Leo: "Il coraggio e l’intuito di Vittorio Occorsio, un magistrato che ha combattuto contro il terrorismo nero ed i misteri d’Italia, a difesa della democrazia"

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Vittorio Occorsio

  10 luglio 2026 14:40

di MARIA GRAZIA LEO

“…il pubblico ministero che in quest’aula deve chiedere l’affermazione della giustizia penale sia in senso favorevole che sfavorevole agli imputati, deve concludere per l’assoluzione di…”

Non stiamo spiegando il ruolo del Pubblico ministero a ridosso del referendum sulla giustizia/magistratura. Di quello ci siamo occupati precedentemente.

Questa frase ha una sua data, un suo luogo, ha una sua firma, un suo autore con indosso una toga nera e la Costituzione scolpita nel cuore. Siamo nel 1967 presso il Tribunale di Roma e colui che firma e pronuncia quella frase nell’ambito della sua requisitoria è il magistrato Vittorio Occorsio.

Ma vi chiederete, chi era Vittorio Occorsio? D’altra parte stiamo parlando di fatti avvenuti in un tempo remoto, roba da archivio storico direte perché si ricordano persone, vicende sepolte e per le quali sarebbe opportuno non rispolverarle, non farle rivivere. Forse sì, ma forse anche no, diremmo noi!    

Nato e cresciuto a  Roma nel 1929 da una famiglia di origini napoletane, già dai tempi del Liceo il giovane Vittorio aveva capito e deciso quale sarebbe stata la sua professione, la sua missione di cittadino italiano: entrare in magistratura, al servizio della Repubblica italiana, per tutelare i diritti dei più deboli e indifesi; come?...attraverso il rispetto e l’osservanza della legge, amministrare giustizia in senso equo per tutti i fruitori, senza privilegi, preferenze, influenze o condizionamenti politici, economici, sociali o di altro genere. La legalità -senza se e senza ma- sarà il suo pensiero cardine e la sua costante azione quotidiana. Vittorio Occorsio -così- dopo la laurea in giurisprudenza conseguita nel 1953 verrà messo in ruolo nell’ordinamento giudiziario nel 1957 con il primo incarico di Pretore, prima a Roma, poi a Frosinone e infine a Terni. Successivamente, nel 1964, diventerà sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma. Verrà assegnato nella Sezione “ufficio stampa” chiamata ad occuparsi dei reati di calunnia e diffamazione a mezzo stampa. Quell’anno non è un anno qualsiasi o di routine. Nell’aria c’era qualcosa che aleggiava negativamente, si udiva un certo tintinnar di sciabole che avrebbe potuto mettere a repentaglio e intaccare le fondamenta dello Stato di diritto e la vita democratica del Paese.

È il maggio del 1967, quando il settimanale l’Espresso pubblica a firma del suo direttore Eugenio Scalfari e del giornalista Lino Jannuzzi una serie si scoop molto gravi e decisamente impattanti per l’Italia politica e civile e per la tutela delle sue istituzioni. In quegli articoli si affermava che per il 14 luglio del 1964 si stava progettando un Golpe, un colpo di Stato definito “Piano Solo” ad opera del Sifar -il servizio segreto militare italiano- ideato dal Generale dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo, ex capo del Sifar, negli anni dal 1962 al 1966 Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, successivamente nominato Capo di Stato maggiore dell’Esercito italiano, fino a ad essere eletto in parlamento nelle file del partito monarchico.

