Mengani: “Restiamo umani, la pena di morte non è giustizia”

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  11 ottobre 2026 11:27

di TERESA MENGANI

La morte non ripara il dolore, non restituisce le vittime e non rende una società più sicura. Trasformare un’esecuzione in uno spettacolo pubblico significa rischiare di confondere la giustizia con la vendetta e la fermezza con la crudeltà.

La proposta di rendere pubblica l’esecuzione del 3 dicembre impone una riflessione che va oltre la pena di morte. Ci interroga sul tipo di società che vogliamo essere e sui limiti che il potere dello Stato non dovrebbe mai oltrepassare.

La giustizia non può diventare uno spettacolo e la morte di un essere umano non può trasformarsi in un’occasione di intrattenimento collettivo.
L’idea stessa di fucilare un uomo in diretta streaming appartiene a una concezione della giustizia che richiama il Medioevo più oscurantista, quello dei supplizi pubblici, delle esecuzioni esemplari e della violenza esibita come dimostrazione di autorità. È un paradosso inquietante che una simile proposta possa emergere proprio in quella grande America che si presenta al mondo come baluardo della libertà, della democrazia e dei diritti umani, e che dichiara di voler combattere il fanatismo, la barbarie e l’oscurantismo ovunque si manifestino.

Come può una nazione che pretende di rappresentare un modello di civiltà adottare pratiche che ricordano proprio quelle forme di brutalità che condanna quando vengono esercitate da regimi autoritari o fondamentalisti? Non si può denunciare la barbarie altrui e, nello stesso tempo, legittimare la spettacolarizzazione della morte in nome della giustizia. La civiltà non può essere un principio da invocare contro i propri avversari e da dimenticare quando si esercita il proprio potere.

La tecnologia non rende moderna una pratica barbarica. Trasmettere una fucilazione in streaming non rappresenta un progresso, ma rischia di essere il ritorno alla piazza delle esecuzioni, con uno schermo al posto del patibolo e milioni di spettatori al posto della folla. È l’oscurantismo che indossa gli abiti della modernità.

Chi invoca la pena capitale richiama spesso la gravità dei crimini, il diritto delle vittime a ottenere giustizia e la necessità di garantire sicurezza. Sono questioni serie, che meritano risposte concrete. Ma punire non significa vendicarsi, e la sofferenza delle vittime non può diventare la giustificazione per infliggere altra sofferenza.

A che cosa serve una pena irreversibile quando non può garantire né l’infallibilità della giustizia né la prevenzione assoluta del crimine?

Rendere pubblica un’esecuzione aggiunge un elemento ancora più inquietante: la trasformazione della morte in una rappresentazione del potere. Una democrazia ha il dovere di garantire la trasparenza della giustizia, non di esibire la sofferenza di un condannato. Quando la punizione diventa spettacolo, il rischio è che l’indignazione si trasformi in odio e che la vendetta venga scambiata per giustizia.

Opporsi alla pena di morte non significa dimenticare le vittime, minimizzare i delitti o essere indulgenti con i colpevoli. Significa pretendere uno Stato capace di punire con fermezza senza rinunciare ai propri principi.

È una questione profondamente laica: la dignità umana non dipende dalla simpatia che proviamo per una persona, né scompare quando questa commette un crimine. I diritti fondamentali si misurano soprattutto quando riguardano chi è impopolare, disprezzato o condannato dalla collettività.

Una società civile non dimostra la propria forza quando uccide, ma quando sa esercitare la giustizia senza diventare essa stessa fonte di violenza.
La pena di morte non restituisce le vite spezzate. L’odio non costruisce sicurezza. La vendetta non guarisce il dolore. la giustizia deve fermare la violenza, non metterla in scena.

Non basta proclamarsi la più grande democrazia del mondo per esserlo. Occorre dimostrarlo soprattutto quando la rabbia collettiva chiede sangue, quando la vendetta appare più facile della ragione e quando il potere potrebbe uccidere ma sceglie di non farlo.
Restiamo umani. Anche davanti ai crimini più atroci. Soprattutto allora.

Perché la civiltà non si misura soltanto da come trattiamo gli innocenti, ma anche dai limiti che sappiamo imporci quando puniamo i colpevoli.
E se per dimostrare la nostra superiorità morale dobbiamo fucilare un uomo davanti alle telecamere, allora dovremmo avere il coraggio di chiederci quale differenza sia rimasta tra la civiltà che diciamo di difendere e la barbarie che pretendiamo di combattere.