
di TERESAA MENGANI
C’è una sensazione che sarebbe sbagliato liquidare come semplice malcontento politico o come nostalgia di chi non accetta il risultato delle urne. È qualcosa di più profondo: la percezione che l’Italia stia vivendo una progressiva involuzione culturale, civile e politica. Non necessariamente un arretramento delle istituzioni democratiche, ma qualcosa di più sottile e, proprio per questo, più inquietante: l’abbassamento dell’orizzonte del dibattito pubblico.
Il problema non è soltanto questo governo, né soltanto Giorgia Meloni. Il problema è ciò che, nella politica italiana, sembra essere diventato normale dire, sostenere e perfino trasformare in programma.
Quando si torna a discutere del ruolo delle donne attraverso la lunghezza delle gonne, quando il femminicidio viene ridimensionato a una semplice categoria di omicidio, quando si parla di “remigrazione” come soluzione politica e si evocano concezioni della società fondate su identità, appartenenza e ruoli tradizionali, non siamo più soltanto davanti a dichiarazioni discutibili.
Siamo davanti a un modello culturale.
E la domanda dovrebbe essere inevitabile: dove sta andando un Paese che, invece di discutere di come rendere le donne più libere e sicure, di come combattere la violenza e la discriminazione, di come garantire pari opportunità e indipendenza economica, finisce per interrogarsi sulla lunghezza delle loro gonne?
Non è una questione di gonne.
È una questione di mentalità.
Giorgia Meloni ha costruito una parte importante della propria identità politica sulla promessa di restituire all’Italia autorevolezza, orgoglio nazionale, stabilità e capacità di contare nel mondo. Ma governare non significa soltanto rivendicare l’identità di una nazione. Significa soprattutto avere una visione del suo futuro. Ed è qui che emergono le contraddizioni.
Da una parte si parla di modernizzazione, crescita, merito, responsabilità e futuro. Dall’altra il dibattito politico viene sempre più occupato da guerre culturali, slogan identitari, paure e contrapposizioni.
Immigrati contro italiani.
Progressisti contro conservatori.
Elite contro popolo.
Uomini contro donne.
“Politicamente corretti” contro “gente normale”.
Una società complessa viene continuamente ridotta a contrapposizioni elementari.
E una società ridotta a slogan è molto più facile da governare attraverso le emozioni che attraverso la ragione.
Anche provvedimenti che possono produrre un beneficio concreto ai cittadini dovrebbero essere valutati non soltanto per il loro effetto immediato, ma per la loro sostenibilità e per il contesto nel quale vengono adottati.
Quando una misura viene presentata come un vantaggio immediatamente percepibile, soprattutto a ridosso di appuntamenti elettorali, il sospetto di una politica pensata più per il consenso che per il lungo periodo diventa inevitabile.
Una politica seria dovrebbe avere il coraggio di spiegare anche ciò che non è popolare: quanto costa una misura, chi la finanzia, quali effetti produrrà tra cinque o dieci anni e se sarà ancora sostenibile quando l’entusiasmo del momento sarà passato.
Altrimenti il cittadino rischia di essere trattato non come una persona chiamata a partecipare consapevolmente alla vita democratica, ma come un elettore al quale offrire, di volta in volta, qualche vantaggio immediatamente spendibile.
C’è poi una contraddizione ancora più dolorosa: quella tra la retorica del merito e la percezione di un sistema nel quale appartenenza, fedeltà politica, conoscenze e vicinanze personali sembrano talvolta contare più della competenza.
Il nepotismo non è semplicemente una cattiva pratica.
È una malattia democratica.
Perché insegna ai giovani che studiare, prepararsi, competere e dimostrare il proprio valore potrebbe essere meno importante che conoscere la persona giusta.
E un Paese che trasmette questo messaggio ai propri giovani sta consumando lentamente il proprio futuro.
Forse, però, c’è qualcosa di ancora più grave del singolo politico incompetente o della singola dichiarazione infelice.
È l’idea che non sapere sia diventato motivo di orgoglio.
La competenza viene dipinta come privilegio delle élite. Gli esperti vengono derisi. La complessità viene considerata una scusa. La cultura viene contrapposta alla “gente comune”.
Ma una democrazia senza cultura è una democrazia fragile.
Un cittadino che non dispone degli strumenti per distinguere un fatto dalla propaganda, una statistica da uno slogan, una proposta concreta da una promessa irrealizzabile, è inevitabilmente più esposto alla manipolazione.
L’ignoranza non è democratica.
La democrazia ha bisogno, al contrario, di cittadini informati, curiosi, capaci di dubitare e di mettere in discussione anche ciò in cui credono.