L’obiettivo del piano era ben delineato: schedare segretamente ed in modo illegittimo, attraverso dossieraggi aventi anche natura ricattatoria una serie di personalità del mondo della politica prettamente con orientamento di sinistra, alcune figure del mondo ecclesiale, imprenditoriale, militare ritenute dagli ideatori un pericolo potenziale per la sicurezza e l’ordine pubblico. Tutto questo avrebbe comportato -nel caso la situazione nel paese avesse degenerato- di far scattare un piano d’emergenza con il quale si sarebbero dovute prelevare/sequestrare quei soggetti ‘pericolosi’ e trasferirli in un luogo già predisposto che facesse loro da custodia ed isolamento dall’agire. Il tutto però avvenne tenendo all’oscuro le autorità competenti per legge e responsabili dell’ordine pubblico e della sicurezza dello Stato, quali il ministero dell’interno e della difesa e gli organi sottoposti. L’Espresso- per completa informazione – scrisse pure che a concorrere a ciò ci sarebbe stato anche l’avallo istituzionale dell’allora Presidente della Repubblica, Antonio Segni…una notizia che però non trovò supporto probatorio. Era logico che informazioni di tale natura, sconvolgenti per tutti gli italiani, avrebbero generato degli effetti politici e giudiziari da parte soprattutto di chi si sentì leso e chiamato in causa. Per cui il generale De Lorenzo fece scattare la querela nei confronti di quei giornalisti, per il reato di diffamazione e calunnia a mezzo stampa.  Ed è da questo momento che entrerà in partita, nella storia dei misteri, delle stragi, dei sequestri, dei depistaggi, delle prove false o indagini pilotate, il magistrato Vittorio Occorsio che per una serie di intrecci e giochi del destino, di regole procedurali, si troverà a ripercorrere ed indagare su casi, vicende particolari riguardanti personaggi molto discutibili e funzionari dello Stato infedeli alla Repubblica. Per motivi  di spazio e per non tediare più di tanto i lettori è chiaro che non possiamo snocciolare meticolosamente nei dettagli la sequenza storica e cronologica degli eventi e delle importanti inchieste del sostituto procuratore ma ciò che interessa porre all’attenzione è la figura integerrima, di specchiata moralità, il prezioso contributo investigativo che ha avuto Vittorio Occorsio, che definiamo “ visionario” per aver intuito in anticipo situazioni, circostanze, presunte verità impensabili, che non è riuscito a portare a termine e a dimostrare . E tra poco capiremo il perché.

È decisamente interessante e formativo leggere alcuni stralci della sua requisitoria nella quale a dispetto dall’aver chiesto il rinvio a giudizio dei giornalisti indagati per i reati di diffamazione e calunnia, alla fine il Pubblico ministero Vittorio Occorsio chiederà al Tribunale di assolverli perché si era convinto con i fatti che avevano ragione. Illuminante è la lectio magistralis che ci offre quando affronta il tema della libertà di stampa e dell’art. 21 della Costituzione in cui “si tutela la fondamentale libertà dell’uomo di manifestare il proprio pensiero, alla quale corrispondono il diritto di opinione e il diritto di informazione”. Una lucida analisi sulla distinzione tra i due diritti, il primo inteso come diritto di censura e di critica giornalistica, il secondo come diritto di cronaca in cui si evidenziano plasticamente i fatti. “Il giornalista -spiegava il Pm Occorsio- ha il diritto di narrare i fatti di cui è a conoscenza e di valutarli criticamente…con il limite del rispetto della verità e dell’interesse sociale …senza entrare in esposizione di fatti privati. È una valutazione che è una verità soggettiva e non pretende affatto di essere una verità assoluta” Quindi in questo ambito c’è una tutela piena per chi scrive. Il caso De Lorenzo, secondo le indagini dell’accusa, rispecchia le due fattispecie “…dire che egli ha tentato un procedimento autoritario è indubbiamente una cosa che investe contemporaneamente il diritto di cronaca e di critica; quando si parla di preparare, di tentare è evidente che siamo nel campo intenzionale, i fatti sono le azioni materiali, il comportamento tenuto”. La risposta ai quesiti di questa causa è chiara per il sostituto procuratore Occorsio: “I fatti riferiti come cronaca, i fatti materiali sono stati provati…pertanto il Pubblico ministero che in quest’aula deve chiedere l’affermazione della giustizia penale in senso favorevole che sfavorevole agli imputati, deve concludere per l’assoluzione di Scalfari e Iannuzzi da tutte le imputazioni”. Questo è stato un primo esempio che abbiamo voluto approfondire allo scopo di delineare e conoscere l’operato di un magistrato, professionale, scrupoloso, con una lodevole preparazione storica, ancorato saldamente nell’ambito della giurisdizione ai principi di legalità e giustizia, qual è stato Vittorio Occorsio. Un magistrato che non è ricordato solo per questa vicenda ma che per una serie di corsi e ricorsi storici, coincidenze, turni di servizio, norme di procedura penale a partire dal 1969 si è imbattuto in istruttorie d’inchieste importantissime, riguardanti le pagine più buie della nostra Repubblica insanguinata dal terrorismo e dalla sua violenza più efferata, indagando con un intuito, con un sapere investigativo ed una visione tale, che solo dopo e nel tempo gli verrà riconosciuta, praticamente post mortem.

