Montauro, la Chiesa Matrice riapre alla quotidianità: fede e storia tornano a vivere

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  08 aprile 2026 10:35

di SETTIMIO PAONE

La Chiesa Matrice dedicata a San Pantaleone rappresenta da sempre uno dei pilastri della storia e dell’identità della comunità montaurese. Un luogo che attraversa i secoli, custodendo nelle sue mura il racconto di un popolo profondamente legato alle proprie radici e alla propria fede. Le origini dell’edificio si perdono nel tempo, tra influenze basiliane e successive trasformazioni in epoca normanna. La struttura attuale è il frutto della ricostruzione avvenuta dopo il terremoto del 1783, evento che segnò profondamente la Calabria e ridisegnò anche il volto del borgo. Da allora, la Matrice ha continuato a rappresentare il centro della vita religiosa e sociale di Montauro, accompagnando generazioni di fedeli.

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All’interno si conserva un patrimonio di grande valore simbolico, legato in particolare alla devozione verso il Santo patrono, le cui reliquie sono custodite come segno tangibile di una fede mai venuta meno. Un legame profondo, che ha reso la chiesa non solo luogo di culto, ma spazio di appartenenza e memoria collettiva. Per anni, tuttavia, la fruizione della chiesa è rimasta legata prevalentemente ai momenti liturgici. Oggi, grazie all’iniziativa voluta dal nuovo sacerdote Don Brunello Gallace Valente, si apre una nuova fase per la comunità.

La Chiesa Matrice torna infatti ad essere accessibile anche durante la quotidianità, offrendo ai fedeli e ai visitatori la possibilità di entrare liberamente per momenti di preghiera personale e raccoglimento. Un gesto semplice ma significativo, che restituisce centralità al rapporto diretto con il luogo sacro e invita a riscoprire il valore del silenzio e della spiritualità. Una scelta che si inserisce in un percorso più ampio di valorizzazione della vita comunitaria, dove la storia diventa esperienza viva e condivisa. La riapertura della chiesa rappresenta così un segnale importante, capace di coniugare memoria e presente, tradizione e rinnovamento. Montauro ritrova uno dei suoi simboli più autentici, restituendolo alla comunità come spazio aperto, accogliente e profondamente identitario.


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