
di MARIA GRAZIA LEO
In occasione del festeggiamento dei 50 anni della rivoluzione cubana, celebratosi nel 2009, il presidente in carica, Raul Castro, disse alla folla: << Oggi la rivoluzione è più forte che mai e durerà altri 50 anni, ma ci aspettano tempi difficili, molto difficili; l’isola si può aspettare ancora cinquanta anni di lotta continua ad un nemico che non smetterà mai di essere aggressivo, traditore e dominante>>. Rileggendo quelle parole -a distanza di quasi 20 anni- non possiamo certo restare indifferenti, anzi crediamo che siano state a dir poco profetiche.
Cuba come Gaza, un paragone forte, comprensibile e accettabile solo da chi riesce a cogliere quell’essenziale che è invisibile agli occhi. Ma la realtà, a portata di tutti, è proprio quella descritta su. Certo a Cuba non ci sono bombe, non ci sono missili, non ci sono armi che distruggono indiscriminatamente città, scuole, ospedali, rifugi, strade, ponti, seminando morti, feriti di ogni età, lasciando macerie, detriti, diffondendo fumi, odori dal sapore acre. No, a Cuba c’è qualcosa di diverso che non si avverte con i suoni roboanti di guerra, i pianti dei bambini feriti che muoiono di freddo, di fame, di sete come a Gaza, non ci sono gli sfollati -dalle loro residenze divelte e inagibili- che cercano riparo o provano a fuggire inutilmente. No, a Cuba c’è ben altro simile alla sofferenza e all’impotenza presente a Gaza. A Cuba c’è un virus invisibile, sotterraneo che non ha un’immagine immediata che lo faccia identificare e su cui individuare una causa ed una responsabilità istantanea, ma che nonostante ciò genera -lentamente- conseguenze gravissime, tali da determinare in poco tempo una crisi umanitaria . Questo “virus” che ha colpito l’isola dal 1962 si chiama embargo o blocco economico ed oggi nel nuovo secolo prende il nome di blocco energetico. Il responsabile di tutto questo è sempre lo stesso Stato, quello americano.
Cambiano soltanto i nomi dei presidenti che lo hanno ideato, imposto, avallato e confermato, tranne un breve periodo di cambiamento e apertura verso Cuba, ad opera del democratico Barack Obama, che per la prima volta nella storia- dopo l’avvento della rivoluzione cubana del 1959 ad opera di Che Guevara e Fidel Castro che posero fine alla dittatura di destra, di Fulgencio Batista- e’ stato l’unico presidente americano a visitare ufficialmente questa terra, bagnata dal mare. Nel 2016 davanti al presidente del tempo, Raul Castro, Obama affermo’ chiaramente che Cuba non era una minaccia, non era un nemico e pertanto tolse gradualmente l’embargo, favorì l’apertura dei primi scambi commerciali prioritari, riguardanti beni di prima necessità, apri’ ai primi viaggi di natura turistica con maggiori facilità e libertà di movimento, soprattutto, tra i due Stati.
Al contrario il regime di Castro, al di là delle formalità con le quali aveva accolto quei positivi segnali di novità, nella sostanza rimase sempre diffidente verso gli USA perché si era convinti che, con loro, la libertà non si sarebbe mai determinata o raggiunta. Erano stati dai tempi della Baia dei porci un nemico di cui non fidarsi. E proprio dal 1962 Cuba era sopravvissuta a tutto, embarghi, crisi climatiche, capovolgimenti politici e cambiamenti di presidenti e capi di Stato di paesi amici e nemici, ad attacchi degli oppositori che avevano provato a sovvertire il governo di Castro, ai blocchi navali ecc… ma soprattutto il popolo cubano e’ sopravvissuto, ha superato il decennio che partiva dal 1990, in cui ha dovuto affrontare uno dei momenti di grave crisi esistenziale, causato maggiormente dal dissolvimento o dissoluzione dell’Unione Sovietica, che fino a quel momento era stata determinante nel fornire aiuti di tutti i generi per fronteggiare il blocco economico imposto dall’esterno.
