
di KARIM ABDALLA*
Ci sono date che non dovrebbero servire soltanto a ricordare ciò che è accaduto, ma anche a chiederci chi siamo diventati da allora.Il 3 ottobre 2013, davanti a Lampedusa, morirono 368 persone. Uomini, donne e bambini che avevano attraversato deserti, violenze, prigionia e il Mediterraneo nella speranza di raggiungere l’Europa. Solo 155 riuscirono a salvarsi.
La parte forse più dolorosa di quella storia è che la terra era già lì, davanti ai loro occhi. Erano davanti all’Isola dei Conigli, con la costa di Lampedusa vicinissima. Dopo un viaggio interminabile potevano vedere finalmente il luogo in cui speravano di arrivare. E molti morirono proprio quando pensavano di essere ormai vicini alla salvezza.Poi arrivarono le immagini delle bare allineate nell’hangar di Lampedusa, comprese quelle dei bambini. Immagini che un Paese non dovrebbe dimenticare.Ma il 3 ottobre non è soltanto la storia di una tragedia. È anche la storia di un’altra Italia. Quella dei pescatori, dei cittadini di Lampedusa, dei soccorritori e di tutte le persone che quella mattina non si chiesero da quale paese venissero le persone che stavano annegando, quale documento avessero né se fossero “regolari” o “irregolari”. Davanti a loro c’erano esseri umani che chiedevano aiuto. E fecero quello che l’umanità impone: cercarono di salvarli.
Da quella tragedia nacque anche il Comitato 3 Ottobre, che lavorò perché quelle persone e quelle morti non venissero dimenticate. Il Parlamento accolse quella richiesta: deputati e senatori presentarono e sostennero le proposte che portarono nel 2016 all’istituzione della Giornata Nazionale in Memoria delle Vittime dell’Immigrazione. Nei lavori parlamentari vennero ricordati esplicitamente sia l’impegno del Comitato sia quello dei cittadini di Lampedusa che si erano prodigati nei soccorsi. E questo, secondo me, è ciò che dobbiamo ricordare oggi. Perché tredici anni dopo il linguaggio sull’immigrazione è diventato spesso durissimo. Si parla di emergenza, sicurezza, confini, rimpatri, numeri e flussi. Sono questioni reali sulle quali la politica ha il diritto e il dovere di trovare regole e soluzioni. Ma c’è un limite che una società non dovrebbe mai oltrepassare: trasformare l’immigrato da persona in problema, da essere umano in numero, da uomo o donna in un nemico da temere.
Si può essere favorevoli a politiche migratorie diverse, si può discutere su accoglienza, frontiere, integrazione e rimpatri, ma la dignità umana non dovrebbe dipendere da una posizione politica. Un bambino che annega rimane un bambino. Una madre che stringe suo figlio rimane una madre. Un uomo che scappa dalla guerra, dalla persecuzione o dalla miseria rimane un uomo. E una persona in mare che sta morendo rimane, prima di qualsiasi altra definizione, una vita da salvare.
Forse proprio i pescatori e i cittadini di Lampedusa ci hanno lasciato la lezione più semplice e più grande: quando davanti a te c’è una persona che sta affogando, prima viene l’essere umano e dopo vengono tutte le altre discussioni. Quegli italiani mostrarono un volto straordinario del nostro Paese: non quello della paura, dell’odio o dell’indifferenza, ma quello della solidarietà, del coraggio e della speranza.
E anche i parlamentari che negli anni successivi trasformarono quella memoria in una Giornata Nazionale fecero una scelta imPortante: dire che quelle 368 vite non dovevano scomparire una seconda volta nell’oblio. Oggi ricordare il 3 ottobre significa quindi guardare quelle bare, soprattutto quelle piccole bare dei bambini, ricordare quelle persone che vedevano già la terra mentre morivano, ma anche ricordare le mani che si allungavano per salvarle. Perché la memoria senza umanità rischia di diventare soltanto una cerimonia. E forse, la domanda che questa giornata dovrebbe lasciarci ogni anno è molto semplice: Se oggi ci trovassimo davanti a quelle stesse persone in mare, riusciremmo ancora a vederle prima di tutto come esseri umani? l 3 ottobre ci ricorda che possiamo discutere di tutto: confini, leggi, sicurezza, integrazione e politica migratoria, ma non dovremmo mai discutere del valore di una vita umana.
*Figura di riferimento e Componente del Consiglio Direttivo
Associazione di Volontariato "Dar Assalam ODV”
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