Referendum Giustizia, Mengani: "Il NO mette il Governo di fronte a nuove sfide"

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  24 marzo 2026 07:34

di TERESA MENAGNI

 La vittoria del “No” assume un significato ancora più profondo se letta alla luce dell’alta affluenza. Non siamo di fronte a un voto marginale o a una consultazione disertata: al contrario, milioni di cittadini hanno scelto di partecipare attivamente, trasformando un referendum tecnico e di nicchia in un momento di espressione politica collettiva. Ed è proprio questo dato a rendere il risultato particolarmente eloquente.

Il quesito proposto, per sua natura, appariva lontano dalla comprensione e dall’esperienza quotidiana della maggior parte degli elettori. Una materia complessa, da “addetti ai lavori”, che difficilmente avrebbe potuto suscitare un interesse spontaneo e diffuso. In condizioni normali, un referendum di questo tipo avrebbe probabilmente registrato un’affluenza modesta, segno di distacco o disinteresse. E invece è accaduto l’opposto.
L’elevata partecipazione indica che i cittadini hanno colto l’occasione per esprimere qualcosa che va ben oltre il merito del quesito. Il “No” diventa così una risposta politica, un messaggio diretto a chi governa. Non è tanto un giudizio tecnico sulla proposta referendaria, quanto una presa di posizione su un contesto più ampio, fatto di promesse disattese, di scelte percepite come lontane dai bisogni reali e di una crescente difficoltà economica. Il Paese, infatti, attraversa una fase complessa. Sempre più persone si trovano a fare i conti con un costo della vita elevato, con una pressione fiscale pesante e con una sensazione diffusa di precarietà. Arrivare a fine mese è diventato un problema concreto per molte famiglie. A questo si aggiungono interventi che incidono su pilastri fondamentali come sanità, istruzione e sistema pensionistico, alimentando la percezione di un progressivo indebolimento delle garanzie sociali.

In un simile scenario, chiedere ai cittadini di esprimersi su una questione tecnica rischia di apparire come una forzatura, se non addirittura come una distrazione rispetto alle urgenze quotidiane. Ma proprio questa distanza tra agenda politica e realtà vissuta ha probabilmente innescato una reazione. Gli elettori non si sono sottratti: hanno partecipato, e lo hanno fatto per dire qualcosa di più ampio e più profondo. Il voto si carica così di un valore simbolico. Diventa un segnale di malcontento, una manifestazione di sfiducia verso una classe dirigente percepita come distante, talvolta inadeguata, più attenta alla comunicazione che alla sostanza. Quando il dibattito pubblico si riduce a slogan o a rappresentazioni superficiali, è inevitabile che cresca la distanza con un’opinione pubblica che vive problemi concreti e urgenti.

In questo contesto, anche il tema della Costituzione assume un rilievo particolare. Non perché debba essere considerata immutabile, ma perché ogni ipotesi di modifica richiede autorevolezza, competenza e credibilità. Sono condizioni essenziali per costruire consenso e fiducia. In loro assenza, ogni proposta rischia di essere percepita come inopportuna o strumentale.  La vittoria del “No”, sostenuta da un’ampia partecipazione, non può dunque essere ridotta a un semplice esito referendario. È un messaggio politico chiaro, un richiamo forte a riallineare le priorità della politica con quelle della società. È la dimostrazione che i cittadini, quando lo ritengono necessario, non solo partecipano, ma utilizzano gli strumenti democratici per far sentire la propria voce.
Ignorare questo segnale sarebbe un errore. Perché dietro quel “No” non c’è solo una risposta a un quesito, ma la richiesta, sempre più urgente, di una politica capace di ascoltare, comprendere e intervenire sulle reali necessità del Paese. 


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