L’ultimo viaggio di Angela Donato, Conidi Ridola: “La verità oltre il velo del silenzio”

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  08 ottobre 2026 23:01

di MARIA CLAUDIA CONIDI RIDOLA

È morta Angela Donato, la madre di Santo “Santino” Panzarella, il giovane scomparso nel 2002 e mai più restituito alla sua famiglia.
Sparito in un sol colpo.
Di lei mi restano due occhi lucidi,una voce rotta dal pianto.

Tanta,troppa stanchezza.
Per oltre vent’anni Angela ha cercato la verità. Non la vendetta. Non una condanna a qualunque costo. La verità sulla sorte di suo figlio.

Ha parlato, ha indicato, ha chiesto a chi sapeva di rompere il muro dell’omertà. Fino all’ultimo ha implorato che Santino non venisse ucciso una seconda volta, questa volta nel ricordo, nella memoria, nella verità sulla sua morte.
Quella ricerca è stata affidata anche alle pagine di “L’osso di Dio”, il libro scritto proprio per raccontare questa vicenda. Un libro nel quale sono scolpite le speranze di una madre e, insieme, è rimasto cristallizzato il dolore di una donna alla quale è stato negato persino il diritto più naturale: piangere il proprio figlio, davanti al suo corpo, in una tomba.
E proprio la vicenda giudiziaria di Santino impone una riflessione che, da avvocato, ritengo doverosa.

Un processo penale non coincide necessariamente con l’accertamento assoluto della verità storica. Il processo deve ricostruire un fatto attraverso la prova, secondo regole rigorose, e quando la prova non è sufficiente non può essere la convinzione personale a colmare ciò che manca.

Nel caso di Santino vi era anche la parola di chi quella vicenda l’aveva vissuta direttamente: il suo amico fraterno, la cui morte costituì il punto di rottura, il momento dal quale maturò la scelta di collaborare con la giustizia. Raccontare ciò che aveva visto e conosciuto fu, per lui, anche l’ultimo omaggio all’amico che non era riuscito a dimenticare e il modo con cui aveva scelto di liberarsi del peso di quella morte.
Ma non è bastato.

Non perché la giustizia sia incapace, né perché la mancata formazione di una prova pienamente sufficiente possa, di per sé, cancellare ciò che è stato raccontato,anche se realmente e tragicamente vissuto.

È che un processo non può fondarsi soltanto sulla forza di un ricordo. Ha bisogno di riscontri, di elementi convergenti, di una prova capace di superare ogni ragionevole dubbio.
E quando quei riscontri non arrivano, la verità processuale può non riuscire a raggiungere la verità storica.

È questo il buio nel quale Angela ha combattuto per tutta la vita.
Anche quel frammento di osso umano, nel quale una madre aveva visto la possibile risposta alla domanda che la tormentava, non ha consentito alla scienza di stabilire che appartenesse a Santino.

E così sono rimaste le domande.
Di chi era quell’osso? Perché si trovava lì? Che cosa è accaduto realmente a Santino?
Angela è morta senza avere quelle risposte.
Ma una cosa va detta con chiarezza: la giustizia può aver steso un velo sulla vicenda giudiziaria di Santino. Non lo ha steso sulla sua memoria.

Perché Santino non è soltanto un nome in un fascicolo. È un figlio. È un amico. È un uomo che qualcuno ha amato e che una madre ha cercato per tutta la vita.

Angela ha combattuto contro il buio. E quel buio, oggi, non deve diventare oblio. Oggi per lei rifulge una verità, perchè lassù il Giudice Supremo tutto rivela,in un sol colpo.

*Avvocato