale costituiscono, nella visione illustrata da Spadaro, i cardini dell’esercizio delle funzioni direttive. Il presidente ha richiamato l’esperienza maturata nei tre precedenti incarichi di vertice, spiegando di avere compreso nel tempo come l’autorevolezza non debba necessariamente coincidere con la rigidità.
“L’umiltà, la disponibilità, la condivisione, l’attenzione, la comprensione e, perché no, la cura e l’affetto per i colleghi, togati e onorari, nonché per il personale amministrativo, che preferisco chiamare collaboratori amministrativi, sono le vere armi a disposizione per svolgere le funzioni direttive”. Un’impostazione che, ha precisato, non significa rinunciare all’incisività. Al contrario, “con la gentilezza e la sensibilità si può esserlo molto di più”.
Particolarmente intenso il ricordo di Mariano Gennaro, il magistrato che lo aveva seguito all’inizio della carriera e che Spadaro ha indicato come un modello di dedizione, umanità e attenzione verso gli altri anche durante la malattia. Da quell’esperienza deriva uno dei principi più volte richiamati dal nuovo presidente: chi esercita il potere di giudicare deve farlo con umiltà, preparazione e rispetto per tutte le persone coinvolte nel processo.
“Laa dote principale di un magistrato, proprio in virtù del potere che rappresenta ed esercita, deve essere l’umiltà”, ha sottolineato, richiamando anche la necessità dell’aggiornamento professionale e del rispetto verso le parti, i colleghi, il personale amministrativo, la polizia giudiziaria e gli avvocati.
Per Spadaro, infatti, la competenza tecnica non può mai compensare la perdita dell’umanità o un ricorso esasperato al formalismo. “Il rispetto e l’educazione sono le prime e fondamentali qualità di un magistrato. Non c’è preparazione che possa compensare la perdita di umanità”.
Ampio spazio è stato riservato al rapporto con l’avvocatura. Il nuovo presidente ha respinto una rappresentazione conflittuale dei diversi protagonisti della giurisdizione: “Gli avvocati non sono i nostri avversari, come non lo sono i pubblici ministeri, ma sono, insieme a noi giudici, protagonisti della giurisdizione. In queste aule non vi sono e non vi possono essere nemici”.
L’obiettivo comune, ha osservato, deve essere quello di ottenere risorse e strumenti adeguati per garantire processi civili e penali giusti e celebrati in tempi ragionevoli. Il tema dell’efficienza è stato così ricondotto direttamente alla tutela dei diritti delle persone.
“Una sentenza di condanna a distanza di anni dalla commissione del reato non va bene, ma ancora meno può andare bene una sentenza di assoluzione pronunciata dopo tanti anni”, ha detto. “L’efficienza non è un valore meramente organizzativo. Una giustizia che decide in tempi ragionevoli tutela meglio i diritti delle persone. Umanità ed efficienza non sono valori alternativi”.
Il presidente ha indicato con chiarezza anche una delle principali esigenze strutturali del Tribunale: il rafforzamento dell’organico e l’istituzione di una sezione aggiuntiva. “So bene, perché non sono un ingenuo, che se non otterremo una sezione in più, con un aumento dell’organico, sarà quasi impossibile. Ma voglio provarci”.
Dopo le esperienze vissute a Bologna e a Trento, Spadaro ha scelto dunque di tornare a Catanzaro, pur lasciando realtà giudiziarie caratterizzate da condizioni organizzative e qualità della vita particolarmente favorevoli. La motivazione è racchiusa in una frase pronunciata durante l’insediamento: “Qui il cuore batte più forte e io voglio provarci. Ci metterò tutto l’impegno di cui sono capace”.
Nel suo intervento non è mancato il richiamo alla tradizione giuridica catanzarese e ai magistrati e avvocati che hanno contribuito, nel corso degli anni, a rendere il Foro cittadino un punto di riferimento per preparazione professionale, correttezza e rispetto reciproco.
Spadaro ha ricordato il clima che caratterizzava il Palazzo di giustizia negli anni in cui vi entrò, nel 1990, quando i rapporti tra magistratura e avvocatura erano improntati, a suo giudizio, a un dialogo diretto e alla ricerca condivisa delle soluzioni. Un modello che oggi, ha riconosciuto, si è in parte deteriorato, anche a causa di una conflittualità sempre più diffusa nel mondo giudiziario. Da qui l’appello rivolto agli avvocati della città: “Siate al mio fianco. Venite a parlarmi prima di scrivere, come facevano i vostri maestri”.
Anche ai magistrati più giovani il presidente ha promesso vicinanza e ascolto, annunciando la volontà di conoscerli personalmente e di confrontarsi con loro con regolarità.
La conclusione è stata un invito all’unità, nel rispetto delle differenti funzioni: magistrati, avvocati, pubblici ministeri e personale amministrativo come parti di una stessa comunità professionale e istituzionale.
“Uniamoci, pur nella diversità dei ruoli, perché questo è il nostro mondo, la nostra vita”, ha affermato Spadaro. “La magistratura non è un semplice lavoro e l’avvocatura non è una semplice professione. Noi siamo la giurisdizione”.
Con l’insediamento si apre ora la fase operativa della nuova presidenza. Il primo banco di prova sarà rappresentato proprio dalla capacità di trasformare i principi indicati nel discorso — ascolto, umanità, collaborazione ed efficienza — in risposte organizzative concrete per uno degli uffici giudiziari più impegnativi del distretto.
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