
Riceviamo e pubblichiamo la commovente lettera di addio che colleghi e amici hanno voluto scrivere in ricordo del poliziotto Giuseppe Spizzirri, 54 anni, tragicamente scomparso un un incidente questa mattina (leggi qui).
Ci sono notizie che non dovrebbero mai arrivare.
E invece arrivano, come un colpo secco nel silenzio dell’alba.
Questa mattina ci siamo svegliati con una verità che fa male anche solo a pronunciarla: nella notte, un tragico incidente ha portato via l’Assistente Capo della Polizia di Stato Spizzirri Giuseppe, per tutti noi semplicemente Peppino.
Lo ha strappato all’abbraccio della sua famiglia, alla sua adorata “bimba” — come la chiamava sempre, con quella luce negli occhi che solo un padre sa avere — e all’amata moglie. Ma lo ha portato via anche a tutti noi, colleghi e amici, che abbiamo avuto il privilegio di conoscerlo e di lavorare al suo fianco.
Peppino era un uomo umile. E l’umiltà, in un mondo che spesso alza la voce, è una forma silenziosa di grandezza.
Aveva il sorriso facile, ma mai superficiale. Era un poliziotto aperto all’ascolto, pronto ad accogliere l’altro, disposto ad imparare da chiunque pur di migliorarsi. Non si sentiva mai arrivato. Cercava sempre di crescere, nel lavoro come nella vita.
Aveva una parola buona per tutti. Per i colleghi, per i superiori, persino per chi incontrava nelle situazioni più difficili del servizio. In quei momenti di stanchezza e stress, quando è facile che scappi una parola di troppo, lui sceglieva il silenzio. Un silenzio breve, che veniva subito sostituito dal suo sorriso. Non portava rancore. Non ne aveva bisogno.
Amava parlare della sua famiglia. Della sua “bimba”. Di sua moglie.
Amava il suo lavoro con quella dedizione semplice che non fa rumore ma lascia il segno. Prima l’arruolamento nella Polizia Penitenziaria, gli anni al carcere di Opera, poi a Catanzaro. I colleghi, le sfide a ping pong, i turni condivisi, le risate nei momenti rubati alla fatica. Poi il passaggio alla Polizia di Stato, con lo stesso entusiasmo, la stessa serietà, lo stesso cuore.
Oggi una famiglia ha perso il suo pilastro.
La Polizia ha perso un uomo valido, un servitore dello Stato, un amico vero.
Eppure chi ha conosciuto Peppino sa che la sua eredità non si misura solo nei servizi svolti o nei risultati ottenuti. Si misura nella bontà, nel rispetto, nella capacità di restare umani anche quando il lavoro ti mette davanti al peggio dell’umanità.
Qualcuno potrebbe chiedersi perché Dio permetta tutto questo.
Viene in mente l’immagine di un cesto di mele, tra cui sceglierne una. Forse oggi è stata scelta la più bella. Un’anima buona e nobile, chiamata a un servizio diverso, in un mondo che ha sete di uomini giusti.
Peppino, questa è stata la tua ultima sfida.
La morte ha avuto la meglio, ma non avrà l’ultima parola su ciò che sei stato.
Continuerai il tuo servizio in un altro modo, proteggendo dall’alto la tua famiglia, consolando chi ti ama, dando forza ai tuoi cari e coraggio ai colleghi che porteranno avanti il cammino anche per te.
A tua moglie, alla tua bambina, alla tua famiglia tutta, va il nostro abbraccio più profondo.
A noi resta il compito di ricordarti non con la disperazione, ma con l’impegno a essere, ogni giorno, un po’ più simili a te.
Perché il vero servizio non finisce con una divisa.
Il vero servizio è amare, rispettare, restare uomini buoni sempre.
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