Fidel Castro proclamò quel periodo “speciale” per caratterizzare il decennio di “penuria” in essere, in cui mancava di tutto, cibo, beni di prima necessità, medicinali. I dieci milioni di cubani a stento riuscivano a consumare -regolarmente- due pasti al giorno. Ma nonostante tutto c’erano ancora gli antibiotici, il sistema sanitario reggeva e funzionava al di là delle difficoltà e alla fine se ne uscì fuori con quel tocco di resistenza rivoluzionaria e spirito di sacrificio proprio del popolo cubano. Oggi però quel limite alla sopravvivenza decennale (di un secolo fa) non lo si può più emulare o prendere a riferimento e riprodurlo come un copia incolla, perché lo si dovrebbe moltiplicare per molte e molte volte sulle effetti che sta generando, in questo 2026. Qui la “ Resistenza eroica “che ha fatto il tratto caratterizzante dei cittadini di Cuba, parafrasandoli in quel “el pueblo unido jamas sera vencido”( il popolo unito non sarà mai vinto) ha iniziato a scricchiolare.
Con la decisione presa dal Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, il 3 gennaio del 2026 in Venezuela viene sequestrato e arrestato, in piena violazione del diritto internazionale, il suo presidente Nicolas Maduro e sua moglie. Quello Stato per Cuba era un alleato fondamentale per l’approvvigionamento di petrolio e da quel momento tutto si blocca, per volere degli americani - insieme a tutto quello che già l’isola caraibica subiva. Si arriva al collasso della stessa vita -intesa- nella sua quotidianità e normalità. La minaccia di Trump di colpire con sanzioni o dazi chiunque abbia intenzione di far transitare il petrolio, le merci e raggiungere l’isola ha provocato definitivamente lo strangolamento, la fine non di un governo - seppur avverso alla politica americana- ma di un popolo innocente. Ha significato e significa stroncare, soffocare l’intera economia cubana senza nulla tralasciare o da salvare. Come? Con la sospensione della circolazione del petrolio, si creano continui blackout a Cuba, e questo significa -a catena- il blocco dei servizi pubblici essenziali dai trasporti, agli ospedali con le sale chirurgiche e di emergenza inattive, alle scuole. Anche nel privato le difficoltà, i disagi non mutano anzi raddoppiano.
Nelle case scarseggia l’acqua perché le pompe di trasmissione non funzionano a causa dell’energia mancante, il cibo pure limitatissimo non può essere neanche congelato come riserva possibile, il gas da cucina non può fuoriuscire, non c’è benzina per i veicoli privati e quella che si trova la si paga a un dollaro e trenta al litro, poco più della paga media giornaliera, generalmente assegnata alla maggioranza della popolazione. Pensiamo soltanto che lo stipendio medio mensile statale si aggira intorno ai 6500/ 7000 pesos, pari a 16/17 dollari statunitensi e che il latte costa quasi 3 dollari al litro, una confezione di uova 9 dollari, un chilo di pane quasi un dollaro e mezzo. Si può capire da questi semplici esempi la drammaticità del costo della vita . A L’ Avana la spazzatura si annida e brucia, diffondendo odori nauseabondi. In tutte le città mancano i medicinali principali di base, come il paracetamolo, le vitamine, i cerotti, i disinfettanti ; mancano latte, uova, pane, acqua, la frutta è diventata un lusso. A Cuba il vuoto delle strade, delle vie le fa apparire più grandi, distese circondate -solamente- da barboni, ambulanti venditori di quel poco di frutta e verdura restante da distribuire e vendere al contagocce a chi se lo può ancora permettere; plastiche fotografie di uno scarto materiale, economico e di riflesso etico di cui è stata investita quella popolazione allo stremo.
Per le strade si vedono solo qualche bicicletta e qualche triciclo o vecchie macchine del periodo di Batista, pre revolution del 1959 . I rifiuti sono gli unici attori non protagonisti ma sicuramente dominanti le scene dei barrios, dei lungomari, dei vicoli e degli angoli dell’intera isola. Anche questo è un ulteriore segnale del degrado e del pericolo sanitario ed epimediologico che potrebbe scaturire dal loro stato di putrefazione ed inalazione. Nelle campagne gli animali di allevamento non si possono mantenere, nutrire per mancanza dei mangimi, i fertilizzanti sono introvabili ecc… Nelle periferie c’è il vuoto totale, il dolore psichico e fisico si percepisce immediatamente, ad occhio nudo. Sui marciapiedi si assiste a scene sconvolgenti, persone di qualsiasi eta’ che si abbandonano all’alcol e alle droghe di basso prezzo che li portano a morire a cielo aperto e in parallelo c’è chi rovista tra i loro vestiti -ormai senza più corpi vigili- per raccattare qualche oggetto o pesos da riutilizzare.
