L'avv Conidi Ridola: "Più che imbarazzanti, inquietanti: quando il linguaggio istituzionale perde misura"

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  25 marzo 2026 07:27

di M.CLAUDIA CONIDI RIDOLA *

Il recente intervento social del magistrato Francesco Agnino, in servizio presso la Corte di Cassazione, non può essere archiviato come una semplice esternazione personale. Le parole pubblicate all’indomani dell’esito referendario sulla separazione delle carriere rappresentano, al contrario, una nota stonata — e per molti versi preoccupante — in un contesto che avrebbe richiesto ben altra compostezza istituzionale.

In una fase delicata, quale quella successiva a una consultazione popolare, il rispetto dell’esercizio democratico del voto dovrebbe costituire il minimo comune denominatore tra le istituzioni. Eppure, quanto accaduto sembra andare nella direzione opposta. Il tono utilizzato, le espressioni impiegate e, soprattutto, il richiamo esplicito al proprio “angolo privilegiato” all’interno della Corte di Cassazione restituiscono l’immagine di un intervento calato dall’alto, percepito come distante — se non addirittura sprezzante — nei confronti di altri operatori del diritto. Il dato è tanto più significativo se si considera il contesto: un referendum che, al di là degli esiti, ha mostrato evidenti limiti sul piano comunicativo. La percezione diffusa tra i cittadini è stata quella di una consultazione poco chiara, spesso incomprensibile nei suoi contenuti tecnici. Non sorprende, quindi, che molti abbiano espresso il proprio voto in condizioni di incertezza. In questo scenario, il compito delle istituzioni avrebbe dovuto essere quello di favorire chiarezza, equilibrio e rispetto. Non certo alimentare divisioni. Il post del magistrato, invece, ha prodotto un effetto opposto: indignazione. Non soltanto tra gli avvocati — esplicitamente richiamati — ma anche tra quanti ritengono che il rispetto reciproco tra le diverse componenti della giurisdizione sia un presupposto imprescindibile. Magistrati e avvocati, pur con ruoli distinti, partecipano entrambi alla realizzazione della giustizia. Non esiste una gerarchia di dignità tra chi giudica e chi difende.

Particolarmente inquietante appare il riferimento ai “sassolini dalle scarpe”. Un’espressione che, in un contesto informale, potrebbe anche passare inosservata, ma che assume un significato ben diverso se pronunciata da chi esercita funzioni apicali nell’ordinamento giudiziario. Da quali esperienze derivano questi “sassolini”? E soprattutto: perché scegliere proprio il momento successivo a un esito referendario per darvi voce? Domande che restano aperte e che alimentano il sospetto di un risentimento personale sfociato in una sede e con modalità del tutto inadeguate. I social network sono certamente strumenti di libera espressione. Ma la libertà, soprattutto quando esercitata da chi riveste funzioni pubbliche di rilievo, non può mai prescindere dal senso della misura, dal rispetto dei ruoli e dalla consapevolezza dell’impatto delle proprie parole. Non tutto ciò che si può dire, è opportuno dirlo in ogni contesto. Resta, in definitiva, un senso di amarezza. Perché episodi come questo sembrano confermare — più che smentire — l’esistenza di una certa autoreferenzialità del potere, percepita come distante e talvolta impermeabile al confronto. Ed è proprio questa percezione che, nel dibattito pubblico, alimenta tensioni e sfiducia.

In questo quadro si inserisce con forza e lucidità l’iniziativa dell’avvocato Antonello Talerico, che ha formalmente segnalato l’accaduto alle autorità competenti. Un intervento che non appare mosso da spirito corporativo, ma dalla necessità di riaffermare un principio fondamentale: la magistratura deve essere non solo imparziale, ma anche percepita come tale. Se “imbarazzanti” possono essere ritenuti, secondo il dott. Francesco Agnino, gli scritti di alcuni avvocati e colleghi, ciò che appare ben più che imbarazzante — e francamente inquietante — è il messaggio da lui stesso divulgato. Un messaggio che non restituisce in alcun modo quell’equilibrio e quella compostezza che dovrebbero contraddistinguere chi esercita la funzione giudiziaria, tanto più quando si tratta di un magistrato della Corte di Cassazione. Una figura istituzionale di tale livello è chiamata a incarnare misura, sobrietà e senso delle istituzioni: qualità che, in questa vicenda, risultano difficilmente rintracciabili.

*Avvocato


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