
di DON PIERO SCICCHITANO
PREMESSA
Dopo Rut, che trova casa a Betlemme, Israele è di nuovo in pericolo. Un esercito imponente lo circonda. Il generale è Oloferne, al servizio di Nabucodonosor. La paura si diffonde e anche i capi della città di Betulia valutano la resa. In questo buio, dove il ragionamento umano conduce alla resa, viene suscitata una vedova. Il suo nome è Giuditta, che significa "Giudea", cioè donna del suo popolo. Non è una guerriera armata di spada. È una donna che prega, digiuna e custodisce la propria casa. Eppure sarà lei a portare la liberazione.
1. ASPETTO PSICOLOGICO - La donna che non si rassegna
I capi stabiliscono: se entro cinque giorni Dio non interverrà, ci si arrenderà. Si tratta di una fede a scadenza. Giuditta li convoca e afferma: chi siete voi per mettere alla prova Dio? (cfr Gdt 8). Sul piano psicologico, la figura di Giuditta indica la possibilità di non rassegnarsi al discorso della paura. Mentre si diffonde l'idea che non vi sia più nulla da fare, viene custodita una lucidità diversa: non si mette fretta a Dio, ma non ci si consegna al nemico. Vedova da tre anni, vive sola, eppure non rimane chiusa nel lutto. Emerge un cuore libero, che non si lascia comprare dalla paura.
2. ASPETTO MORALE - La donna che rischia
Giuditta compie un gesto impensabile: si veste con eleganza, indossa i propri gioielli e si reca da sola nel campo nemico. Non con le armi, ma con la propria bellezza e intelligenza (cfr Gdt 10). Entra nella tenda di Oloferne. Egli la desidera, organizza un banchetto e beve fino a ubriacarsi. Lì, di notte, mentre egli dorme, dopo aver pregato, con la sua stessa spada gli taglia la testa (cfr Gdt 13). Sul piano morale, il testo non nasconde la durezza del gesto. Resta un'uccisione, e ogni uccisione rimane un male che ferisce anche chi la compie per necessità. Giuditta non agisce per odio personale, ma si trova a portare su di sé il peso estremo di una scelta compiuta per amore del proprio popolo, in un contesto in cui l'unica alternativa appariva essere lo sterminio dei suoi.
3. ASPETTO RELIGIOSO - La donna che prega
Prima di agire, Giuditta prega. E prega a lungo. Si cosparge di cenere, digiuna, invoca il Dio dei padri. Dice: "Dammi forza in questo giorno" (cfr Gdt 9). Sul piano religioso, tutta la forza di Giuditta proviene da lì. Non si tratta di seduzione, ma di consacrazione. Dopo la vittoria, non trattiene per sé la gloria. Si reca al Tempio e intona un cantico di lode, come Debora: "Lodino Dio con i tamburelli, cantino al Signore con i cembali" (cfr Gdt 16). La mano di una donna ha operato la salvezza, ma la vittoria appartiene a Dio.
CONCLUSIONI
Al termine del libro, Giuditta fa ritorno alla propria casa, vive fino a 105 anni e nessuno più osò impaurire Israele finché ella visse (cfr Gdt 16). Non diventa regina. Torna a essere vedova, libera, nella propria casa. E questo rappresenta il miracolo più grande: la vittoria non viene usata per affermare se stessi, ma per restituire la pace. Dalla figura di Giuditta emerge che Dio ha bisogno di cuori liberi, non di eserciti.
Mi hai insegnato così, Signore,
che non devo arrendermi alla paura,
né mettere scadenze alla tua provvidenza.
E ho capito:
non era la mia mano
a dover essere forte,
eri Tu
a combattere in me.
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