
di MARILINA INTRIERI
Le dichiarazioni sul femminicidio e la fotografia alterata di Matilde Siracusano sono episodi distinti ma accostati aprono una riflessione sul posto che il corpo delle donne continua a occupare nell’immaginario pubblico e in politica.
A giugno Roberto Vannacci ha sostenuto che “il femminicidio non esiste, è un omicidio come tutti gli altri” e ha definito il reato autonomo un’“aberrazione giuridica” e ne ha chiesto l’abolizione, affermando che la gravità di un delitto non dovrebbe dipendere dal sesso della vittima.
La legge sul femminicidio non attribuisce alla vita di una donna un valore superiore ma riconosce che alcuni omicidi sono il punto estremo di condotte di odio, controllo, possesso o discriminazione esercitate contro una donna in quanto tale. Negare questa specificità significa non riconoscere le dinamiche che la legge intende contrastare.
In queste ore, a distanza di pochi mesi, durante le ultime battute della campagna per le elezioni suppletive nel collegio di Reggio Calabria, Vannacci ha pubblicato una fotografia della sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio Matilde Siracusano modificata digitalmente.
Nella versione diffusa, la sottosegretaria apparirebbe con una scollatura molto più profonda e senza la maglietta presente nell’immagine originale. Il post ha accompagnato un attacco a Forza Italia. Siracusano ha detto di essere stata “spogliata per fini elettorali” denunciando l’intento denigratorio dell’immagine.
Nella foto diffusa il corpo della donna diventa messaggio con la sua immagine riscritta e trasformata in una figura sessualizzata da esibire nella contesa politica.
La manipolazione digitale consente la costruzione diun’immagine falsa da far circolare per influenzare lo sguardo di chi la riceve. Il corpo femminile diventa così materiale politico, usato per colpire una donna e, attraverso di lei, il suo schieramento.
È un meccanismo antico, reso più potente dagli strumenti di oggi.Nello spazio pubblico le donne vengono spesso, ,ancora ricondotte alla loro apparenza, come se il loro corpo fosse disponibile al giudizio, al commento e perfino alla contraffazione. La politica è libera di criticare scelte e dichiarazioni di Matilde Siracusano; ma alterarne l’immagine per attaccarla sposta il confronto dalla sua attività pubblica alla sua fisicità.
Il collegamento con le posizioni di Vannacci sul femminicidio è culturale e politico; non significa equiparare fatti diversi per gravità. Da una parte c’è la negazione della specificità della violenza di genere; dall’altra, l’uso del corpo di una donna come strumento di attacco nella campagna elettorale. Episodi distinti ma entrambi sollecitano una riflessione sugli stereotipi che riducono le donne alla loro dimensione fisica.
Matilde Siracusano è una donna intelligente e bella ma la sua bellezza non autorizza nessuno a manipolarne l’immagine, così come la sua intelligenza e il suo ruolo pubblico meritano di essere al centro del confronto. Il femminismo non chiede che le donne siano sottratte alla critica ma rivendica che possano partecipare alla politica senza che il loro corpo venga usato per zittirle, screditarle o colpirle indirettamente.
La vicenda presenta anche un profilo giuridico. Da poco più di un anno è in vigore l’articolo 612-quater c.p. (L.n. 132 del 2025) chepunisce con la reclusione da uno a cinque anni chi diffonde senza il consenso della persona interessata immagini, video, voci falsificati o alterati con sistemi di intelligenza artificiale, idonei a ingannare sulla loro autenticità e cagionando un danno ingiusto.
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