
di TERESA MENGANI
Ottant’anni non sono un anniversario qualsiasi. Sono abbastanza per passare dalla memoria alla storia, dall’entusiasmo all’abitudine, dalla speranza alla manutenzione del presente. La Repubblica italiana compie ottant’anni non come una giovane promessa, ma come un Paese che ha conosciuto slanci, paure, crescita, corruzione, illusioni collettive e una lenta, quasi impercettibile erosione della fiducia.
Il 2 giugno 1946 non fu soltanto una scelta tra monarchia e repubblica. Fu una domanda più profonda: dopo la dittatura, la guerra, la devastazione materiale e morale del fascismo, gli italiani volevano tornare a essere cittadini. Non più sudditi, non più folla mobilitata, non più popolo sacrificato alla storia.
Per la prima volta votarono anche le donne. Ma ridurre quel passaggio alla formula rituale del “voto alle donne” significa impoverirne la portata. Non fu una concessione simbolica né un completamento tardivo della democrazia: fu l’irruzione nella vita pubblica di metà del Paese, dopo secoli di esclusione politica, giuridica e culturale.
La Repubblica nacque così: fragile, povera, divisa. Eppure carica di aspettative. La Costituzione non descriveva l’Italia reale; descriveva l’Italia desiderata. Lavoro, uguaglianza, partecipazione, diritti sociali: più che un ritratto, un programma di trasformazione.
Per alcuni decenni quel programma sembrò plausibile. Il boom economico cambiò il volto delle città, dei consumi, delle ambizioni individuali. La scuola pubblica, il welfare, l’allargamento dei diritti offrirono a milioni di persone possibilità fino ad allora impensabili. Vivere meglio dei propri genitori non era una formula motivazionale: era un’esperienza concreta, quasi un’aspettativa implicita.
Ma le democrazie raramente crollano all’improvviso. Più spesso si consumano lentamente. Non attraverso i carri armati, ma attraverso l’assuefazione, il cinismo, la perdita progressiva di senso.
L’Italia conosce bene questo processo.
Le speranze collettive hanno lasciato spazio a una sfiducia diffusa nelle istituzioni, nei partiti, nella capacità stessa della politica di incidere sulla realtà. Il voto, che nel 1946 incarnava conquista, responsabilità e appartenenza, oggi appare spesso come un rito svuotato di efficacia. L’astensionismo crescente non racconta soltanto disinteresse: racconta un rapporto incrinato tra cittadini e rappresentanza, tra promessa democratica ed esperienza quotidiana.
Nel frattempo la politica ha cambiato natura. Da spazio di mediazione e progetto si è trasformata, sempre più spesso, in comunicazione permanente, leadership personalizzate, gestione dell’emergenza. Si governa il contingente, si commenta il presente, si fatica a immaginare il futuro.
Eppure sarebbe troppo facile raccontare questi ottant’anni come una parabola lineare di declino. La Repubblica ha attraversato terrorismo, stragismo, corruzione sistemica, crisi economiche, mutamenti geopolitici senza spezzare il proprio impianto democratico. Ha mostrato fragilità profonde, ma anche una capacità di resistenza che gli italiani, forse, tendono a dare per scontata.
Ma resistere non coincide con avanzare.
Una democrazia può continuare a funzionare formalmente mentre si impoverisce simbolicamente; può conservare le proprie procedure e perdere, poco a poco, la capacità di generare fiducia, partecipazione, immaginazione collettiva. È forse qui che si colloca il disagio più autentico dell’Italia contemporanea.
Perché il nodo degli ottant’anni repubblicani non è stabilire se tutte le promesse siano state mantenute, evidentemente no! Il nodo è capire se esista ancora un’idea condivisa di futuro capace di dare significato alla cittadinanza democratica.
Il tratto, forse più autentico, di questa lunga storia non è l’epica della ricostruzione né il racconto consolatorio dei successi istituzionali. È il passaggio, lento ma visibile, da una stagione in cui la politica prometteva trasformazione a una stagione in cui chiede soprattutto adattamento.
La domanda, allora, non è se la Repubblica esista ancora. Esiste! La domanda più scomoda è un’altra: quanti italiani credono davvero che la democrazia possa ancora modificare il destino delle loro vite?
Ottant’anni dopo, il rischio non è la fine della Repubblica. È qualcosa di più silenzioso: la rarefazione della speranza civile che ne aveva accompagnato la nascita.
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