Potere al popolo Catanzaro: "Licenziamenti, sfruttamento e lavoro nero, dobbiamo ribellarci"

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  03 aprile 2025 17:24

Licenziamenti, sfruttamento, lavoro nero, caporalato: queste le condizioni dei lavoratori in Calabria, che raffigurano gli elementi costitutivi del capitalismo. A tutti questi lavoratori, a tutte queste lavoratrici va il sostegno e la solidarietà di Potere al Popolo!

In Calabria conosciamo bene come si pratica tutto questo. Abbiamo raccontato dell’imprenditore calabrese, arrestato, titolare di cinque supermercati in provincia di Catanzaro, che pagava i dipendenti 4 euro l'ora a fronte di un orario settimanale superiore a quello consentito, senza permettere loro di usufruire delle ferie e delle agevolazioni per infortuni sul lavoro. Non è certamente l’unico perché tanti sono i padroni che trattano i lavoratori come i rasoi usa e getta.

Il 31 marzo del mese scorso la Network Contact con sede in Crotone, l'azienda di call center, ha annunciato il licenziamento di 90 persone. A Catanzaro, ieri, tre lavoratrici licenziate in un noto supermercato colpevoli di essersi iscritte al sindacato per difendere i propri diritti, quei pochi ancora rimasti. Come sostiene il sindacato, con una “lettera ben scritta, con le normative giuste: la legge Fornero, pensata per rendere il mercato del lavoro più flessibile e colpire i lavoratori “esigenti””, vengono cacciate dal posto di lavoro per il semplice motivo che con il rinnovo del contratto le tre farmaciste impiegate nei supermercati ottengono un avanzamento di due livelli contrattuali, un riconoscimento della loro professionalità, per il padrone una cosa insopportabile. Ma non è una questione di soldi, perché la proprietà, una multinazionale multimiliardaria, non “soffre” certo di liquidità, è una questione di comando, di potere assoluto sulle nostre vite.

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Tutti i governi degli ultimi trent’anni, ai quali si aggiunge la mannaia del governo Meloni, si sono prodigati a realizzare condizioni di lavoro sottopagato e con scarse tutele, quello al quale non si riconosce alcuna dignità e che si trasforma in una condizione degradante e mortificante, e che è da diversi anni la caratteristica sempre più diffusa con la quale si presenta il lavoro in Italia, ai lavoratori sottrae tutti gli strumenti che possono garantire un minimo di difesa. Questa è la logica perseguita da questo governo, che poi decanta il falso aumento degli occupati, dimenticando di raccontare che tipo di lavoro sta aumentando nel nostro paese, mentre nel frattempo ha provveduto ad eliminare il reddito di cittadinanza il quale, nonostante le tante criticità, ha rappresentato sia un’importante misura di sostegno contro l’indigenza, permettendo a circa 450 mila famiglie di uscire da una condizione di povertà assoluta, sia una misura di lotta aumentando il potere contrattuale dei beneficiari sul mercato del lavoro.

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Una ulteriore guerra ai poveri del governo è rappresentata dal disegno di legge 1532 bis, intitolato “Disposizioni in materia di lavoro”, presentato da ben otto ministri del governo Meloni, guidati dalla ministra del lavoro Calderone, che contiene una norma sfacciatamente a sostegno dei padroni. L’articolo 9 considera dimissioni volontarie del lavoratore l’assenza ingiustificata di più cinque giorni e che, pur senza che il lavoratore abbia manifestato alcuna volontà esplicita di lasciare il lavoro, consentirà di chiudere il rapporto di lavoro senza corresponsione della Naspi al novello disoccupato. La logica del provvedimento è semplice: i lavoratori devono accettare le condizioni poste dai padroni, punto e basta. Il ricorso dei lavoratori all’utilizzo delle dimissioni per difendersi va limitato al minimo, per evitare che si trasformi in un’arma che metta in difficoltà il padrone. E al padrone va concessa la massima libertà di poter disporre del lavoro altrui, anche a salari bassi e rispettando solo in parte le condizioni previste dai contratti. Per chi vive di lavoro precario e saltuario questa norma, se sarà approvata, rappresenterà un altro colpo alla possibilità di difendersi e metterà i padroni in una condizione di ulteriore vantaggio. L’Italia non è un paese per giovani, tantomeno la Calabria. Tra precariato, stipendi da fame, inflazione ed emigrazione sono pochi i giovani che possono permettersi di costruirsi una vita autonoma. Per la prima volta da molte generazioni il futuro che ci vedrà protagonisti sarà peggiore di quello dei nostri genitori! Precarietà infinta, accesso allo studio sempre più difficile ed elitario, nessuna prospettiva di stabilità.

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Per questo abbiamo depositato la proposta di legge di iniziativa popolare per un salario minimo legale di almeno 10 euro l’ora, indicizzato al costo della vita. Il salario minimo è il primo passo necessario per dare una svolta a questo quadro desolante e aprire una strada verso il futuro che ci meritiamo, in cui avere una casa o fare figli non sembreranno più utopie, ma possibilità concrete! Il capitale, i padroni ci stanno prendendo tutto. Questo mondo capovolto non può durare. E allora lo dobbiamo rovesciare! Dobbiamo ribellarci!

Potere al popolo

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