La povertà a Cuba è ormai diventata normalità. Sul piano turistico il quadro è praticamente negativo. Dopo il boom in positivo, dovuto all’apertura obamiana dei voli e transito delle navi , grazie alla fine dell’embargo, il crollo oggi è divenuto una “clinica” certezza, perché quella ricchezza circolare delle monete, delle valute pregiate, corrispondenti alla circolazione delle persone, non esiste più. Quel turismo legato al desiderio di scoprire nuovi mondi, di concedersi -almeno-un viaggio da favola, alla ricerca e alla conoscenza della tanto declamata e decantata “Cuba libre”, con le sue coste ridenti, le acque cristalline, con i suoi i porticcioli viventi di colori, suoni e sapori, con il suo entroterra più aspro, più selvaggio ma sempre ricco di un’antica bellezza e di storica cultura, ora sono e rimarranno per molto tempo dei sogni sì ma decisamente sogni “proibiti”.
Con l’attuale blocco energetico le compagnie aeree hanno cancellato le partenze, gli alberghi di lusso rimangono a luci spente, le agenzie di viaggio sono in attesa. Con lo scarseggiare costante dei beni di consumo alimentari o medicinali e’ evidente che i prezzi si impennino, che l’inflazione vada alle stelle e che tutto ciò porterà a ricorrere al mercato nero con tutti i pericoli igienico e sanitari in primis sulla qualità dei prodotti acquistati. Il paese, quindi è fermo, è paralizzato da una crisi che non si era mai vista e vissuta prima, di una tale portata e di un tale impatto economico, sociale, civile e politico che si potrebbe definire, devastante se non disarmante. Il risparmio -ormai -è diventato la regola di vita o per meglio dire di sopravvivenza, per un lembo di umanità sofferente, dovuto alla volontà politica disumana e amorale di un presidente americano chiamato Trump. A Cuba, invece, il presidente Miguel Diaz-Canel, come Fidel Castro negli anni novanta, si è appellato alla cittadinanza richiamandola a quei “sacrifici creativi”, dichiarandosi disponibile a dialogare e negoziare con gli USA ma a parità di trattamento, nel rispetto della sovranità dello Stato caraibico, senza sub condizioni o pressioni.
Ma su questo versante il governo americano è sordo, e continua ad usare l’arma del ricatto economico, evitando- per ora- di scatenare un conflitto da guerra civile. L’obiettivo teorico e di base è far saltare il regime socialista/ castrista senza bagni di sangue ma con “l’agrodolce” pressione economica tale da raggiungere comunque il controllo politico della situazione. Per Trump e per il suo segretario di Stato, Marco Rubio che è per giunta un esule cubano, affamare l’isola per costringere il governo ad abbandonare il potere, e’ una scelta sostenibile che non turba le loro coscienze. Per ottenere la vittoria dei repubblicani, in occasione delle elezioni di midterm -che si svolgeranno a novembre- puntano ad esibire un ulteriore successo dopo il Venezuela, mettendo sotto scacco Cuba. Un auspicio del quale restiamo scettici, visto che nonostante trattative sotterranee e ufficiali, il blocco di potere formato dall’esercito e dalle forze di sicurezza, oltre che dall’unico partito, comunista cubano non desistera’ e non mollerà’ tanto facilmente, in nome della sovranità e dignità nazionale. Quindi ci troviamo difronte a due visioni profondamente distinte e distanti.
