Referendum, Leo: "La vittoria del No stupisce tutti: preferite le certezze della Costituzione ai dubbi della riforma"

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  25 marzo 2026 17:24

di MARIA GRAZIA LEO 

“ Possiamo lasciare che il vento ci passi vicino e nemmeno sentirlo. E invece non è cosi’. Ci vuole attenzione”.  E’ con una frase ad effetto -ricca di riflessione- che il cantautore Daniele Silvestri, attraverso una sua canzone dal titolo “ Un Paese di sana e robusta Costituzione” ha invitato gli italiani ad andare a votare al Referendum di revisione costituzionale sulla giustizia o meglio sulla riforma della magistratura- del 22 e 23 marzo,-mettendo  sulla scheda una croce sul No. E quel vento -pericoloso…maestrale - che stava per addentrarsi in uno dei cuori pulsanti della Costituzione, il potere giudiziario ed il suo ordinamento-gli elettori  lo hanno percepito bene e fermato con decisione , questa volta consentitecelo di dire, con milioni e milioni di mani resilienti - ben 14 milioni e mezzo circa, il 54% su una percentuale totale del 58,93% di votanti - che hanno ancora una volta provato a difendere con un No , la Legge fondamentale dello Stato, la nostra bella, vitale e ancora giovane Costituzione, con i suoi solidi principi e suoi sani valori, tra i quali spicca quello della separazione e del bilanciamento dei poteri, architrave fondante della nostra democrazia liberale. Ed ancora una volta è giusto riconoscerlo e ricordarlo,  la coraggiosa “ Resistenza”  civile, quella più grande, più incisiva che ha fatto la differenza rispetto al quadro generale del risultato referendario nazionale, e’ nata, e’ pervenuta dal Nord e dal Centro Italia -proprio come accadde  80 anni fa-. In quel caso si resisteva e si sconfiggeva- nascosti tra le montagne, con le armi e con prove di eroismo civico il nemico nazifascista, ponendo  fine agli anni orribili e dolorosi della dittatura, oggi si è invece apposto- utilizzando  semplici matite “democratiche”- un gesto libero, cosciente, devoto a difesa di quella Costituzione che è nata da quel sangue e da quelle lotte partigiane.  

