
Professionalità e umanità. Responsabilità e privilegio. Attività professionale e servizio. Queste alcune parole chiave indicate dal vescovo di Lamezia Terme mons. Serafino Parisi ai medici, infermieri, operatori sanitari e volontari che hanno partecipato alla celebrazione eucaristica nella cappella dell’Ospedale S. Giovanni Paolo II, in occasione della XXXIV Giornata mondiale del malato.
Partendo dalla riflessione sul vangelo del giorno, Parisi nell’omelia ha parlato “di una malattia e di un’impurità profonda che uccide l’uomo : è la cattiveria, il disinteresse, l’egoismo. E allora: che cosa ci salva? Che cosa ci sana da quella malattia che a volta abita totalmente la vita dell’uomo? Certamente c’è bisogno delle medicine, ma poi occorre prendersi cura della persona umana nella sua totalità. É questa la logica nuova che Gesù vuole comunicarci con questo brano evangelico. Dobbiamo essere portatori di una visione nuova, di un cuore rinnovato che sappia farsi interprete delle necessità e delle attese dell’altro, che sappia prendersi cura e rendersi responsabile della vita dell’altro”.
“Voi – ha detto il presule rivolgendosi ai medici e agli operatori sanitari – avete una grande responsabilità e, al tempo stesso, un grande privilegio. Il privilegio sta nella possibilità di essere apprezzati qui, in questo luogo di sofferenza, per due ragioni: per la professionalità e per l’umanità. L’umanità è il metro di misura del nostro essere cristiani. E, accanto a questa, c’è bisogno della competenza scientifica. L’uomo va guardato nella sua totalità: per la malattia che lo abita, che lo sfinisce, che gli fa passare notti insonni, e per la sua umanità che aspetta uno sguardo, un sorriso, il segno di una presenza. L’uomo ha bisogno di sapere che, in quella difficoltà, non sei da solo, c’è qualcuno che ti sta considerando. A volte proprio voi, medici e operatori sanitari, siete l’ultima persona che lo sguardo di un ammalato incrocia. Siate consapevoli di questo privilegio e di questa responsabilità, siate trasmettitori di un’umanità nuova che si apre all’altro nella disponibilità.”
“Perché cantare in un luogo come l’ospedale? - ha proseguito Parisi – Ci sono alcuni ammalati che non vorrebbero cantare e magari si sentono anche a disagio ad ascoltare canzoni. Eppure anche in un luogo come questo ha senso cantare. Perché? Perché la vita, sin dal suo inizio, è legata inscindibilmente al dolore. Anche coloro che si trovano nella sofferenza hanno bisogno del canto. Anche in questo preciso momento della vita, quello della fragilità e della sofferenza, è importante esserci con la professionalità, l’umanità e il canto”.
S.D. (Ucs Diocesi di Lamezia Terme)
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