A questa crisi -difficilissima da sopportare- la reazione del popolo cubano non è stata però uguale a quella avutasi nel passato; e’ importante sottolineare che alla resilienza cubana che iniziava a sfaldarsi per fisiologica umanità, tanto da portarla a rispondere no agli inverosimili sacrifici creativi richiesti, resta una cosa ancora, l’orgoglio di un popolo che pur consapevole di avere davanti a sé un baratro non perde mai all’ultimo minuto, all’ultimo istante, la speranza, quel respiro di libertà che ha sempre tatuato sul cuore.
Sono lontani gli anni 70/80 in cui sull’isola vigeva una prosperità relativa ma rassicurante, ottenuta grazie al governo socialista di Fidel e alla sua arte oratoria nel convincimento e nell’ impartire coraggio al suo popolo. Funzionavano benissimo il sistema sanitario, le tutele del salario, delle pensioni, il sistema scolastico e universitario erano un eccellenza pur all’interno di un regime repressivo del dissenso e delle libertà democratiche. Oggi assistiamo ad una divergenza di vedute tra le generazioni che si sono susseguite negli anni.
La stessa generazione nata, plasmata dalla rivoluzione del 1959 si approccia a questo blackout con un’ottica diversa dinnanzi alla crisi permanente, relativa alle privazioni sociali, politiche e alle limitazioni dei diritti individuali. Come ieri il dissenso viene sanzionato con il carcere, per cui la paura impera e la fa ancor da padrona. Le proteste o le manifestazioni organizzate, sono interpretate come una propaganda nemica, di parte o di partito che va contro l’autorità di governo, non come un modo di richiedere democraticamente e legittimamente l’esigenza di riforme necessarie. Sul piano storico- potremmo affermare- che la resistenza del regime castrista anche senza Fidel e Raul Castro alla guida, e’ durata così a lungo -per ben 67 anni- solo perché è riuscita a trasmettere quel “sentiment” forte dell’orgoglio e della sicurezza nazionale che hanno fatto la differenza. Adesso anche gli anziani non si illudono più , hanno perso la speranza.
Questa crisi ha sancito la fine di quel contratto/ legame sociale e ideologico tra i cittadini e gli artefici della Revolution. Si sta spegnendo lentamente quella fonte di legittimità politica del governo, che è stato per decenni il collante morale di un popolo, orgoglioso. E’ chiaro che in tutto questo abbiano inciso le responsabilità politiche interne, del regime di Castro e dei suoi eredi politici, dalla mancanza di riforme, alla disastrosa gestione economica, alle crescenti diseguaglianze sociali, oltre che il già ricordato dissenso democratico non accettato e perseguitato penalmente. Tutti i buoni risultati che erano stati ottenuti nell’ambito sanitario e scolastico sono diventati vani. La moneta non ha più valore. D’altronde sono gli stessi dati statistici a dimostrare che il 20% dei cubani, proprio in virtù di questa situazione critica esistente nel loro paese, sono stati costretti ad emigrare perché non avevano garantito un futuro nella loro terra natia.
Non vogliono più illudersi ma desiderano andare o restare nei paesi vicini , più benestanti e con più libertà, come gli stessi Stati Uniti, perché pur trovando lavoro a Cuba il salario non è sufficiente nemmeno a comprare l’essenziale dell’essenziale . Addirittura basti considerare che con i dazi imposti da Trump in questi mesi, c’è anche la possibilità, il rischio che i medici cubani prestati all’estero, nell’assolvimento delle loro funzioni, ad esempio quelli operanti - egregiamente - nella nostra Calabria, quando torneranno in patria non potranno neanche aiutare le proprie famiglie perché quello che hanno guadagnato fuori, non basterebbe più . E qui rientra in gioco quel paragone di Cuba con l’altra tragedia umanitaria in atto, quella di Gaza in cui i protagonisti esemplari sono i popoli, quello palestinese e quello cubano.
