
Comitati ambientalisti, collettivi femministi, centri sociali e associazioni impegnate nell’economia solidale sabato e domenica prossimi si riuniranno in assemblea a Cosenza per un'attenta riflessione sui cambiamenti sociali
09 aprile 2026 14:42Esistono tanti sud nel Mezzogiorno d’Italia. Quali sono e come vivono i soggetti sociali che li abitano? È ancora possibile che insorgano? Per provare a capirlo, sabato 11 e domenica 12, da tutto il meridione arriveranno a Cosenza delegazioni di comitati ambientalisti, collettivi femministi, centri sociali e associazioni impegnate nell’economia solidale. Le due giornate di incontro e riflessione sono convocate dalla Base, organizzazione politico-culturale antagonista cosentina. Sarà un’occasione per ascoltare le analisi prodotte dalle reti autonome meridiane sui cambiamenti sociali avvenuti nei diversi territori dall’inizio di questo millennio.
Sebbene da Napoli in giù il contesto sociale appaia inalterato, tracce di una nuova consapevolezza si scorgono nelle modalità di partecipazione alla vita pubblica. Non ha mutato funzione e intensità l’estrattivismo che dall’unità d’Italia saccheggia forza lavoro e risorse naturali. Eppure, i meridionali emigranti, che come in passato cercano impiego nei servizi e nelle poche fabbriche rimaste al nord, oggi rimbalzano sull’insostenibile costo della vita nelle regioni settentrionali. Tornano a sud più furiosi e sconsolati di prima. Tra i ragazzi cresce la voglia di rimanere giù. Scricchiola la retorica della resilienza; appare sempre meno verosimile il romantico disegno di resuscitare i borghi interni abbandonati, incentivando le famiglie migranti per cercare di ripopolarli.
I sud hanno in comune l’indignazione diffusa; si alimenta del mancato riconoscimento dei diritti più elementari, primo fra tutti quello alla salute. Costretti all’andirivieni dal nord per curarsi, i pazienti meridionali constatano la differenza qualitativa tra gli ospedali padani e quelli del mezzogiorno.
Se la sanità è in coma, il lavoro al sud è in agonia. I disoccupati presi in carico nei programmi di reinserimento lavorativo, come il programma Garanzia occupazione lavoro o i Tirocini inclusione sociale, che nella narrazione delle destre (e non solo) avrebbero dovuto costituire alternative concrete al tanto bistrattato reddito di cittadinanza, rimangono precari, sottopagati, costretti a frequentare corsi di formazione di dubbia efficacia, in cambio di tre o quattrocento euro al mese. Il Gol in Calabria è finanziato con 140 milioni di euro. Comincia a somigliare ai vecchi Lavori socialmente utili o di Pubblica utilità: sbocchi occupazionali scarsi, compensi irrisori, contratti brevi, caporalato legale.
Simbolo di questa acida volatilità è il Ponte sullo stretto. L’idea stessa comincia a risultare beffarda per chi ogni giorno viaggia su strade disastrate, si ritrova in casa tonnellate di fango vomitato da frane e fiumi esondati, soffre l’isolamento nei territori privi di collegamenti col resto del Paese.
Immanente rimane pure la mafia borghese, che continua a fungere da polizia parallela, soffoca le istanze di libertà e la volontà di cambiamento. Tuttavia, aumenta il numero degli scavallati dall’indotto del crimine. In passato, dinastie politiche e famiglie criminali garantivano protezione e sostentamento a milioni di persone, in cambio di voti e prestazioni servili. Oggi le risorse disponibili si sono ridotte. Scarseggia il foraggio. Hanno fame i clienti del notabilato tribale.
Frattanto rifiorisce un mutualismo sincero, cresce l’associazionismo impegnato nel soccorrere vecchie e nuove povertà ed aumenta la diffidenza verso le istituzioni locali. Ci si chiede a cosa servano i relitti delle Province; emerge l’impotenza delle Regioni. I Comuni rimangono istituzioni tangibili, pur avendo subito pesanti tagli di funzioni e risorse. Non a caso, mantengono un relativo consenso quei pochi sindaci rimasti presenti nelle strade, sugli argini dei fiumi, nei quartieri del degrado.
Il successo del No al sud nel referendum sulla giustizia parla anche di questa insofferenza, ma non deve illudere: in parte è stato condizionato dai voti dei meridionali residenti all’estero, iscritti all’Aire. Di sicuro, il risultato non attesta il grado di attrazione popolare verso le forze politiche istituzionali ed i partiti, che quando non si mantengono capaci di erogare assistenzialismo, sono percepiti come élite.
Di tutto ciò si parlerà nelle due giornate cosentine. A 100 anni esatti da quando Antonio Gramsci la inquadrò, la questione meridionale è ancora aperta: i sud attendono giustizia ed eguaglianza sociale, costruendo solidarietà e conflitto.
Claudio Dionesalvi
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