
di FRANCO CIMINO
L’intitolazione dello spazio antistante il Palazzo Comunale a Cesare Mulè è una notizia bella. Buona. Utile.
Lo merita la persona della quale ho scritto tante volte e della quale, tuttavia, si è detto ancora troppo poco. Lo merita la Città, che ricorderà per sempre, mi auguro, una delle figure più belle della sua storia recente.
Questi due meriti, strettamente uniti, raccontano di una figura straordinaria, di una personalità ricchissima delle migliori qualità che si possano riconoscere in un uomo che ha dedicato tutta la sua lunga vita a Catanzaro e, attraverso di essa, alla cura e alla diffusione dei più importanti valori che questa città custodisce storicamente, anche se, purtroppo, da molti decenni, sono stati dimenticati e addirittura feriti.
Assai raramente accade che una persona, il riconoscimento pubblico che le viene attribuito e uno spazio pubblico realizzino una sintonia così felice. Il merito di questa giornata comincia da qui. Città e persona si incontrano, si riconoscono, si somigliano. Decidono, quindi, di fermarsi in un luogo per essere visti per sempre insieme.
Catanzaro ha una storia straordinaria sulle spalle, non soltanto alle spalle. La porta ancora con sé, questa storia, perché le sue spalle sono ancora forti, non curvate dalla stanchezza mai riposata, dalle pesanti fatiche non comprese, dalla solitudine e da trascuratezze lunghissime.
È una storia composta da tanti fatti, alcuni apparentemente minori, altri poco conosciuti, che l’hanno resa protagonista della storia più grande della Calabria, del Mezzogiorno e dell’intero Paese. Ma, soprattutto, artefice del cammino che la nostra città ha compiuto, tra contraddizioni, incidenti, fasi di arresto e involuzioni, verso la propria crescita culturale, economica, civile e politica e verso la propria affermazione quale città guida della terra di Calabria. Una città che, in alcuni periodi, ha rappresentato un faro per tutti. Un faro capace di accendere l’attenzione del mondo esterno verso la Calabria.
Catanzaro, città guida di questa terra, che aspirava, avendone le possibilità, a uscire dalla povertà, a superare l’atavica arretratezza, a rompere le sue antiche divisioni, a realizzare la propria unità territoriale, culturale e politica, a costruire, attraverso sé stessa e le proprie risorse straordinarie ma trascurate, la ricchezza per sé, per il Mezzogiorno e per il Paese.
Catanzaro, città della Cultura. Quella vera, fatta di libri che si leggono, della propria e delle altre culture, non importa se pochi, in tempi in cui l’istruzione era assai ridotta; e di libri che si scrivono, non importa se assai pochi, in tempi in cui l’editoria era molto limitata.
La cultura prodotta da personalità di alto livello in ogni campo: dalla poesia, anche dialettale, alla letteratura, per continuare con le diverse arti — pittura, scultura, musica —, la filosofia, la storia e la teologia.
Cultura nella cura dei beni culturali, che qui abbondavano, e nella valorizzazione delle diverse realtà artigianali, vere e proprie forme d’arte, non un’arte di seconda serie, come la tessitura della seta e la sartoria, che aveva potuto annoverare centinaia di maestri sartori.
Cultura vera, quella delle tradizioni antiche che, dai riti religiosi al folclore più popolare, insieme alla produzione di un pensiero robusto, soprattutto nel campo del Diritto, producevano un pensiero autonomo e originale.
Cultura vera, fatta di valorizzazione ed esaltazione di luoghi antichi, di strade e palazzi, di piazze e di chiese. Le tante chiese che, attraverso un’architettura anch’essa originale, creavano spontaneamente piccoli e diversi spazi di piazza antistanti le loro facciate.
Cultura vera, rappresentata in ogni campo da personalità di alto profilo culturale, capaci di contaminare positivamente anche la politica. Quella politica che si faceva con figure provenienti da tutti i ceti sociali, ma che avevano nell’uomo di cultura la guida più sicura, l’uomo più completo, perché illuminato dalle grandi visioni sul futuro del nostro territorio e della nostra terra: un’unica terra, pur sotto tanti buoni campanili, alberi di diversa altezza ma dalle identiche e profonde radici.
