Morte Umberto Bossi, Cimino: "Un uomo politico da rispettare e studiare"

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  20 marzo 2026 13:15

di FRANCO CIMINO

Siamo uno strano Paese, per quelle contraddizioni — a volte anche estreme — che manifestiamo quando passiamo dall’angelismo al diavolismo, se mi è consentita questa licenza espressiva. Ci commuoviamo facilmente dinanzi alle sofferenze altrui e altrettanto facilmente le dimentichiamo. Abbiamo sempre bisogno di un Dio che ci protegga e ci soccorra nei momenti di difficoltà; da qui l’ottimismo che caratterizza gli italiani. Ma, nel frattempo, abbiamo anche bisogno di un nemico, qualcuno o qualcosa da odiare e contro cui prendersela quando le cose vanno male. Oppure, semplicemente per scaricare quel nostro istintivo bisogno di divisione e di contrapposizione.

Si sta da una parte o dall’altra, perché nel mezzo — antica nostra caratteristica — non conviene più stare. Non dà utili, e quelli che vi restano sono sempre di meno. In questa legge dei contrasti troviamo la contrapposizione dei giudizi anche su uno stesso fatto e addirittura sulla stessa persona. Specialmente quando muore. C’è chi ne dice bene e chi ne pensa male; al centro resta l’indifferenza di chi dice: “A me che importa, tanto si muore tutti, prima o poi”.

Soprattutto quando scompare un uomo politico si levano sentimenti e giudizi contrastanti, anche se quelli più duri si riservano spesso a personalità che muoiono, per così dire, “povere”, cioè senza potere: senza eserciti e senza cortigiani. Perché di quelli potenti, che muoiono ancora forti, la morte — che pure li livella — non cancella del tutto la soggezione e il timore che continuiamo a provare, soprattutto nell’immediatezza della scomparsa e durante funerali che diventano grandi celebrazioni popolari e istituzionali, accompagnate da forte clamore mediatico.

Il giudizio che più ricorre quando scompare un uomo di potere è quasi sempre di ordine morale: vicende giudiziarie, condanne, dimenticanze di assoluzioni, episodi di corruzione, arricchimenti discutibili. Raramente si valuta altro: i meriti politici, l’intelligenza, ciò che è stato costruito. Tutto questo passa in secondo piano. Se il personaggio è debole anche in morte, conterà soprattutto se sia stato ladro o no, corretto o no, se abbia praticato familismo o se abbia avuto figli poco all’altezza.

Se invece ha guidato masse e governato un partito, questo spesso non viene neppure preso in considerazione.

È ciò che sta accadendo con la scomparsa di Umberto Bossi .

La notizia è apparsa improvvisa, non perché lo si pensasse immortale, ma perché lo avevamo dimenticato. Da almeno un decennio Bossi era fuori dalla scena pubblica: restava quella figura fisica indebolita, segnata dall’ictus gravissimo che lo colpì circa vent’anni fa, e dalla cui sopravvivenza ancora oggi si resta sorpresi.

Poco spazio nei salotti televisivi, poco rilievo nei telegiornali. In rete, poche lacrime e molti insulti, soprattutto verso quel “triste trota” — il figlio — che, paradossalmente, segnò l’inizio del declino del leader.

Come sempre, sarà la storia — se qualcuno avrà la fortuna di entrarci — a stemperare questo clima e a consentire un’analisi più lucida. Ma ci vorranno almeno trent’anni, e storici seri, difficili da trovare in un clima di crescente asservimento della cultura al potere politico.

A me piace anticipare la storia, senza essere storico e senza pretendere di esserlo. Mi piace rimuovere quel velo emotivo — positivo o negativo — che si posa sulle figure scomparse, e provare a dare una lettura più propriamente politica.

E allora dico che Umberto Bossi è stato un grande innovatore della politica italiana, a suo modo un rivoluzionario.

