Referendum Giustizia, il No al voto ai fuorisede accende la protesta dei giovani (LE INTERVISTE)

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  29 gennaio 2026 20:24

di CATERINA MURACA

Il prossimo 22 e 23 marzo gli italiani saranno chiamati alle urne per il Referendum giustizia. Ma non per tutti sarà possibile esercitare uno dei diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione: il diritto di voto. Il Parlamento ha infatti bocciato gli emendamenti che avrebbero consentito ai cittadini fuorisede di votare nel luogo in cui studiano o lavorano, escludendo di fatto circa cinque milioni di persone.

Una decisione che colpisce in particolare i giovani, sempre più spesso costretti a vivere lontano dal proprio Comune di residenza per motivi di studio o lavoro.

A rendere la scelta ancora più controversa è il fatto che in occasione di precedenti referendum il voto ai fuorisede era stato consentito, mentre oggi viene improvvisamente negato. Una contraddizione che pesa in un contesto in cui si denuncia da anni il calo della partecipazione e l’aumento dell’astensionismo: da un lato si lamenta la scarsa affluenza alle urne, dall’altro si nega concretamente il diritto di voto a chi, pur vivendo lontano, vorrebbe comunque esprimere la propria preferenza.

Ad intervenire è Arianna, 26 anni, nata a Crotone e praticante avvocato a Perugia, dove ha scelto di restare dopo la laurea e il percorso post-laurea in giurisprudenza. Spiega: “È una riforma che mi riguarda molto da vicino, perché incide sul modello di giustizia nel quale mi sto formando e nel quale eserciterò la mia professione”.

Arianna giudica particolarmente grave la decisione di negare il voto ai fuorisede proprio su una consultazione di rilievo costituzionale: “In questi casi la partecipazione dovrebbe essere la più ampia possibile, soprattutto quella dei giovani”, E aggiunge: “Negare il voto significa creare una discriminazione di fatto che colpisce studenti, praticanti e giovani professionisti, cioè coloro che subiranno maggiormente gli effetti di questa riforma”.

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Si tratta di un vero e proprio paradosso democratico, anche alla luce del fatto che in precedenti consultazioni il voto ai fuorisede era stato consentito: “Il diritto di voto è un diritto fondamentale, sancito dalla Costituzione, e non può dipendere dalla possibilità materiale di tornare nel Comune di residenza. Le istituzioni dovrebbero facilitare la partecipazione democratica, non renderla più difficile” conclude.

C’è anche Giulia, 24 anni, studentessa sarda fuorisede a Perugia, attualmente in Erasmus a Madrid, che vive in prima persona le conseguenze di questa scelta: “È incredibile pensare che non potrò votare. Non si tratta di una questione di comodità, ma di una necessità legata agli studi. Eppure, mi viene negato un diritto fondamentale” dichiara.

Secondo Giulia, la decisione del Parlamento appare ancora più incomprensibile alla luce delle soluzioni già sperimentate: “Esiste una proposta di legge sul voto fuorisede ferma in Parlamento e, nell’attesa, sarebbe bastata una norma transitoria, come già fatto per le elezioni europee del 2024 e il referendum del 2025. Il voto fuorisede ha già funzionato, ma si continuano a invocare presunti “ ‘problemi tecnici’ ” sostiene. Una scelta che, sottolinea, allontana ulteriormente i giovani dalle istituzioni: “Ci fa sentire ancora meno rappresentati. Alla fine, questa decisione non rafforza la democrazia, ma la indebolisce”.

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Dello stesso avviso è Carlo, 25 anni, calabrese, che lavora come consulente di crociera e trascorre gran parte dell’anno lontano dall’Italia: “Trovo ingiusto non poter esercitare il mio diritto di voto solo perché non mi trovo fisicamente nel mio luogo di residenza. È una limitazione grave per tutti quelli che lavorano lontano da casa”. Carlo guarda anche al futuro, proponendo soluzioni alternative: “Si potrebbe introdurre un voto digitale sicuro, tramite dispositivi elettronici, documenti e firma digitale. Le tecnologie esistono, manca la volontà politica”.

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C’è poi chi, come Alessandro, 25 anni, anche lui studente calabrese fuorisede a Parma, evidenzia una contraddizione profonda nel sistema dei diritti: “Proprio oggi ho compilato i documenti per avere il medico di base fuori dalla mia città di residenza che mi verrà assicurato per un anno. Un diritto basilare viene garantito, mentre il voto no”. Per Alessandro, l’esclusione appare ancora più grave considerando la natura del referendum: “Parliamo di un referendum che incide sul nostro futuro. Siamo in tanti a voler votare, ma non possiamo. Lo Stato non favorisce la partecipazione, né per il sì né per il no… non voglio pensare ad una scelta politica, ma resta difficile comprendere perché in passato il voto fuorisede non abbia rappresentato un problema, mentre oggi si parla di ostacoli legati alle tempistiche”, osserva, infine Alessandro.

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Una decisione, quindi, che rischia di lasciare ai margini una parte consistente della popolazione, soprattutto giovane e mobile, alimentando sfiducia e disaffezione verso la politica. In un Paese in cui l’astensionismo cresce e la partecipazione democratica è sempre più fragile, la scelta di negare il voto ai fuorisede solleva interrogativi profondi sul reale impegno delle istituzioni nel garantire pari diritti a tutti i cittadini.

 


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