Un’emozionante e straordinaria prova di partecipazione democratica, al di là di ogni aspettativa, compresa la sonora bocciatura servita anche sul piano del contenuto  tecnico- giuridico della riforma in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare, voluta dal governo di Giorgia Meloni, dal ministro della Giustizia Carlo Nordio e dalla maggioranza di destra-centro tutta. Ma non possiamo esimerci dal segnalare che se l’onda resistente che ha iniziato a tinteggiare di rosso-No-  su tutto lo stivale  proveniva principalmente  dal centro- nord., il colpo finale da KO lo hanno consegnato -inaspettatamente - gli elettori del  sud e delle isole e soprattutto la sorpresa più bella e meravigliosa e’ arrivata in modo omogeneo dalla valanga dei No che hanno portato la firma di migliaia e migliaia di giovani elettori. Essi hanno  fatto intravedere e sentire l’arrivo di una nuova primavera, profumata di entusiasmo e  passione politica- quella alta, piena di nobili ideali-  quella per la amata Costituzione, tanto imitata e presa a modello da molti Stati,  che deve essere e restare l’orgoglio vivo di un popolo e di una nazione,  da custodire “ preziosamente” e da applicare  -nel tempo- anche per le future generazioni. Dicevamo i giovani, quelli fuori sede, che pur non essendo stati messi da questo governo nelle condizioni  di poter esercitare il loro diritto di voto o nel luogo di domicilio o nel poter raggiungere la propria residenza con agevolazioni per le spese del viaggio, come si è sempre fatto in altre occasioni elettorali, non si sono dati per vinti ed hanno trovato soluzioni alternative perché volevano essere- alla pari di tutti- protagonisti di un passaggio storico e democratico fondamentale per la Repubblica italiana. E con volontà, tenacia, sacrifici ci sono riusciti alla grande dando una immensa e bella lezione etica e civile a quegli esponenti politici -a vari livelli- che oggi hanno  la maggioranza parlamentare e che  sotto, sotto, avevano paura del loro voto ed hanno provato a fermarli, formalmente, con giustificazioni di rito ma prive di sostanza e credibilità . E se non li hanno prima voluti ascoltare, certamente ad apertura dello spoglio li hanno -alla fine- visti arrivare!  Certamente non possiamo nascondere che nel Sud- con una bassa affluenza al voto  rispetto alla media nazionale- un contributo diretto e indiretto lo hanno dato anche gli elettori di centro destra, quelli moderati in particolare che non hanno gradito questa riforma e di conseguenza o con spirito costituzionale o semplicemente manifestando- con uno scatto di orgoglio e dignità - una loro autonomia e libertà  di azione dal loro partito di appartenenza , hanno deciso di votare contro la legge costituzionale oppure si sono astenuti dal seggio, rimanendo a casa, dimostrando -in entrambi i casi- un segnale politico forte.  Probabilmente, molteplici sono state le cause che hanno spinto gli italiani  ad accendere il semaforo rosso sul quesito referendario . Proviamo ad immaginarle e delinearle per sintesi. Sicuramente a molti non è piaciuto il metodo adottato dall’esecutivo . Quando il disegno di legge esce dal Consiglio dei ministri e viene votato  per ben 4 volte - come prescrive l’art. 138 della Cost. per le leggi di revisione costituzionale e le leggi costituzionali - senza poter essere emendato, discusso, modificato di una virgola in aula,  allo scopo di migliorarlo o rettificarlo sul piano tecnico-giuridico, né da parte dei deputati e senatori della maggioranza ai quali è stato inibito di presentare emendamenti né di quelli delle opposizioni che hanno visto -i loro- respinti o cancellati; quando vengono contingentati anche le ore di lavoro e di dibattito nelle rispettive aule parlamentari,  il segnale non è  stato positivo .  Diciamocelo chiaramente, è stata una vera e propria umiliazione politica e istituzionale per il potere legislativo, e questo il paese in modi e in gradi diversi lo ha capito. Quando si è chiamati a riformare la Costituzione, chi di dovere, avendo responsabilità politiche e di governo e mettendoci di conseguenza la faccia nel progetto riformatore, avrebbe dovuto ricordarsi o magari tuttalpiù informarsi dello spirito e dell’azione svolta da nostri Padri costituenti quando adottarono la Carta fondamentale dello Stato, in cui ci fu un coinvolgimento delle più diverse aree politiche e culturali elette -nell’Assemblea Costituente- con il voto del 2 giugno del 1946. E riformare la magistratura, un potere dello Stato non è un gioco da ragazzi, che si può fare a bocce ferme, non è un piccolo dettaglio che si può modificare a colpi di maggioranza e nello specifico di coloro che hanno vinto le politiche nel 2022. E’ molto, molto di più. Qui è stato messo in discussione oltre che il principio effettivo dell’autonomia e dell’indipendenza della stessa-nella sua completezza intesa- come organo giudicante e organo requirente- anche e soprattutto la garanzia dei diritti fondamentali dei cittadini nell’avere giustizia nell’eguaglianza di tutti e per tutti difronte alla legge che è un principio cardine della nostra Costituzione. Ecco perché  l’esempio di come procedettero le nostre madri e i nostri padri costituenti nello scrivere ex novo la Costituzione e nello specifico il significato di quello che ci hanno voluto trasmettere -compilando l’articolo 138 della stessa sulle leggi di revisione costituzionali e sulle leggi costituzionali- doveva essere  considerato come un faro da seguire e valorizzare, perché queste riforme avrebbero richiesto un approfondito confronto  e dialogo tra le forze politiche, nella società civile,  in senso trasversale inteso, un largo consenso, maggioranze più ampie per la relativa approvazione e quindi -pure- il più possibile coinvolgimento di quei gruppi parlamentari che in quel momento si trovavano seduti trai i banchi dell’opposizione. E se ora spostiamo l’asse dell’attenzione su alcuni punti di presentazione -nel merito- della riforma costituzionale, certamente non sono stati convincenti  quelle fornite  da parte del ministro della Giustizia Carlo Nordio, quando si era appellato proprio al padre della riforma del processo penale approvata in parlamento nel 1988, Giuliano Vassalli suo predecessore in via Arenula, così affermando: <<…più che di una riforma epocale sia corretto parlare di un adattamento tardivo ai principi del codice accusatorio>>. Cioè la separazione netta delle carriere sarebbe un completamento di quell’idea di passare da un sistema processuale inquisitorio ad accusatorio a firma Vassalli, per affermare in pieno il principio delle parità delle parti nel processo – con un PM da considerare come un avvocato dell’accusa e un avvocato della difesa- difronte ad un giudice terzo e imparziale, principio del giusto processo che è poi stato inserito in Costituzione nell’art. 111. Sicuramente l’elettorato che era più addentrato nella materia, gli studenti in materie giuridiche si saranno incuriositi o informati meglio del pensiero di Giuliano Vassalli. Egli in realtà non è stato mai a favore della separazione delle carriere per come era stata presentata dal governo Meloni, anzi se ne guardava bene dal professarla; da partigiano e da eroe della Resistenza ( come lo ha definito lo stesso Nordio), da giurista e ministro è sempre stato legato ai valori e ai principi costituzionali, nello specifico rispettando e tutelando il giusto equilibrio tra i poteri dello Stato, l’unitarietà della magistratura indipendente ed autonoma , spostandone soltanto l’importanza dalla fase preliminare ed istruttoria delle inchieste, alla fase dibattimentale del giudizio. Quindi non era ai tempi di Vassalli e non si poteva certo immaginare di poter  completare a suo nome ( come avevano affermato i promotori del Sì ) una separazione netta delle carriere con un processo all’americana, di quelli che vediamo  normalmente in tv,  semplicemente perché il PM - per il giurista perugino- era una figura da preservare nella stessa culla della giurisdizione, come quella del giudice, e questo a tutela dei diritti del cittadino al raggiungimento della verità processuale, della giustizia e della legalità insieme a tanti altri elementi di garanzia e di supporto  presenti in Costituzione che qui non stiamo a descrivere per non tediare il lettore, ricordando soltanto quello dell’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale. Il pubblico ministero -nel nostro ordinamento giudiziario-( non essendo come negli Stati Uniti un avvocato dell’accusa, con una mentalità e con funzioni da super poliziotto che proverà a far di tutto per portare a giudizio e condannare un indagato e poi imputato)  proprio perché è ancorato a quella cultura giurisdizionale -di cui abbiamo accennato prima- si deve considerare  ancora oggi - a urne chiuse- come garante e controllore della legalità anche nei confronti dell’indagato (che eventualmente -poi- e dopo la fase istruttoria- preliminare  potrà diventare un imputato, sottoposto a processo) perché ha l’obbligo di ricercare, di indagare anche su fatti e circostanze a favore dello stesso. E questa è una differenza notevole, rispetto al processo accusatorio americano e oggi rimane ancora , grazie al voto vittorioso del No, una garanzia ed una certezza.  Anche negli anni successivi al suo mandato ministeriale, Giuliano Vassalli si è sempre prodigato nel dare attuazione alla Carta fondamentale dello Stato e non ha mai proposto o balenato una idea di riforma costituzionale complessiva riguardante l’intero assetto della magistratura, o che trasformasse in profondità il sistema o che istituisse nuovi istituti o organi giurisdizionali  tali da stravolgere l’attuale impianto costituzionale che diceva essere il frutto di “ un profondo lavoro di meditazione dei costituenti” e che a suo dire non ci sarebbe mai stato più alla stregua e sull’esempio di quelle personalità e del loro insegnamento. Sosteneva- nel 2007- che:  “ Quale che sia l’ingegno dei nuovi riformatori, quale che sia la loro bravura o esperienza, il progetto di riforma che uscirà o abortirà in corso d’opera o risulterà un grande pasticcio” . Aveva ragione Giuliano Vassalli…delle due alternative da lui paventate, con il referendum -del 22/ 23 marzo- si è messo il sigillo finale sulla prima.

