
di CATERINA MURACA
La storia di Maria Chindamo, il percorso giudiziario per fare luce sulla sua scomparsa e la necessità di contrastare una cultura patriarcale ancora profondamente radicata in alcuni territori. Sono stati questi i temi al centro del secondo appuntamento di “Corpi liberi in territori liberi”, il percorso di iniziative promosso dal Collettivo Aurora in vista del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
L'incontro, dal titolo “Pratiche contro la violenza patriarcale e 'ndranghetista – Il caso di Maria Chindamo”, si è tenuto oggi venerdì 6 novembre nella Biblioteca comunale “Filippo De Nobili” di Catanzaro, a Villa Margherita. Un momento di confronto che ha intrecciato la ricostruzione di una vicenda dolorosa con una riflessione più ampia sulle forme di sopraffazione che colpiscono le donne quando scelgono di autodeterminarsi e sottrarsi a modelli di controllo e dominio.
Ad aprire l'iniziativa è stata Doriana Righini, del Collettivo Aurora, mentre a moderare gli interventi è stata Ivana Bevacqua, anch'essa componente del Collettivo Aurora. All'iniziativa ha preso parte anche l'assessore comunale Salavatore Bulotta, a testimonianza dell'attenzione delle istituzioni cittadine sui temi affrontati.
A ripercorrere la storia di Maria Chindamo e, in particolare, il cammino giudiziario legato al suo caso è stata Elvira Iaccino, di Libera Catanzaro, che ha ricostruito gli aspetti processuali di una vicenda che continua a chiedere verità e giustizia. Maria, imprenditrice calabrese scomparsa il 6 maggio 2016 davanti alla propria azienda agricola a Limbadi, è diventata negli anni un simbolo della resistenza alla violenza mafiosa e alla negazione della libertà femminile.
Un contributo importante è arrivato anche da Juana Coluccio, dell'associazione Riprendiamoci i Consultori Locride, che ha portato l'attenzione sulla necessità di continuare a lavorare nei territori in cui le idee patriarcali e i modelli culturali fondati sulla subordinazione delle donne sono ancora profondamente radicati. Un cambiamento che non può essere affidato soltanto alle associazioni e ai progetti portati avanti dalla società civile. L'impegno dal basso è indispensabile, ma deve essere accompagnato da un sostegno concreto delle istituzioni, attraverso interventi, servizi e politiche capaci di incidere realmente sul tessuto sociale e culturale.
Un'ulteriore riflessione ha riguardato il ruolo dell'educazione e delle istituzioni scolastiche. Raimonda Bruno, docente, ha richiamato l'importanza della scuola e degli insegnanti nella formazione delle nuove generazioni, tanto delle giovani donne quanto dei giovani uomini. Un compito che non si esaurisce nella trasmissione delle conoscenze, ma che comporta una precisa responsabilità educativa: contribuire alla costruzione di relazioni basate sul rispetto, sulla parità e sul riconoscimento della libertà altrui. Nel suo intervento ha richiamato anche i principi della Costituzione, sottolineando il valore dell'istruzione come strumento di emancipazione e crescita civile. Da qui l'importanza di creare, all'interno delle istituzioni, luoghi di ascolto e confronto accessibili, non soltanto nelle scuole ma anche nelle università e negli altri contesti formativi, affinché ragazze e ragazzi possano trovare spazi in cui esprimere difficoltà, dubbi e vissuti, senza timore di essere giudicati.
Sul valore della memoria si è soffermata Sabrina Garofalo, sociologa dell'Università Magna Graecia, che ha sottolineato l'importanza di continuare a raccontare e ricordare Maria Chindamo. Mantenere viva la sua storia significa impedire che il silenzio e l'indifferenza prendano il sopravvento, ma anche trasformare il ricordo in uno strumento di consapevolezza collettiva. La memoria, dunque, non come semplice richiamo al passato, ma come responsabilità nei confronti del presente e delle generazioni future.
Particolarmente significativa la testimonianza di Vincenzo Chindamo, fratello di Maria, la cui presenza ha riportato il confronto alla dimensione umana e familiare di una storia che, a distanza di anni, continua a segnare profondamente chi l'ha vissuta. La sua voce ha rappresentato il racconto di una battaglia che non riguarda soltanto una famiglia, ma un'intera comunità chiamata a non dimenticare e a continuare a chiedere verità e giustizia.
La vicenda di Maria Chindamo diventa così il punto di partenza per interrogarsi sul legame tra violenza patriarcale, controllo dei territori e potere mafioso. Una riflessione che supera i confini del singolo caso e richiama la necessità di costruire una rete di responsabilità condivise, nella quale associazioni, cittadini e istituzioni possano lavorare insieme.
L'appuntamento rientra nel calendario di “Corpi liberi in territori liberi”, che proseguirà il 14 novembre con il laboratorio per adolescenti “La violenza che non vedi”, il 20 novembre con un incontro dedicato alla violenza economica e il 25 novembre con una passeggiata rumorosa contro la violenza di genere, con partenza dal Cavatore.
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