
Una vaschetta di corbezzoli può raccontare molto più di un prodotto appena raccolto. Può raccontare la fatica di chi lavora la terra, i costi che aumentano (vedi il tema attuale del carburante), l'incertezza di ogni stagione e, soprattutto, il valore di un rapporto commerciale fondato sul rispetto reciproco.
È questo il significato che accompagna la nuova consegna dei corbezzoli di Roberto Galati ai punti vendita Naturium e Urban Market di Montepaone. Un momento apparentemente ordinario che diventa l'occasione - per il progetto culturale Naturium - per affrontare un tema molto più ampio: quello del giusto prezzo riconosciuto agli agricoltori.
Galati parte dalla propria esperienza diretta. Da anni conferisce a Naturium diversi prodotti della sua azienda agricola e sottolinea un particolare che, nel mercato attuale, considera tutt'altro che scontato: il prezzo viene proposto dal produttore e non diventa oggetto di una trattativa al ribasso.
«Giovanni è uno dei pochi imprenditori del settore che non ha mai tirato il prezzo», osserva Galati che ha una sua attività agricola a San Vito sullo Ionio. Un principio che non riguarda soltanto i corbezzoli, ma tutti i prodotti consegnati negli anni. Per il produttore agricolo è un elemento decisivo, soprattutto in una regione come la Calabria, caratterizzata da tante piccole realtà che devono confrontarsi con costi sempre più pesanti.
Carburanti, concimi, materiali per le serre, trasporti, eventi climatici e raccolti incerti incidono profondamente sulla sostenibilità delle aziende. A questo si aggiunge una debolezza strutturale: molti prodotti freschi hanno una vita commerciale di pochi giorni e le piccole imprese non sempre dispongono di celle frigorifere, mezzi refrigerati o reti logistiche capaci di raggiungere mercati lontani.
È proprio questa condizione a ridurre spesso il potere contrattuale di chi produce. «L'agricoltore è l'anello più debole del sistema economico di un territorio», evidenzia Galati, ricordando come la necessità di vendere rapidamente possa costringere molte aziende ad accettare condizioni stabilite da grossisti e intermediari.
Da qui il valore della filiera corta: non soltanto chilometri in meno tra il campo e il punto vendita, ma soprattutto meno distanza economica tra chi produce e chi compra.
La risposta di Giovanni Sgrò muove dallo stesso principio. Il rapporto con Galati, spiega, si è sempre basato sulla fiducia: «Se mi chiede 80, gli do 80; se mi chiede 1,20 euro, gli do 1,20 euro. Non ho mai fatto trattative su quello che mi chiede».
Non si tratta, sottolinea Sgrò, di rinunciare alle normali logiche d'impresa, ma di riconoscere ciò che esiste dietro il prezzo di un alimento. Chi coltiva affronta investimenti e rischi senza avere la certezza del risultato finale. Un'annata difficile, un aumento dei carburanti, il costo dei concimi o un evento meteorologico possono modificare completamente i conti di un'azienda.
Per questo il prezzo più basso non può essere sempre considerato automaticamente il prezzo migliore.
Sgrò porta anche l'esempio di altri produttori locali, come quello delle farine biologiche provenienti da Guardavalle: quando il fornitore stabilisce una cifra compatibile con i propri costi di produzione, la scelta è quella di rispettarla e costruire successivamente un margine commerciale equilibrato, senza scaricare a monte l'intero peso della competizione.
Il punto, dunque, è trovare un equilibrio lungo tutta la catena. Perché quando un prodotto arriva al consumatore a un prezzo eccezionalmente basso, avverte Sgrò, occorre chiedersi anche dove sia stato recuperato quel vantaggio e chi, lungo la filiera, ne abbia sostenuto realmente il costo.
Ed è qui che entra in gioco il consumatore. La sfida non riguarda soltanto agricoltori, grossisti e commercianti. Acquistare significa anche riconoscere il valore di un prodotto, della sua provenienza e delle condizioni nelle quali viene realizzato. Significa comprendere che dietro pochi centesimi di differenza possono esserci modelli economici profondamente diversi.
Galati richiama, a questo proposito, anche le difficoltà che interessano altre produzioni calabresi, dall'olio ai prodotti freschi: eccellenze che rischiano di essere cedute all'origine a cifre troppo basse per poi ritrovarsi, dopo diversi passaggi commerciali, sugli scaffali a valori molto più elevati.
La questione del giusto prezzo diventa così una questione di equità della filiera. Non significa eliminare il mercato né impedire a chi vende di ottenere il proprio margine. Significa evitare che quel margine venga costruito comprimendo fino all'insostenibilità la remunerazione di chi sta all'origine del prodotto.
La consegna dei corbezzoli diventa allora il simbolo di un possibile modello diverso: il produttore stabilisce il valore che ritiene necessario per sostenere il proprio lavoro, il commerciante lo riconosce, valorizza il prodotto e lo presenta al consumatore spiegandone qualità, provenienza e storia.
Una relazione basata sulla reciprocità, prima ancora che sulla contrattazione. Perché il giusto prezzo non è soltanto il numero scritto su un'etichetta. È il punto di equilibrio tra chi coltiva, chi vende e chi acquista. Ed è, soprattutto, il riconoscimento economico di tutto ciò che viene prima dello scaffale: terra, tempo, rischio, competenza e lavoro.
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