Sicuramente una parte degli italiani non ha dimenticato da come è nata questa Costituzione e del perché i nostri costituenti abbiano voluto con tanta accortezza e spirito di mediazione politica e istituzionale fissare il principio della separazione dei poteri e dei suoi bilanciamenti, per puntellare al meglio il nascente nuovo sistema democratico e repubblicano, del quale  quest’anno si festeggerà l’ottantesimo compleanno . Si usciva da un ventennio dove le libertà e i diritti erano soppressi, non ci si poteva associare oltre che manifestare e la magistratura associata di allora pur di non diventare un organismo controllabile dal governo, si sciolse-nel 1925- autonomamente , i Pm ( pur restando le carriere unite – regola già esistente prima del fascismo e confermate dallo stesso – i magistrati non erano autonomi ma considerati funzionari dello Stato, visto che tutti i principi liberali presenti nello Statuto Albertino -formalmente restati in vigore- vennero stravolti nella sostanza dal regime fascista) erano subordinati gerarchicamente al ministero della Giustizia; facendo un salto in avanti nei nostri 80 anni repubblicani, vissuti complessivamente e serenamente in libertà, democrazia, eguaglianza e’ scolpita nella memoria di molti  la consapevolezza di aver avuto e di aver vissuto almeno un decennio se non di più- in senso lato- in cui si è rischiata la tenuta democratica del paese, dovuta: a) al terrorismo rosso e nero; b) alle stragi di Stato con finalità eversive che miravano a scardinare principi e valori fondanti dello Stato; c) alla P2 di Licio Gelli-  una loggia massonica segreta, per questo considerata deviata e illegale- che nel suo “Piano di rinascita democratica” mirante al governo dell’Italia, con il controllo delle sue istituzioni e della stampa, aveva come primo obiettivo- guarda caso- la separazione delle carriere, con un Csm che rispondesse al Parlamento ed una magistratura requirente non più autonoma e indipendente ma legata al potere politico; d) alle bombe e alle stragi di mafia. E se non avessimo avuto questo tipo di magistratura, questo impianto costituzionale in cui le procure, i magistrati inquirenti erano svincolati -da tutto e da tutti, e da qualsiasi altro potere- nell’avviare le inchieste e nel sviluppare ad ampio raggio di azione le indagini- con strumenti e mezzi necessari- restando però sempre soggetti alla legge e all’applicazione della stessa, ebbene quelle logiche eversive e terroristiche, molte verità processuali, fenomeni come la forte corruzione nel paese, le commistioni tra mafia, politica e imprenditoria non sarebbero certamente emersi, non sarebbero stati sconfitti in toto come il terrorismo, non sarebbero stati contenuti o fortemente ridimensionati come la mafia, la corruzione, così tanto facilmente.  Queste verità, queste memorie storiche -rievocanti anche immagini, volti di coloro che si sono immolati per la giustizia, per la legalità,  per lo Stato- indossando una toga senza distinzione di pm o di giudice, o una divisa -  hanno contribuito  a far mettere la croce sul No, poiché si è compreso che i punti di caduta del rischio sarebbero stati i diritti e le libertà fondamentali  di tutti cittadini, la tutela della nostra Costituzione e della nostra democrazia. Di solito molte innovazioni come le costruzioni di edifici si presentano come una “bella facciata”, da restar stupiti, ma a volte è il dietro le quinte che fa la differenza, che ci fa scoprire e rendere visibile l’invisibile, il non detto al detto e gli elettori - possiamo ormai  dirlo forte e chiaro- sono stati attenti, hanno focalizzato intelligentemente il grigio, le anomalie, le sgrammaticature di ciò che veniva proposto.  Il dietro le quinte dell’oggetto referendario era ormai palese; indebolire, delegittimare, condizionare l’attività della magistratura nella sua interezza attraverso lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura, organo di rilevanza costituzionale posto a tutela dell’autonomia e dell’indipendenza della stessa, in particolare  controllare l’attività e la funzione del pubblico ministero, che di fatto sarebbe poi stato sottomesso alle direttive del ministero della Giustizia e quindi del potere esecutivo . Questo è  accaduto per il semplice fatto che da questa maggioranza di destra-centro  i pubblici ministeri, ciò gli inquirenti, in particolare,  sono visti come un ostacolo, come un fastidio, come un impedimento -in quanto controllori della legalità nei confronti di tutti e a garanzia di tutti- all’attuazione del loro programma di governo.

