L'avv Conidi Ridola: "Il Duomo vuoto e la dignità degli ultimi: anche nella morte"

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  01 settembre 2026 09:23

di MARIA CLAUDIA CONIDI RIDOLA*

Prendo spunto da un articolo di Francesco Merlo, pubblicato su la Repubblica il 31 agosto 2026, dal titolo “Il Duomo vuoto e i funerali del clochard”. La notizia è quella di un funerale celebrato nel Duomo di Caserta per un uomo senza dimora, con la chiesa rimasta per gran parte vuota. Un’immagine che, più della cronaca, dovrebbe interrogarci.

Perché quel Duomo vuoto non racconta soltanto la morte di un uomo solo. Racconta una condizione di solitudine che spesso comincia molto prima della morte e che riguarda migliaia di persone invisibili: chi non ha una casa, chi non ha una famiglia, chi non ha denaro, chi non riesce neppure ad accedere alle cure di cui avrebbe bisogno.

E qui la riflessione diventa anche giuridica.

Esiste un diritto del defunto?

Tecnicamente non possiamo parlare di un diritto soggettivo del defunto nel senso ordinario, perché con la morte viene meno la soggettività giuridica. Ma l'ordinamento non considera affatto il corpo del morto una cosa qualsiasi né lascia senza tutela la sua memoria. Esiste una disciplina della sepoltura e della polizia mortuaria e, soprattutto, esiste una tutela della pietà verso i defunti e del rispetto dovuto alle spoglie.

La stessa Cassazione ha riconosciuto alla pietà verso i defunti la natura di sentimento-valore della comunità, collegandola alla tutela della personalità e all'art. 2 della Costituzione. Non è dunque soltanto una questione privata o familiare: il rispetto per chi è morto appartiene anche al patrimonio morale di una comunità civile.

E allora il tema diventa ancora più profondo.

Che cosa accade a chi è stato invisibile in vita e rischia di esserlo anche nella morte?

Quante persone muoiono sole per strada? Quante arrivano alla fine della loro esistenza senza aver avuto la possibilità di curarsi adeguatamente, di avere una casa, un'assistenza, qualcuno che si accorga della loro sofferenza?

Non è soltanto una questione di povertà. È una questione di civiltà.

Una persona che non può permettersi una cura non è meno persona. Un uomo che dorme per strada non perde i suoi diritti fondamentali. Un nullatenente non vale meno di chi possiede tutto. E neppure la morte dovrebbe cancellare quella dignità che spesso, già in vita, la società gli ha negato.

Per questo credo che dovremmo auspicare un vero passaggio di civiltà.

Un passaggio che non si misuri soltanto nella capacità di accogliere chi arriva da fuori, tema certamente importante, ma anche nella capacità di guardare dentro casa nostra e di accorgerci di chi già vive ai margini della nostra comunità.

Prima ancora di chiederci chi entra, dovremmo chiederci chi stiamo lasciando morire fuori.

Perché ci sono persone che non muoiono soltanto una volta. Muoiono lentamente quando vengono private della casa, della salute, delle relazioni, dell'assistenza, della possibilità di essere ascoltate. E poi, qualche volta, muoiono davvero, su un marciapiede o in una stanza, senza che nessuno se ne accorga.

E allora il Duomo vuoto di Caserta diventa il simbolo di qualcosa che va oltre quel funerale.

Non basta garantire a un uomo una sepoltura dignitosa quando è morto. La vera civiltà dovrebbe impedirgli, per quanto possibile, di morire da solo perché nessuno si è occupato di lui quando era ancora vivo.

La dignità non può essere un diritto riconosciuto soltanto a chi può permettersela.

E una società si misura soprattutto da questo: da come tratta chi non ha nulla da offrirle in cambio.

Anche nella morte.

*Avvocato