C’è poi un altro elemento che dovrebbe far riflettere.
È sconcertante osservare quanta attenzione, quanta energia mediatica e quanta discussione collettiva siano dedicate alla canzone del momento, al vestito di un artista, alla polemica di Sanremo, a un rigore, a un allenatore o al mercato di una squadra, mentre questioni decisive per il futuro del Paese rimangono sullo sfondo.
La scuola.
La sanità pubblica.
La ricerca.
I salari.
La precarietà dei giovani.
La denatalità.
La produttività.
L’emigrazione dei nostri ragazzi.
La casa.
La transizione energetica.
La qualità della pubblica amministrazione.
L’innovazione tecnologica.
La crisi climatica.
Non è colpa di Sanremo.
Non è colpa del calcio.
Il problema è una società nella quale l’intrattenimento finisce per occupare lo spazio mentale che dovrebbe appartenere anche alla politica, alla cultura e alla costruzione del futuro.
Un Paese può amare il calcio e contemporaneamente pretendere ospedali migliori. Può aspettare Sanremo e contemporaneamente chiedere una scuola migliore. Può discutere per giorni di una canzone e poi pretendere che i propri rappresentanti discutano seriamente di lavoro, pensioni, ricerca e giovani.
Il problema nasce quando il primo dibattito diventa infinito e il secondo quasi invisibile.
Quando il rumore sostituisce la riflessione.
Quando l’indignazione per una battuta televisiva dura più della preoccupazione per una generazione che non riesce a costruirsi un futuro.
Il timore per l’Italia non nasce soltanto da chi governa oggi. Nasce dal rischio che una certa mentalità diventi normale.
Che il sessismo venga liquidato come una battuta.
Che la discriminazione venga venduta come difesa dell’identità.
Che la brutalità del linguaggio venga scambiata per sincerità.
Che la competenza venga considerata arroganza.
Che la propaganda venga confusa con informazione.
Che la fedeltà politica valga più del merito.
Che ogni problema complesso abbia bisogno di un colpevole semplice.
E soprattutto che una parte crescente della politica non abbia più bisogno di immaginare il futuro perché le basta evocare un passato idealizzato.
Questo è il vero rischio dell’involuzione: non tornare formalmente indietro, ma smettere di desiderare di andare avanti.
L’Italia non ha bisogno di tornare a un passato mitizzato.
Ha bisogno di scuola, ricerca, sanità efficiente, università, innovazione, lavoro qualificato, infrastrutture, cultura, politiche demografiche serie, diritti, sicurezza, giustizia e una pubblica amministrazione capace.
Ha bisogno di una classe dirigente che sappia parlare ai cittadini adulti, non di una politica che li tratti come tifoserie.
E soprattutto ha bisogno di recuperare una parola che sembra essere diventata quasi sovversiva: competenza.
Perché un Paese può sopravvivere a un governo mediocre. Può persino sopravvivere a una stagione politica sbagliata.
Quello che diventa molto più difficile da recuperare è una società che abbia progressivamente smesso di indignarsi davanti all’incompetenza, alla discriminazione, al nepotismo e alla banalizzazione della realtà.
Il mio timore, dunque, non è semplicemente che l’Italia diventi più conservatrice.
È che diventi più piccola.
Piccola nelle ambizioni, nel linguaggio, nella cultura, nella politica e nella capacità di immaginare un futuro diverso.
E sarebbe un paradosso terribile per un Paese che ha dato al mondo arte, scienza, diritto, letteratura e pensiero.
Perché la vera involuzione di una nazione non comincia quando cambia un governo.
Comincia quando una società smette di pretendere di più da chi la governa.
E forse è proprio questo il punto da cui dovremmo ripartire: non dalla destra o dalla sinistra, non da Meloni o da Vannacci, non dalle gonne lunghe o corte, non dagli slogan sulla remigrazione o sull’identità.
Ma dalla pretesa, semplice e radicale, di avere una politica all’altezza del futuro.
Perché il futuro non è un luogo nel quale arriveremo inevitabilmente.
È qualcosa che si costruisce ogni giorno.
E un Paese che smette di costruirlo ha già cominciato, in qualche modo, a tornare indietro.
Segui La Nuova Calabria sui social

Testata giornalistica registrata presso il tribunale di Catanzaro n. 4 del Registro Stampa del 05/07/2019
Direttore responsabile: Enzo Cosentino
Direttore editoriale: Stefania Papaleo
Redazione centrale: Vico dell'Onda 5
88100 Catanzaro (CZ)
LaNuovaCalabria | P.Iva 03698240797
Service Provider Sirinfo Srl
Contattaci: redazione@lanuovacalabria.it
Tel. 3508267797