
di EUGENIO PERRONE
Separazione delle carriere e confronto pubblico: una precondizione di lealtà
Il recente comunicato dell’Associazione Nazionale Magistrati, con cui si è inteso censurare l’iniziativa assunta dalla Camera Penale di Catanzaro e dai giovani delegati del Miur che hanno affrontato pubblicamente il tema della separazione delle carriere, impone alcune puntualizzazioni, non per spirito polemico, ma per correttezza del dibattito democratico.
Si è affermato, da parte dell’ANM, che vi sarebbe stata una disponibilità al confronto, lasciando intendere che esso non si sia realizzato per una scelta altrui. Questa rappresentazione, tuttavia, rischia di risultare fuorviante se non si chiarisce un punto preliminare e dirimente: il confronto dialettico, soprattutto quando riguarda riforme costituzionali, non è mai neutro, ma richiede come presupposto imprescindibile la lealtà degli argomenti utilizzati.
Non ogni “confronto” è, per definizione, un confronto corretto. Pretendere una dialettica pubblica mentre si continuano a veicolare tesi manifestamente infondate — più volte smentite sul piano giuridico, costituzionale e comparato — significa alterare le regole stesse del dibattito. In questi casi, il confronto rischia di trasformarsi in una asimmetria comunicativa, in cui il ruolo istituzionale viene utilizzato per conferire autorevolezza a narrazioni che non trovano riscontro nei fatti.
La separazione delle carriere è stata, nel tempo, avversata anche attraverso argomentazioni che hanno fatto leva su paure indotte, semplificazioni improprie e veri e propri falsi concettuali: dall’automatica subordinazione del pubblico ministero al potere esecutivo, alla pretesa incompatibilità costituzionale della riforma, sino alla rappresentazione della stessa come un attacco all’indipendenza della magistratura. Tesi che non reggono a una lettura seria del testo costituzionale né all’analisi dei modelli ordinamentali europei.
In un simile contesto, invocare oggi un confronto senza prendere preliminarmente le distanze da tali impostazioni mendaci appare quanto meno contraddittorio. Il confronto non può essere preteso come rituale formale, se non è accompagnato da un’assunzione di responsabilità sul piano della correttezza argomentativa.
È dunque necessario chiarire che la disponibilità al confronto non è mai mancata, né da parte della Camera Penale né da parte dei giovani avvocati coinvolti, che hanno esercitato legittimamente il loro diritto — e dovere — di partecipazione al dibattito pubblico. Ma tale confronto potrà essere realmente proficuo solo a condizione che si svolga su basi di trasparenza, onestà intellettuale e rispetto della verità dei fatti.
Solo una rinuncia definitiva all’uso di argomenti fuorvianti o strumentali, e una presa di posizione chiara in tal senso, potranno consentire l’apertura di un dialogo autentico. Diversamente, il rischio è che il confronto venga utilizzato non come momento di chiarimento, ma come strumento di propaganda, facendo leva sull’autorevolezza istituzionale per orientare il consenso attraverso narrazioni non aderenti alla realtà.
Un dibattito serio sulla separazione delle carriere è possibile, ed è auspicabile. Ma, come ogni esercizio democratico maturo, presuppone lealtà prima ancora che pluralismo.
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