L'avv Conidi Ridola: "Chiarezza non è politicizzazione, una riflessione sul caso COA di Catanzaro"

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  24 gennaio 2026 11:19

di MARIA CLAUDIA CONIDI RIDOLA* 

Negli ultimi giorni, il dibattito attorno alla vicenda che coinvolge il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Catanzaro ha assunto toni sempre più accesi, fino a essere inquadrato, da più parti, come un presunto “attacco politico”. Una lettura che, per molti iscritti e osservatori, rischia però di distorcere il senso profondo di quanto sta accadendo.

Il punto centrale non è – o non dovrebbe essere – la contrapposizione tra schieramenti o correnti, ma la necessità di fare piena luce su una situazione che, per la sua rilevanza e per l’eco pubblica che ha generato, merita attenzione e trasparenza nell’interesse di tutti. Chiarire fatti considerati gravi non equivale, di per sé, a politicizzare una vicenda. Significa, piuttosto, attivare gli strumenti che l’ordinamento prevede per garantire la tutela delle istituzioni e degli organismi che rappresentano una categoria professionale.

In questo contesto si colloca anche l’interrogazione parlamentare presentata dall’onorevole Vittoria Baldino. È importante ricordare che solo chi ricopre un ruolo istituzionale, come quello di deputato, ha la possibilità di sollecitare formalmente il Ministero della Giustizia su ipotesi di commissariamento o su richieste di verifica. L’utilizzo di questo strumento non implica automaticamente un intento politico o una volontà di colpire qualcuno per appartenenza o per posizione ideologica: è, prima di tutto, l’esercizio di una prerogativa prevista dalla legge. Il rischio, altrimenti, è quello di trasformare ogni richiesta di chiarimento in una presunta manovra di parte, svuotando di significato gli strumenti di controllo e di garanzia che esistono proprio per tutelare l’interesse collettivo.

Va inoltre ricordato che le richieste avanzate attraverso un’interrogazione parlamentare non producono effetti automatici, ma sono sottoposte a una serie di filtri e valutazioni istituzionali. Anche l’ipotesi di commissariamento sollecitata dall’onorevole Baldino deve, infatti, passare attraverso verifiche formali e sostanziali da parte degli organi competenti, chiamati ad accertare se sussistano o meno i presupposti legittimanti previsti dall’ordinamento. Nessuno assume per scontata l’esistenza di tali condizioni: ciò che viene chiesto è, piuttosto, che esse siano oggetto di un accertamento rigoroso e imparziale, proprio a garanzia dell’ente e di tutti i suoi iscritti. Se esistono iscritti, dirigenti o figure pubbliche che hanno scelto, legittimamente, di aderire a questa o a quella corrente politica, si tratta di una decisione personale, non di un elemento che dovrebbe automaticamente colorare di “politica” ogni atto o iniziativa che li riguardi.

Un altro aspetto che merita di essere sottolineato è la fiducia riposta nell’operato della magistratura. La circostanza che la vicenda sia all’attenzione della Procura della Repubblica viene, da molti, interpretata come una garanzia di serietà e imparzialità. In un ordinamento fondato sulla separazione dei poteri, affidarsi al lavoro degli organi inquirenti significa riconoscere che l’accertamento dei fatti segue percorsi autonomi e indipendenti da logiche politiche. Parlare di “attacco” o di “strumentalizzazione” rischia di spostare l’attenzione dal cuore della questione: la tutela dell’Ordine stesso. Un organismo che, negli ultimi tempi, è stato esposto a un forte clamore mediatico, a recriminazioni pubbliche e a querelle che ne hanno inevitabilmente intaccato l’immagine e la credibilità. In questo senso, la richiesta di chiarezza non appare come un tentativo di sanzionare o colpire, ma come un’esigenza di protezione e di ripristino della fiducia.

Dal punto di vista di molti iscritti, l’interesse primario non è individuare vincitori o vinti sul piano politico, ma comprendere se vi siano aspetti della vicenda che non sono ancora pienamente emersi e che richiedono un approfondimento istituzionale. La trasparenza, in casi come questo, non è un lusso né un’arma di parte: è una condizione essenziale per restituire dignità e autorevolezza a un ente che rappresenta una professione e, più in generale, un presidio di legalità. In un clima in cui ogni inchiesta o iniziativa rischia di essere letta attraverso la lente della contrapposizione politica, forse è il momento di riportare il dibattito su un terreno più sobrio e costruttivo. Chiedere chiarimenti, sollecitare verifiche, confidare nel lavoro delle istituzioni non significa schierarsi, ma esercitare un diritto – e, per certi versi, un dovere – di vigilanza civica.

Perché, alla fine, la vera posta in gioco non è la bandiera di una parte o dell’altra, ma la credibilità di un organismo e la fiducia di chi ne fa parte, di chi è stato o può essere stato leso da condotte oggi denunciate, autodenunciate o comunque oggetto di querele rese pubbliche nonchè futuribili e di cui la collettività degli iscritti e dell’opinione pubblica è stata ampiamente resa edotta.

*Avvocato


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