Occorsio è il primo inquirente che prenderà in mano il fascicolo sulla prima strage terroristica d’Italia, quella di Piazza Fontana, avvenuta a Milano nel 1969.  Si accorge subito che dietro quella bomba micidiale -che causò 12 morti oltre che tanti feriti- non potevano essere stati solo gli appartenenti al movimento anarchico di Avanguardia nazionale. Ma c’era dell’altro…gli esecutori non coincidevano ideologicamente con i mandanti, quest’ultimi appartenevano -all’opposto- al gruppo terrorista neo fascista di Ordine Nuovo, supportato e istigato da ambienti e apparati collusi e corrotti che agivano contro lo Stato democratico. Ma il magistrato non può concludere la sua inchiesta perché ad occuparsene saranno -per competenza territoriale o altre motivazioni e decisioni della Corte di Cassazione- diverse Procure e diverse Corti d’Assise nelle fasi processuali, da Milano a Catanzaro, a Bari…In totale i processi nel corso degli anni furono sette e l’ultimo nel terzo grado di giudizio che si concluse in Cassazione nel 2005 attestò la non colpevolezza dei vari imputati; per cui quella terribile strage ancora oggi non ha nessun responsabile. Tutto rimane avvolto nelle nebbie dei sospetti, delle ipotesi, del detto e non detto, dei ricordo e dei non ricordo ecc…

Su Ordine Nuovo il sostituto procuratore riesce però ad andare fino in fondo- nelle indagini- e nel 1973 manderà a processo ben 30 esponenti di questo gruppo di estrema destra che farà condannare per il reato di ricostituzione del disciolto partito fascista. Ma non si fermerà qui…giungerà ad ottenere dal ministro degli interni dell’epoca -Paolo Emilio Taviani- un decreto di scioglimento del movimento stesso, perché si trattava di un gruppo eversivo, il braccio esecutivo etero diretto da altri poteri più forti e da molteplici interessi occulti e nefasti miranti a destabilizzare il Paese, le istituzioni, a frenare le riforme politiche in programma e lo sviluppo democratico e civile in atto. Questa inchiesta, per Vittorio Occorsio, sarà una delle prime cause che segneranno il destino barbaro e crudele al quale sarà chiamato- purtroppo a breve- ad andare incontro.

Ma nonostante le continue minacce ricevute in vari modi, le scritte sui muri di Roma che inveivano così: <<Libertà per i camerati…Occorsio Boia>>, le difficoltà che riscontrava anche all’interno dell’ambiente giudiziario, le critiche provenienti da alcune parti del mondo politico, egli continuerà a testa alta ad indossare la sua toga di magistrato, con onore e dignità, in nome della Repubblica italiana e nel rispetto doveroso della Costituzione.

Si occuperà di indagare sui crimini della Banda dei marsigliesi, dedita ai sequestri di persona e scoprirà che molti di questi venivano eseguiti per ricavare i soldi necessari ad organizzare attentati, impostare materialmente scene e trame eversive o depistaggi o false prove ecc… Al collega Ferdinando Imposimato, confessò: “Sono certo che dietro i sequestri ci siano delle organizzazioni massoniche deviate e naturalmente esponenti del mondo politico. Tutto rientra nella strategia della tensione: seminare il terrore tra gli italiani per spingerli a chiedere un governo forte, capace di ristabilire l’ordine”.

