L'avv Conidi Ridola: "Tra notizie, sospetti e dignità della professione: una riflessione sull’equilibrio dell’avvocatura"

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L'avv Maria Claudia Conidi Ridola

  19 gennaio 2026 12:22

 di M. CLAUDIA CONIDI RIDOLA  *

La recente sentenza del Consiglio Nazionale Forense che ha ribadito il dovere dell’avvocato di mantenere un comportamento improntato a correttezza, misura e rispetto nei rapporti con colleghi, operatori della giustizia e istituzioni, offre uno spunto di riflessione che travalica il singolo episodio disciplinare. Quel richiamo, in realtà, riguarda il modo in cui l’intera classe forense si rappresenta all’esterno e il valore che attribuisce alla propria funzione pubblica.

In queste settimane, le notizie che continuano ad apparire sugli organi di informazione in merito alle vicende che coinvolgono il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Catanzaro delineano un quadro segnato da esposti, ipotesi di responsabilità contrapposte, sospetti e ricostruzioni divergenti. Al di là dei contenuti specifici, ciò che emerge con maggiore evidenza è l’effetto destabilizzante che questa esposizione mediatica produce sull’equilibrio e sulla serenità operativa dell’intero corpo dei difensori.

Quando il confronto interno all’avvocatura si sposta dal piano delle regole e delle procedure a quello della contrapposizione pubblica, il rischio non è solo quello di compromettere le posizioni dei singoli, ma di intaccare la credibilità dell’istituzione ordinistica nel suo complesso. Il Consiglio dell’Ordine, infatti, non è un soggetto come gli altri: è un presidio di garanzia, chiamato a rappresentare l’avvocatura, a tutelarne la dignità e a vigilare sul rispetto delle regole deontologiche.

Il susseguirsi di notizie che evocano scenari di conflitto, di presunte manovre e di responsabilità incrociate finisce per alimentare un clima di sospetto che si riverbera su tutti gli iscritti, anche su coloro che non hanno alcun coinvolgimento diretto nelle vicende in corso. In un contesto del genere, operare con serenità, mantenere rapporti professionali improntati alla fiducia e garantire un’immagine unitaria della categoria diventa sempre più difficile.

Il principio affermato dal Consiglio Nazionale Forense – secondo cui il rispetto, la misura e la dignità non sono meri formalismi, ma elementi essenziali della funzione dell’avvocato – assume qui un significato ancora più ampio. Non riguarda soltanto il modo in cui ci si rivolge a un collega o a un operatore giudiziario, ma anche il modo in cui si gestiscono le divergenze interne e le situazioni di crisi istituzionale.

È legittimo, e talvolta doveroso, segnalare presunte irregolarità o chiedere chiarimenti su atti e comportamenti che si ritengono non conformi alle regole. Ma è altrettanto fondamentale che queste istanze trovino la loro sede naturale negli organi competenti, giudiziari e disciplinari, senza trasformarsi in un dibattito pubblico permanente che rischia di sovrapporre il piano mediatico a quello dell’accertamento dei fatti.

La forza dell’avvocatura risiede anche nella sua capacità di affrontare le tensioni con senso delle istituzioni, rispetto dei ruoli e fiducia nei meccanismi di garanzia previsti dall’ordinamento. Ogni altra strada, soprattutto se percorsa in un clima di reciproca diffidenza, rischia di produrre un danno che va ben oltre il singolo episodio e che colpisce l’immagine collettiva della professione.

In definitiva, ciò che oggi appare più urgente è un ritorno a un confronto fondato sulla responsabilità e sulla consapevolezza del ruolo pubblico che l’avvocato esercita. Perché ogni parola, ogni atto e ogni notizia che coinvolge l’Ordine non restano confinati in una dimensione interna, ma si riflettono sul rapporto di fiducia tra cittadini e sistema della giustizia.

Ed è proprio in questa prospettiva che il richiamo del Consiglio Nazionale Forense alla dignità e al decoro professionale può essere letto come un invito non solo ai singoli, ma all’intera comunità forense: preservare l’autorevolezza delle proprie istituzioni significa, prima di tutto, preservare un clima di rispetto, equilibrio e responsabilità, anche – e soprattutto – nei momenti di maggiore tensione.

In questo quadro si inserisce anche il tema, spesso evocato nel dibattito pubblico, del possibile commissariamento dell’Ordine. È opportuno ricordare che tale ipotesi non può essere agitata come uno strumento retorico o come una conseguenza automatica di ogni situazione di conflitto o di esposizione mediatica. La legge professionale forense n. 247 del 2012, all’articolo 33, disciplina in modo puntuale e tassativo i presupposti e le modalità dell’eventuale commissariamento, collegandoli a specifiche condizioni di grave e persistente impossibilità di funzionamento degli organi o a irregolarità tali da compromettere in modo concreto l’esercizio delle funzioni istituzionali.

Alla luce di questo quadro normativo, appare logico pensare che  il semplice susseguirsi di notizie, esposti o contrapposizioni interne possa, di per sé, fondare un commissariamento dell’Ordine appare priva di un solido ancoraggio giuridico. Anche sotto questo profilo, dunque, il richiamo al rispetto delle regole e delle sedi competenti assume un valore centrale: è alla legge, e agli organi da essa previsti, che spetta valutare se e quando ricorrano i presupposti per interventi straordinari, non al dibattito mediatico o alla contrapposizione tra posizioni contrarie.

Ne consegue che ogni eventuale richiesta di intervento, anche straordinario, deve essere sollecitata esclusivamente nei modi e ai sensi di legge, attraverso gli strumenti formali previsti dall’ordinamento e nel rispetto delle competenze delle autorità chiamate a valutare e decidere, evitando scorciatoie comunicative o pressioni esterne che rischiano di alterare il corretto equilibrio istituzionale.

L’auspicio, in conclusione, è che il quadro complessivo possa trovare una definizione in tempi ragionevoli, nel pieno rispetto della legge e delle garanzie previste per tutti, avvocati e non, e per chiunque continui a credere nel valore della giustizia come fondamento della convivenza civile e dell’equilibrio istituzionale.

*Avvocato


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