Chi ci governa oggi vorrebbe avere mano libera nell’agire perché si considera eletto dal popolo sovrano, che gli ha trasmesso il potere di governare, per cui quando la magistratura è chiamata per legge a sindacare gli atti dell’esecutivo o del legislativo, diventa per la coalizione di destra-centro un grande problema esistenziale! In realtà quella sovranità che appartiene al popolo è regolamentata bene dall’art. 1 della Costituzione, quando prevede che il suo esercizio avvenga nelle forme e nei limiti stabiliti dalla legge; questo significa che ci sono e pertanto devono essere rispettati quei pesi e contrappesi costituzionali (in questo caso il potere giudiziario) che l’esecutivo non può ignorare o superare, con il discredito o la delegittimazione continua.  Timori  e  ragionevoli dubbi che hanno spinto un’altra fetta dell’elettorato nel non dare  semaforo verde a questa legge di revisione costituzionale senza dubbio  saranno  state le  illuminanti dichiarazioni rese dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni -in un evento elettorale a Milano- organizzato dal suo partito -Fratelli d’Italia- a favore del Sì, quando ha affermato che: "…se la riforma non passa stavolta…ci ritroveremo correnti dei magistrati più potenti, magistrati più negligenti che fanno carriera, decisioni ancora più surreali sulla pelle dei cittadini che incideranno ogni giorno sulla nostra vita come immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà… figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita se vivono in un bosco".

