
di SETTIMIO PAONE
A Montauro le pietre parlano. E a volte gridano. Basta soffermarsi davanti a Palazzo Barberi, nel cuore del centro storico, per accorgersi che quei volti scolpiti non sono semplici ornamenti: hanno le bocche spalancate, come in un urlo eterno che attraversa i secoli.
Sono maschere apotropaiche. Il termine deriva dal greco apotrépein, “allontanare”, “respingere”. E proprio attraverso quell’urlo di pietra esse svolgevano la loro funzione: scacciare il male, intimidire le forze oscure, proteggere la casa e chi vi abitava. La bocca aperta non è un dettaglio casuale. È un segno preciso, potente. È il simbolo di un grido che respinge, che mette in fuga.
Le maschere di Palazzo Barberi si distinguono proprio per questa caratteristica: bocche larghe, spalancate, quasi a mostrare un’espressione tra il feroce e il grottesco. Gli occhi sono marcati, i lineamenti incisi con forza. Non cercano armonia né bellezza classica. Sono volutamente espressive, quasi inquietanti. Ma la loro funzione non è spaventare l’uomo: è proteggere l’abitazione da ciò che non si vede.
Nel passato, soprattutto nei borghi arroccati come Montauro, la soglia di casa era un confine delicato. Oltre quella porta potevano entrare non solo persone, ma simbolicamente anche sventure, malocchio, negatività. Per questo l’architettura si faceva difesa spirituale. Il volto con la bocca spalancata rappresentava un grido permanente contro il male, una barriera simbolica scolpita nella pietra.
Camminando tra le vie che collegano Piazza Zanardelli agli antichi palazzi nobiliari, queste presenze catturano lo sguardo. Non sono semplici dettagli decorativi, ma frammenti di una mentalità che intrecciava fede, tradizione e senso del mistero. In un territorio che ha conosciuto terremoti, difficoltà e prove collettive, anche la pietra diventava custode.
Quelle bocche aperte, oggi, non fanno più paura. Semmai incuriosiscono. Ma raccontano una verità profonda: Montauro non è solo un borgo di silenzi e panorami sullo Ionio, è anche un luogo in cui ogni elemento architettonico ha avuto un significato preciso. Nulla era lasciato al caso.
Le maschere di Palazzo Barberi continuano così a gridare, senza suono, la loro funzione originaria. Un urlo che non è rabbia, ma protezione. Un volto che non rappresenta il male, ma lo sfida. E in quell’espressione scolpita si legge ancora oggi la volontà di una comunità di custodire sé stessa, affidando persino alla pietra il compito di vegliare sul proprio destino.
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