Si imbatterà – oggi si direbbe a sua insaputa- nella “conoscenza embrionale” di quella che poi verrà scoperta successivamente - nel 1981- e sarà indicata come loggia massonica deviata P2, diretta dal Venerabile Licio Gelli ed avente tra i suoi aderenti altissimi funzionari dello Stato, ministri, parlamentari, generali, imprenditori, vertici dei Servizi segreti. Vittorio Occorsio si trovò difronte ad un intreccio di situazioni pericolose, infime, sorprendenti per la gravità dei componenti e per gli obiettivi che si volevano ottenere, in modo illegittimo contro le regole della giovane democrazia rinata, dopo la Resistenza.

Tutto si teneva, tutto era perfettamente legato ed efficacemente oleato, tutto combaciava in un unico disegno eversivo, anche se grazie ad una ben rappresentata realtà “apparente”…la verità sembrava spezzata, disarticolata, impossibile dal credervi, dal vederla, dal provarla e contrastarla fermamente. Il sostituto procuratore romano- invece- intuisce tutto e bene e decide di non si fermarsi. Ordine Nuovo intanto dopo lo scioglimento, si riorganizza e lui istruisce una seconda inchiesta, effettua 100 arresti… È ben convinto di quello che sta facendo, tant’è che disse “Io di criminali veri o presunti ne ho conosciuti tanti, ma questi sono davvero pericolosi”.

E quella pericolosità, il Pubblico ministero Vittorio Occorsio la provò direttamente, la sentì violentemente diretta sulla sua persona, sul suo corpo, il mattino del 10 luglio del 1976, a Roma in via Mogadiscio. Intorno alle 8.30 circa mentre si stava recando- da solo- in Procura, con la sua Fiat 125 ( erano ormai trascorsi due anni da quando gli avevano revocato la scorta) viene affiancato sulla strada da un commando di Ordine Nuovo con in prima linea il suo comandante militare, Pierluigi Concutelli che lo colpirà -si disse da chi li contò- con ben 32 raffiche di mitra, fermandolo per sempre perché Vittorio Occorsio non poteva andare oltre nelle indagini, non poteva e doveva superare quel confine, alla ricerca di verità inaudite, indicibili e portare a condanne eventuali i responsabili penali dei reati gravissimi riscontrati.

Per l’omicidio Occorsio la Cassazione, nel 1979, confermerà la condanna definitiva di Concutelli come esecutore; i mandanti ancora oggi non hanno avuto un volto. Che cosa dire di più, di quanto, di cosa ha fatto e di chi è stato Vittorio Occorsio, di questo magistrato e uomo esemplare, con valori e principi virtuosi -d’altri tempi- che oggi si farebbero bene a riprendere saggiamente e riaffermare culturalmente nel tessuto sociale, anche in suo nome e a sua memoria. Noi preferiamo concludere permettendoci di riprendere un bel passaggio, rilasciato in un’intervista resa su “ L’Espresso” dall’ex Procuratore generale della Cassazione- Giovanni Salvi- oggi presidente del Comitato scientifico della Fondazione “ Vittorio Occorsio”: La requisitoria di Occorsio ( nella causa Sifar/ De Lorenzo – Scalfari- Iannuzzi-) è la manifestazione più chiara della mobilitazione delle migliori energie, che negli anni ’60 e ’70  << con disciplina ed onore>> hanno difeso la Costituzione repubblicana.

In occasione del cinquantesimo anniversario della sua scomparsa- in Italia- quest’anno sono a lui dedicate mostre itineranti, convegni, incontri nelle scuole, allo scopo di sensibilizzare soprattutto i giovani all’importanza della memoria, di fare memoria che li possa aiutare a crescere  e formarsi culturalmente sugli ideali, sui valori per i quali si sono immolati, il magistrato “ visionario” e lungimirante Vittorio Occorsio e tutte le vittime del terrorismo rosso e nero che con i loro corpi, con la loro dirittura morale e indipendenza di giudizio e di azione hanno fatto da argine e da scudo estremo alla Legge fondamentale dello Stato e alle sue istituzioni, quelle sane, quelle autentiche, quelle democratiche.  

   


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