Qui- soprattutto leggendo o ascoltando la seconda parte di quel suo passaggio-  sinceramente molti cittadini si saranno sentiti toccati nel loro quoziente  intellettivo misto al loro  senso di vita pratica, perché, avranno pensato che ciò che veramente appariva  surreale  era proprio il contenuto dei temi legati alla vita delle persone  -frutto di un pensiero quello della Meloni che è stato  pur legittimo- che con questa riforma non c’entravano proprio un bel niente. Nulla cambierà e nulla sarebbe cambiato con la vittoria del Si’. E a urne chiuse, non c’è più bisogno di dare altri spiegazioni dettagliate in merito.   Dispiace soltanto  evidenziare che i componenti dell’esecutivo, che Giorgia Meloni,  avevano proprio sbagliato strada, gridando ai quattro venti situazioni come quelle descritte per promuovere il Sì al referendum. Il problema  non  erano i magistrati da riformare o addomesticare  o sanzionare ma -dinnanzi a queste vicende o altre-  semmai sono e sarebbero  le leggi da cambiare o rivedere nel contesto storico/sociale,  perché scritte male dal legislatore  o perché non più rispondenti  ai bisogni quotidiani di una contemporaneità che corre veloce, o perché non sono di gradimento al potere di turno; e quello che succede  adesso non è certamente colpa o responsabilità dei magistrati in senso lato, che ripetiamo sono soggetti soltanto alle leggi in vigore - approvate dal Parlamento -nel rispetto del principio della separazione dei poteri.  

Chi ha seminato questo vento propagandistico e populista- avendo responsabilità politiche ed istituzionali- avrebbe dovuto essere consapevole che pronunciando certe parole, alcuni discorsi distraenti dal contesto e dal contenuto della riforma referendaria, non avrebbe reso un buon servizio al paese, trasmettendo soltanto  agli elettori insicurezza, sfiducia verso le istituzioni, verso la bella politica e verso la giustizia. Chi è chiamato a svolgere- funzioni pubbliche- con disciplina e onore non può permetterselo, eticamente, costituzionalmente e istituzionalmente. Ora, dopo la netta sconfitta- incassata-  al Referendum, la Presidente del Consiglio Meloni ha commentato il risultato dicendo che si rimette alla volontà del popolo che è sovrano e che i cittadini si sono espressi chiaramente, ma che lei ed il suo governo non si dimetteranno anzi andranno avanti determinati  fino alla fine della legislatura, attuando il resto del programma per il quale  sono stati votati in Parlamento . Ci permettiamo sommessamente di notare che oltre a  questa riforma di natura costituzionale, che faceva parte del programma, ce ne sarà un’altra dello stesso rilievo, in questo caso avente oggetto la riforma del premierato, che prevede l’elezione diretta del Presidente del Consiglio  ed altre conseguenze giuridiche che porterebbero  a vedere ridimensionato il potere legislativo e le funzioni del garante della Costituzione e del rappresentante dell’unità della Nazione, il Presidente della Repubblica. Per cui consigliamo a questa maggioranza e alla sua leader -alla luce di questo primo esito referendario- di andare cauti perché si ritroverebbero - sia usando  lo stesso metodo adottato finora  sia sul contenuto non condiviso della riforma  - per la seconda volta un corpo  elettorale avverso, che farà ancora una volta da scudo alla Legge fondamentale dello Stato e al principio della separazione dei poteri . Poi se vorranno tentare un secondo azzardo referendario, saranno liberi di procedere,  ci mancherebbe…e solo che dopo una seconda bocciatura, seguendo il detto antico non c’è due senza tre, si arriverebbe -di fatto- con più certezza e speditezza ad una terza sconfitta, quella delle elezioni politiche.

Il 2027 e’ dietro l’angolo e le opposizioni di centrosinistra, moderate, riformiste, ambientaliste , europeiste, laiche, cattoliche, dopo questa vittoria referendaria sono già galvanizzate e pronte alla sfida delle politiche.  Ma affinché si possa giungere ad un governo di diverso colore politico, l’unica cosa che  le opposizioni dovranno fare è unirsi veramente, non litigare tra di loro, fare le primarie di coalizione per identificare un leader che li rappresenti tutti su un programma concordato, chiaro su precisi punti essenziali; devono presentarsi come un alternativa credibile, ridando anima ad un parte del paese che non chiede altro di riavere, attraverso propri rappresentanti autorevoli. Bisogna essere consapevoli  che un cambiamento, allo stato dei fatti - dopo quello che si è percepito e  visto in questi 4 anni- per il 2027 parrebbe necessario per il bene della democrazia, e che  -per dirla tutta e meglio - sembrerebbe auspicabile per ridarle respiro vitale. Perché nella sua narrazione musicale Daniele Silvestri ci ricorda ancora che: "Possiamo dormire tranquilli, possiamo perfino tifare un pallone, possiamo perché per fortuna o per merito altrui, questa nostra nazione gode - almeno per ora- di una sana e robusta Costituzione".

 


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