L'avv Perrone: "La vicenda di Mario Roggero lascia inevitabilmente un senso di amarezza"

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Eugenio Perrone

  16 luglio 2026 09:15

di EUGENIO PERRONE

La vicenda di Mario Roggero, il gioielliere che, dopo aver subito una rapina all'interno della propria gioielleria, inseguì i rapinatori ormai in fuga, uccidendone due, lascia inevitabilmente un senso di amarezza. Amarezza umana, prima ancora che giuridica. È difficile non comprendere il dramma di un uomo che, dopo una vita di sacrifici, vede la propria esistenza travolta prima dalla violenza della rapina e poi da una pesante condanna. Ma il diritto non può essere costruito sulle emozioni del momento. La legittima difesa, nel nostro ordinamento, trova spazio solo quando l'offesa è attuale e la reazione è necessaria e proporzionata. Nel caso di Roggero, i giudici hanno ritenuto che quella reazione sia intervenuta in un momento successivo alla consumazione del delitto, quando i rapinatori avevano già abbandonato la gioielleria e si stavano dando alla fuga. Per questo non è stata riconosciuta la causa di giustificazione della legittima difesa. È il principio che, ancora una volta, la Corte di Cassazione ha ribadito.

La domanda, però, è un'altra. In realtà, il vero nodo non è stabilire se Mario Roggero meriti comprensione. È quasi inevitabile che la susciti. Il punto è un altro: il diritto penale può consentire che la comprensibile reazione emotiva di una vittima diventi, di per sé, un criterio di liceità? Se accettassimo questo principio, il confine tra giustizia e vendetta diventerebbe estremamente labile. E quando i confini del diritto si fanno incerti, non aumenta la libertà: aumenta soltanto l'imprevedibilità delle decisioni. Preferiamo uno Stato di diritto, nel quale il giudice è vincolato alla legge e ai principi di stretta legalità e di tassatività, oppure un sistema nel quale si ampliano gli spazi della discrezionalità, consentendo di decidere caso per caso sulla base di valutazioni sempre più soggettive? E' una riflessione che va ben oltre il singolo processo. Perché ogni volta che chiediamo di allargare le maglie della discrezionalità per risolvere un caso che ci colpisce emotivamente, dovremmo domandarci se saremmo disposti ad accettare quella stessa discrezionalità quando sarà esercitata in un caso che riguarda noi.

Soprattutto in un tempo in cui la magistratura è sempre più esposta a tensioni mediatiche, sociali e politiche, il principio di determinatezza rappresenta una garanzia per tutti, non un ostacolo. Questo significa che il sistema sia perfetto? Assolutamente no.

Un sistema perfetto non esiste e, probabilmente, non esisterà mai. Finché sarà l'uomo, con i suoi limiti, le sue convinzioni e le sue imperfezioni, a costruire il diritto, anche la giustizia resterà inevitabilmente perfettibile. Possiamo discutere se una legge debba essere modificata. È un confronto legittimo, anzi necessario. Ma finché quella legge resta in vigore, il giudice ha il dovere di applicarla, non di riscriverla.Per questo lo Stato di diritto, pur con tutti i suoi limiti, resta la migliore garanzia che una società libera possa darsi. Non perché sia perfetto, ma perché rappresenta il male minore rispetto a qualsiasi sistema nel quale la decisione dipenda dalla sensibilità, dall'emotività o dalla discrezionalità del singolo giudice. La legge può essere cambiata dal Parlamento. Il giudice, invece, deve applicarla. È proprio questa distinzione che tutela i diritti di tutti, anche quando, umanamente, una decisione ci lascia l'amaro in bocca. Ed è forse questa la lezione più difficile da accettare: in uno Stato di diritto non sempre la decisione che avvertiamo come più giusta coincide con quella che il giudice può legittimamente adottare. Eppure è proprio questo vincolo alla legge che, ogni giorno, protegge la libertà di ciascuno di noi. Resta, infine, quel rimedio straordinario che il nostro ordinamento affida alla più alta Istituzione della Repubblica: la grazia. Se questa vicenda presenti o meno quei presupposti sarà soltanto il Presidente della Repubblica a poterlo valutare, secondo coscienza e nell'esercizio delle sue prerogative.


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