Referendum, l'avv Conidi Ridola: "Il rischio delle parole forti, quando la retorica indebolisce il dibattito sulle riforme"

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images Referendum, l'avv Conidi Ridola: "Il rischio delle parole forti, quando la retorica indebolisce il dibattito sulle riforme"


  15 febbraio 2026 12:06

di MARIA CLAUDIA CONIDI RIDOLA*

 Voterò Sì al referendum per convinzioni culturali e civiche: ritengo che alcune riforme possano rafforzare la separazione dei poteri e migliorare l’imparzialità percepita del sistema giudiziario. Al tempo stesso, considero la “perbenità” una qualità che prescinde dalle scelte politiche: il voto, in una democrazia costituzionale, è esercizio di libertà e non certificato morale. Per questo, non mi sento personalmente lesa dalle parole che hanno acceso la polemica pubblica; ritengo però incauto il modo in cui sono state formulate, perché facilmente isolabili dal contesto e quindi capaci di generare fraintendimenti e contrapposizioni.

Le frasi pronunciate dal dottor Nicola Gratteri, nel sostenere il “No”, hanno attribuito intenzioni opportunistiche a una parte di chi voterebbe “Sì”. Il problema non è la legittimità di esprimere un’opinione politica, ma l’effetto concreto di affermazioni lapidarie in un sistema mediatico che vive di estratti: la parola forte diventa etichetta, l’argomentazione si riduce a marchio, il confronto si sposta dalle riforme alle persone. Le precisazioni successive, per quanto sincere, arrivano quando il significato attribuito è già circolato e si è consolidato.

Questo meccanismo è noto anche a chi opera nel processo penale. Ho assistito collaboratori di giustizia – tra cui Francesco Fonti – quando parlarono dell’introduzione della “Santa” nella ’Ndrangheta e dei rapporti con ambienti massonici. Le dichiarazioni riguardavano specifiche infiltrazioni e deviazioni, non l’insieme delle istituzioni o delle realtà coinvolte. Eppure, l’estrapolazione di singole frasi dal loro contesto produsse per anni la percezione di un giudizio generalizzato. È la prova che, quando il discorso viene spezzettato, la forma prende il posto della sostanza e il rischio di travisamento diventa strutturale.
La lezione di Marco Tullio Cicerone resta attuale: il discorso è un insieme coerente, non una somma di frasi isolate. Il senso nasce dal collegamento logico delle parti e dalla conclusione complessiva; isolare un’affermazione ne altera spesso il significato e gli effetti. Nel dibattito pubblico contemporaneo, però, la frammentazione è la regola. Ne deriva una responsabilità maggiore per chi parla con autorevolezza pubblica: scegliere parole che non si prestino facilmente a essere strumentalizzate.

Per comprendere quanto sia fragile la scorciatoia moralizzante, basta un esercizio di “specchio”: se un sostenitore del “Sì” rispondesse con la stessa durezza dal fronte opposto, potrebbe dire – in modo volutamente provocatorio – che “chi vota No difende privilegi di categoria”, che “vuole conservare inefficienze e scarsa trasparenza”, che “teme controlli più incisivi”, o che “non ha a cuore le vittime dei tempi lunghi della giustizia”. Sarebbe facile, ma sarebbe ugualmente sbagliato: si riduce una scelta complessa a un presunto interesse personale, si attribuiscono intenzioni senza prove, si delegittima il dissenso e si sposta il confronto dalle riforme agli elettori.

Esiste un modo di sostenere con forza le proprie idee senza colpire le persone. Si criticano le scelte di politica pubblica, non gli elettori: separazione delle carriere, assetti della disciplina dei magistrati, responsabilità, tempi dei processi. Si portano dati ed esempi comparativi. Si dichiarano con onestà vantaggi e possibili costi, riconoscendo i timori legittimi di chi è contrario. Si mantiene un linguaggio istituzionale che non attribuisce colpe morali a chi vota in modo diverso. Così il confronto resta sul merito.

Un modo di parlare sopra le righe, per quanto animato da convinzioni sincere, presta il fianco a polemiche e a reazioni strategiche di chi sta dall’altra parte: offre un facile appiglio polemico, sposta l’attenzione dal disegno delle riforme al giudizio sulle persone e, in definitiva, risulta più controproducente che utile per la causa che intende sostenere. In una democrazia, tuttavia, la pluralità delle voci è un valore: ciascuno è libero di esprimere le proprie idee e ciascun cittadino è libero di ascoltare, valutare, farsi un’opinione e rafforzarla. Proprio per questo, il dibattito guadagna quando resta tecnico e istituzionale e perde quando si trasforma in una gara di etichette morali.

*Avvocato


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