Referendum, Peppe Fonte: "Si o no, il gioco delle fazioni sulla pelle della Giustizia"

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images Referendum, Peppe Fonte: "Si o no, il gioco delle fazioni sulla pelle della Giustizia"


  11 marzo 2026 13:40

di PEPPE FONTE*

Il dibattito sul referendum del 22 e 23 marzo è diventato quello che non doveva essere: una battaglia politica. Si tratta di un effetto distorsivo che ha stravolto la natura della riforma giunta, purtroppo, innanzi al popolo a causa del sol fatto che, essa, in Parlamento, non è stata approvata con i due terzi della maggioranza. Dico, purtroppo, perché il quesito referendario, devoluto al popolo italiano, è così tecnico da necessitare nozioni giuridiche, obiettivamente, non in capo alla attuale società civile. Tutto ciò non fa bene a nessuno. Non fa  bene a coloro che voteranno “ No” :  perché, essi, ignari del significato della loro scelta,   si troveranno ad avere deciso che un pubblico ministero debba, indebitamente, essere ritenuto un giudice.  E non va, allo stesso modo, bene per coloro che voteranno “ Si “ : perché, anch’essi ignari del reale significato della riforma, saranno convinti di avere, con la loro scelta, conseguito un risultato politico a danno della sinistra italiana.

Tutto questo è la diretta causa del quadro di profonda ignoranza sociale che alberga nella vita di oggi e, dunque, inevitabilmente, nella politica italiana. In questo periodo, ho visto leader politici, o presunti tali, inizialmente declinare la partecipazione a dibattiti sulla riforma referendaria - a giustificazione del fatto che non fosse politicamente conveniente esporsi -  per poi vederli, subito dopo, seduti, con accanto il simbolo del proprio partito dietro la schiena, a divulgare la propria idea politica e non culturale sul referendum. Ma la cosa più grave è un altra: ho visto avvocati seduti a dibattere sul referendum, allo stesso modo, con un manifesto politico affisso dietro le loro spalle. Entrambe le situazioni sono emblematiche dell’errore. Della distorsione che ha subito il dibattito: da quesito tecnico ( volete o non volete la separazione delle carriere) si è arrivati al quesito sbagliato: votate “ Si” se siete di destra ovvero “ No” se siete di sinistra. Un intellettuale ( di cui ho infinita stima) ieri sera mi apostrofava ( nel mentre io sostenevo le ragioni del “ Si”) con le seguenti parole: “..e’ un referendum politico perché lo ha proposto il governo  Meloni!”. Quasi come se, la proposta legislativa, dovesse essere rifiutata ovvero approvata a seconda della sua appartenenza politica! Se questo è il pensiero di un intellettuale, immaginiamo cosa penserà del referendum la casalinga di Domodossola? E’ il caso di dire che il dibattito sul tema è, mi scuserete la definizione, “..arrivato alla frutta”!

Cari Italiani del 22 e del 23 marzo, io nel ritenere che un giudice faccia un mestiere completamente diverso da un pubblico ministero, voterò per la separazione delle carriere ma, non deve essere un problema di vita e di morte. Esso non risolverà i problemi (ben più complessi e difficili) di cui è affetta la giustizia in Italia. Né  è mai stato un problema di destra o di sinistra. E’ solo un problema di coerenza giuridica rispetto all’adozione, già costituzionalmente avvenuta, del processo accusatorio. Ma questo è un passaggio difficile per i non addetti.  Che ve lo dico a fare? Vi chiedo scusa se le centinaia di governanti e  deputati del nostro parlamento italiano (pagati fior di migliaia di euro al mese) non hanno trovato la quadra in aula. Gli onorevoli con le scorte - quelli che, per il da fare che hanno, parlano correndo al microfono dei telegiornali -  purtroppo, questa volta non hanno saputo oppure non hanno avuto il tempo per decidere. Ma nessun problema: saranno le casalinghe di Domodossola, i lavoratori della Fiat, gli operai che di  giorno costruiscono le strade dell’Anas, a decidere, a seconda se di destra o di sinistra, se separare le carriere dei magistrati. Quello che non doveva essere è ormai accaduto. In bocca a lupo!

*avvocato Foro di Catanzaro


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