A Cuba nonostante quello che abbiamo descritto, c’è da segnalare la notevole capacità di adattamento dei suoi abitanti, di una popolazione che per ben 67 anni è stato sottomesso a limitazioni e restrizioni di vario genere, in particolare economiche ma che è riuscita ad ingegnarsi in quella che Fidel Castro chiamava nel decennio speciale “sacrifici creativi” e aggiungiamo noi “ resistenza creativa”, che noi europei e non solo, probabilmente non sapremmo certamente prendere a modello, non riuscendo a sopportare certi livelli o certe soglie di crisi e situazioni drammatiche. Perché il coraggio di quel popolo, la forza di volontà di intere generazioni restanti sull’isola caraibica e’ forse pari o comparabile alla resilienza dei palestinesi, alla ricerca di vie di uscita dalla loro terra, divenuta però un inferno perché “blindata”con la violenza dal governo israeliano e dall’attuale premier Netanyahu che in crimini contro l’umanità e violazioni continue del diritto internazionale sta battendo il record di negatività. Solo questi popoli possono veramente capire e vedere senza luce, sentire senza avere ascoltato, patire e percepire la fame senza il bisogno di ascoltare la sofferenza dei loro corpi. Il rovistare nei cassonetti della spazzatura, per cercare negli scarti un piccolo residuo di cibo come il riso, resti di frutta o di verdura, briciole di pane, superando quel limite sottile e delicato che tutti noi abbiamo inventato, creato, certificato - negli Stati più civilizzati e colti - chiamandolo con il nome di dignità, ebbene a Cuba come a Gaza non si conosce, praticamente si supera, anzi quel limite è la loro Via Crucis in attesa di Resurrezione.
Come a Gaza non si crede più all’idea dei due popoli e dei due Stati, anche a Cuba non si crede più alla promessa del regime comunista e della politica che si fonda sul castrismo, come -andando più indietro nel tempo- non si crede più al mito di Che Guevara e della rivoluzione romantica, intesa come ideale politico, puro e nobile, finalizzato al raggiungimento dell’eguaglianza, della giustizia sociale, della democrazia, della libertà. Anche se l’effetto della bellezza, della gioia, del “sapore” del “Hasta la victoria siempre”, che non tutti hanno avuto la possibilità di vivere e provare in quegli anni 50, resterà comunque un ricordo indelebile che non svanirà mai nella memoria e nell’anima del popolo cubano; un popolo che non ha smesso di sognare e spera sempre di vedere al suo orizzonte un cambiamento effettivo, reale e stabile nel tempo che gli restituisca quella dignità virtuosa, etica, economica, civile. E’ un popolo che come quello palestinese non vuole essere più ingannato ma semplicemente rispettato e ringraziato per la sua resilienza infinita.
E come per Gaza anche per Cuba e’ scattata l’operazione umanitaria da parte della società civile internazionale oltre che dall’Onu che è intervenuto inviando i beni più urgenti. Ad esempio, partita il 21 marzo dal Messico, è sbarcata il 24 a L’ Avana l’imbarcazione della “Flotilla nuestra America convoy” che ha consegnato 20 tonnellate di cibo, farmaci, beni di prima necessità. Giusto per rinvigorire quello spirito solidaristico che applicato al contesto geografico e storico potremmo definirlo un esempio rivoluzionario di umanità, con lo scopo di rompere l’assedio via mare, portare aiuti umanitari, salvare vite umane, difendere il principio di autodeterminazione anche a Cuba.
In una lettera aperta al mondo Ikay Romay -una semplice cittadina cubana- da figlia, da sorella, da patriota denuncia che: “la fame a Cuba non è un incidente, e’ una politica di Stato del governo degli Stati Uniti inasprita da Donald Trump e attuata con ferocia da Marco Rubio. Il blocco è fame programmata. Non è che manca il cibo perché si’, e’ che ci impediscono di comprarlo, e’ che le navi con i generi alimentari vengono perseguitate, e le transazioni bancarie bloccate. Loro la chiamano pressione economica, io la chiamo terrorismo della fame”. Rappresentando il sentimento cubano, Ikay Romay, ci fa capire che Cuba non chiede l’elemosina o soldati o di essere amata, chiede soltanto giustizia. Chiede che a questo blocco energetico gli sia attribuito il suo vero nome, il suo “disvalore”: Crimine contro l’umanità . Questo appello invita tutti a rivolgere lo sguardo verso questa piccola isola, con un popolo gigante che non si vuole arrendere e osservare cosa le stanno facendo…e poi chiedersi da che parte della storia si vuole stare! “Non vogliamo carità, vogliamo che ci lascino vivere”. Il grido di un popolo che sa che bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza .
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