Cesare Mulè, la cui biografia è in buona parte nota ai meno giovani, ma che dovrà essere conosciuta dai giovani di oggi e dai ragazzi di domani, era un uomo così.
Un uomo di cultura così. Un politico così. Un catanzarese così. Un calabrese così.
Tanti sono i titoli che gli sono stati attribuiti e unanimemente riconosciuti: storico, scrittore, giornalista, studioso delle religioni e profondo conoscitore di quella cattolica e cristiana, critico d’arte e attento conoscitore dei beni artistici, amministratore attento e competente, studioso dei fenomeni sociali.
Un intellettuale a tutto tondo. Un uomo dalla intelligenza poliedrica e dalla cultura vasta, si potrebbe aggiungere. Un politico completo, aggiungo io, che l’ho conosciuto bene, annoverandolo, fin dall’inizio del mio impegno politico, quando ero ancora molto giovane e militavo nel suo stesso partito, tra i miei grandi maestri. E un vero amico, saggio e generoso.
Sindaco di Catanzaro per brevissimo tempo, ha fatto grandi cose anche attraverso piccole cose, come l’illuminazione delle facciate delle chiese e dei monumenti più importanti.
Un gesto apparentemente di poco conto e di pochissimo costo, che però non era mai stato pensato prima. Ancora oggi potrebbe sembrare una cosa da nulla, ma è stato uno dei più grandi atti politici, quello che più di tutti rappresenta la sua visione di Catanzaro: città storica e città della cultura.
Una piccola luce su quelle facciate e su quei monumenti per illuminare di grandezza Catanzaro. Una piccola luce su quei piccoli spazi per dire che la cultura è luce, una luce che dà forza, gioia e serenità alla nostra comunità. Una piccola luce per dire che Catanzaro ha, nel suo piccolo, un patrimonio di beni culturali che va valorizzato e presentato al mondo.
Mulè amava Catanzaro di un amore pieno, pur non essendo nato qui. L’amore che ha insegnato anche a me, che l’ho talmente recepito da cercare di trasmetterlo ai miei ragazzi e alle persone con cui parlo. È l’amore che deriva, rafforzandosi, dalla profonda conoscenza dei propri luoghi, dalla conoscenza della propria città.
Cesare Mulè era uno dei più profondi conoscitori della storia di Catanzaro e di Catanzaro in quanto realtà urbana. La conosceva strada per strada, vicolo per vicolo, piazza per piazza, chiesa per chiesa, pietra per pietra.
Ne conosceva la grandezza e la bellezza, racchiuse in quell’unità carezzevole tra i monti, quelli della Piccola Sila, e il mare, quello nostro di Marina. Era lui, più di tutti, a sottolineare che Catanzaro era città dei mari e del mare, e città dei monti.
Chiudo, perché mi sto lasciando nuovamente trasportare da questo appassionato dire di una persona che appassiona, ricordando un’altra straordinarietà della sua figura: la capacità di tenere fortemente unite la sua fede cattolica e la sua fede nella politica, sapendole distinguere sempre, senza mai confonderle, e praticando, con intelligenza e capacità pedagogica, una laicità vera.
Il luogo che domani sarà intitolato a lui, io credo, rappresenta davvero l’omaggio migliore che gli si possa offrire, perché in quello spazio si ritrova, in sintesi, tutta l’ampiezza della figura di Cesare Mulè.
C’è il Palazzo Comunale, nel quale ha lavorato e del quale conosceva ogni cosa, a cominciare dalla sua storia e dalla posa della prima pietra, avvenuta circa duecento anni fa.
Di fronte, la bellissima scalinata del Teatro Politeama, un teatro al quale era particolarmente legato e per il quale ha profuso tante energie e combattuto tante battaglie, affinché potesse rinascere e tornare a una vita piena. In particolare, la scalinata che ancora oggi, purtroppo, risulta coperta e abbandonata.
E poi, proprio di fronte al Comune, a chiudere questa piccola piazza, le mura del Teatro Masciari: luogo della cultura, anche della politica e dell’arte, del cinema e del teatro.
In sintesi, una piazza della politica, dell’incontro, seppure in uno spazio piccolo, della gente, della cultura e dell’arte.
I tre principali simboli della Catanzaro antica e di quella che, proprio a partire dalla sua storia antica, può rinascere ancora più forte e ancora più bella.
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