Il silenzio che "spegne" il cervello: intervista a Lorenzo Festicini (INA) sul declino cognitivo

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images Il silenzio che "spegne" il cervello: intervista a Lorenzo Festicini (INA) sul declino cognitivo


  20 aprile 2026 11:17

Esiste un legame invisibile, ma scientificamente ferreo, tra la salute delle nostre orecchie e la lucidità della nostra mente.  Se l'udito cala, il cervello rischia di "atrofizzarsi". 
Ne abbiamo parlato con il Dott. Lorenzo Festicini, Audioprotesista esperto nella riabilitazione uditiva, per capire perché non sentire bene non è solo un fastidio sociale, ma una vera emergenza neurologica.
 
Dott. Festicini, la ricerca scientifica parla chiaro: la sordità non trattata è uno dei principali fattori di rischio modificabili per la demenza. Perché il cervello soffre così tanto quando smettiamo di sentire?
 
«È una questione di "carico cognitivo". Quando l’udito è danneggiato, i segnali che arrivano al cervello sono deboli e distorti. Immagini di dover comporre un puzzle in cui mancano metà dei pezzi e i restanti sono sbiaditi: il cervello deve fare uno sforzo immane per dare un senso a ciò che ascolta. 
Questa fatica cronica ruba energia preziosa ad altre funzioni, come la memoria e il ragionamento. 
Alla lunga, le aree cerebrali deputate all’ascolto, non essendo più stimolate, iniziano letteralmente a rimpicciolirsi.»
 
Quindi è un effetto "usa o perdi"?
 
«Esattamente. Il cervello è un muscolo plastico. Se smettiamo di alimentarlo con gli stimoli sonori, lui si ritira. Ma c’è anche un fattore sociale: chi non sente bene tende a isolarsi, evita le cene con gli amici, si chiude in se stesso. La solitudine è benzina sul fuoco per il declino cognitivo. Trattare la sordità significa, di fatto, mantenere il cervello allenato e connesso al mondo.»
 
In questo scenario, molti pensano che basti "prendere un apparecchio" per risolvere il problema. Perché, invece, la figura dello Specialista Audioprotesista è insostituibile?
 
«Perché l'apparecchio acustico non è un elettrodomestico che si accende e via. È un presidio medico che richiede una riabilitazione uditiva personalizzata.  Lo specialista non si limita a vendere una tecnologia; deve "rieducare" il cervello a sentire suoni che aveva dimenticato.  Senza una guida esperta che regoli i dispositivi in base alla plasticità cerebrale del paziente, il rischio di rigetto è altissimo: il paziente sente troppo rumore, si spaventa e chiude l'apparecchio nel cassetto, condannando il proprio cervello a un isolamento ancora più rapido»
 
Cosa direbbe a chi aspetta anni prima di farsi controllare, pensando che "in fondo è solo l'età"?
 
«Direi che il tempo è il nostro peggior nemico.  Prima interveniamo, più memoria preserviamo. 
Aspettare che la sordità diventi grave significa intervenire quando i circuiti cerebrali sono già compromessi.  Lo specialista audioprotesista è il custode di questa transizione: attraverso test specifici e un monitoraggio costante, garantisce che la stimolazione sia corretta, sicura ed efficace. 
Non stiamo solo ripristinando l’udito, stiamo proteggendo l’identità e la lucidità della persona.»


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