Incolto e spesso rozzo nelle forme espressive — dal linguaggio al vestire (indimenticabile la canottiera bianca estiva) — senza mezzi importanti e inizialmente snobbato anche dal mondo imprenditoriale lombardo, riuscì a costruire, a partire da piccoli movimenti locali, un partito radicato prima in Lombardia e poi in tutto il Nord.

La Lega Nord, originariamente “Lega Nord per l’indipendenza della Padania”, nacque come movimento contro il sistema dei partiti, in una fase in cui i partiti tradizionali erano ancora forti e guidati da leader importanti.

Era il 1989.

Bossi comprese tra i primi che quel sistema stava morendo, logorato dalle proprie contraddizioni e incapace di rinnovarsi. Intuì che la fine sarebbe arrivata soprattutto sul terreno della questione morale — quella che neppure il Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer era riuscito a trasformare in una forza decisiva di cambiamento.

Il suo slogan “Roma ladrona” era molto più di una formula rozza: indicava che il problema non era solo la corruzione diffusa, che Mani Pulite avrebbe poi rivelato, ma la concentrazione del potere in una capitale percepita come distante e opaca.

Secondo questa visione, quella concentrazione generava sprechi e distorsioni, a danno soprattutto del Nord produttivo, la cui ricchezza veniva redistribuita attraverso meccanismi assistenziali e clientelari.

Bossi, volontariamente o meno, contrappose alla storica questione meridionale una “questione settentrionale”. E, pur con toni spesso offensivi, finì anche per riportare al centro il problema del Sud, non più come oggetto di pietismo, ma come possibile risorsa per uno sviluppo autonomo e per una reale unità nazionale.

La battaglia per l’indipendenza del Nord fu in gran parte una provocazione politica, una strategia per ottenere maggiore autonomia. Autonomia che il Nord ha saputo in parte utilizzare, mentre il Sud — secondo questa lettura — ne ha spesso subito gli effetti senza riuscire a trasformarla in opportunità.

Bossi possedeva intuito politico e capacità strategica. Non a caso fu compreso da due leader tra loro opposti come Silvio Berlusconi e Massimo D’Alema, che cercarono entrambi di averlo come alleato.

Molto del successo politico di Berlusconi è legato anche a questa alleanza, che resistette nel tempo nonostante tensioni e rotture.

Bossi, per certi aspetti — pur con enormi differenze — può essere accostato a Marco Pannella, entrambi innovatori, capaci di spostare il dibattito politico su terreni nuovi.

Non comprenderlo allora ha contribuito alla crisi delle cosiddette “due Repubbliche”. Non comprenderlo oggi significa rinunciare a capire una parte essenziale della trasformazione della politica italiana.

Con il suo pragmatismo, la sua spregiudicatezza e il suo linguaggio diretto, Bossi sfugge a una classificazione tradizionale. È stato etichettato come uomo di destra e alleato servile di Berlusconi, ma rivendicava un passato comunista, antifascista e democratico, dichiarando di battersi contro le disuguaglianze.

Non sempre è stato coerente — ma questa incoerenza appartiene a una lunga tradizione della politica italiana.

La nascita dell’alleanza tra Forza Italia, Lega e Movimento Sociale segnò un passaggio decisivo: la costruzione di una nuova destra, sintesi tra destra economica, sociale e identitaria. Un fenomeno che oggi vediamo affermarsi anche a livello internazionale.

Si renda dunque onore — anche da avversari, come chi scrive — a un politico di razza, che ha contribuito a cambiare il Paese.

E si parta da questa morte — o meglio, da questa dimenticanza — per riflettere su un fenomeno politico più ampio, che proprio in quella stagione ha trovato le sue radici. La Destra, che pur confusamente, si sta affermando nel mondo e in Italia per quella capacità di mettere insieme paure e interessi, povertà e bisogni, e la ricchezza come sogno pur lontanissimo e sbiadito, gli elementi della nuova cultura politica.


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