
Il disegno sanitario regionale soffoca i presidi territoriali concentrando risorse e competenze soltanto nelle strutture di secondo livello
05 ottobre 2026 12:57"Il modello Hub&Spoke non è un'invenzione calabrese. È lo schema della sanità nazionale che il DM 70 del 2015 ha reso vincolante. Il problema non è il modello. È applicarlo, senza correttivi, a un territorio dove l'orografia pesa e le infrastrutture non compensano.
In Calabria, la riorganizzazione della rete ospedaliera mostra ancora il fianco a criticità strutturali mai risolte. Il diritto fondamentale alla salute rischia di esserne compromesso nelle aree periferiche. Le risorse economiche, le tecnologie avanzate, la dotazione organica e le specializzazioni confluiscono sistematicamente negli ospedali di secondo livello. Ai presidi del territorio vengono relegate solo funzioni marginali.
Si accentra tutto. Le periferie restano svuotate.
Questa scelta produce un depauperamento inesorabile degli stabilimenti Spoke. Le loro unità diventano meno operative rispetto a quanto previsto sulla carta.
Gli ospedali di primo livello dovrebbero rappresentare la trincea di risposta alle emergenze, ma finiscono per trasformarsi in involucri depotenziati.
Gli standard minimi restano pure chimere burocratiche: le conseguenze si scaricano sui pronto soccorso degli Hub, che ne pagano il prezzo.
Quando uno Spoke perde reparti, perde anche la capacità di stabilizzare i pazienti prima del trasferimento. Nelle emergenze tempo-dipendenti, i primi sessanta minuti decidono l'esito.
È un cortocircuito programmatico.
I problemi restano irrisolti. Le disfunzioni si moltiplicano. La medicina pubblica si allontana dai bisogni reali del territorio.
Il prezzo del ritardo
Il nuovo ospedale della Sibaritide affonda le radici in un disegno del 2006. Quel progetto è stato poi rivisto dopo la pandemia, per aggiornarlo alla medicina post-Covid. Da allora i costi sono quasi triplicati: da poco più di cento milioni a quasi trecento. Ma quegli aggiornamenti rispondono a prescrizioni nazionali sulla qualità strutturale degli ospedali, introdotte dopo la pandemia. Non riguardano i servizi che l'ospedale offrirà.
Tra i tre ospedali previsti nello stesso disegno — Sibaritide, Piana e Vibo — quello jonico è il più avanzato. Lo stato dei lavori si attesta oggi intorno all'80%. Tuttavia, su quest'opera restano comunque interrogativi aperti.
Le tempistiche, da sole, dicono già molto. I primi ambulatori aprono il 6 ottobre. Ma non è l'apertura dell'ospedale: è un solo corpo di fabbrica, e non esiste ancora un cronoprogramma ufficiale sul trasferimento dei reparti. Mancano l'acqua e la rete fognaria. Il collettore verso il depuratore, affidato solo in questi giorni, richiede almeno sei mesi; i pozzi idrici un anno intero di analisi. Tra sottoservizi, viabilità e collaudi ancora da completare, il ritardo reale rischia di superare i dodici mesi.
Chi annuncia aperture imminenti smentite dai fatti tecnici piega la vicenda a un interesse di parte. Chi la contesta solo per pregiudiziale opposizione compie, all'inverso, lo stesso errore. Il buon senso, più che la bandiera politica, dovrebbe suggerire che, nella migliore delle ipotesi, occorreranno almeno due anni prima che quell'ospedale possa essere pienamente fruibile. Sommando i soli tempi tecnici già annunciati — sei mesi per il collettore, un anno per i pozzi, più i collaudi — i due anni sono, se mai, una stima ottimistica.
Il paradosso della riallocazione
Ma il vero quesito è un altro.
Quale sarà la vera natura funzionale del presidio? Quale sarà la sua reale capacità di risposta assistenziale? Ci troviamo di fronte a un salto di qualità o soltanto alla riallocazione geografica dell'attuale Spoke di Corigliano-Rossano?
Se l'intera operazione dovesse risolversi nel semplice trasferimento di reparti, arredi e personale a un edificio più moderno, il bilancio dell'intervento risulterebbe fallimentare. Quel personale, oggi, è già insufficiente.
Spostare le strutture non cura i malati. Cambiare indirizzo non crea salute.
Il valore reale di un presidio sanitario non è dato dalla modernità dell'intonaco. Lo determina la qualità dei servizi erogati. Lo misura il numero di professionisti in corsia. Lo rafforza la dotazione tecnologica. Lo compie la capacità di trattare le patologie tempo-dipendenti.
I segnali, in questo senso, non promettono bene. La medicina nucleare sembrerebbe accantonata. L'emodinamica, concepita come reparto fisso, rischia di diventare un servizio itinerante.
Senza un ampliamento delle specializzazioni e degli organici, la nuova struttura finirà per ereditare i medesimi limiti dei due stabilimenti storici. Un contenitore nuovo privo di un contenuto all'altezza rimane una cattedrale nel deserto. Serve alla propaganda. Non serve alle emergenze reali.
La forbice dei numeri e i diritti negati
I dati matematici non mentono. Nel piano di riorganizzazione varato dalla Regione Calabria, il parametro per garantire i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) è fissato a 3,34 posti letto ogni mille abitanti. Un valore teorico, che la realtà smentisce clamorosamente.
La carta promette. Il territorio soffre.
Lungo l'Arco Jonico, il rapporto tra popolazione residente e posti letto effettivi crolla drasticamente. Si attesta a circa la metà della quota prevista nel documento di riorganizzazione della rete sanitaria calabrese.
Il nuovo ospedale della Sibaritide nasce per servire un bacino di 178.000 abitanti. Rispetto ai 3,34 posti letto ogni mille abitanti previsti dai LEA, i suoi 378 posti letto restano sotto lo standard per l'area. Mancano all'appello circa 217 posti letto.
Qualcuno obietterà che i LEA si calcolano su area vasta, non ospedale per ospedale. È vero. Ma il ragionamento regge solo se gli altri presidi dell'area compensano il deficit. Lungo l'Arco Jonico, non compensano abbastanza. A Cariati, Trebisacce e Acri sono già attivi oltre 60 posti letto di medicina. Anche sommandoli, l'area resta sotto lo standard. I conti non tornano. Il deficit si allarga.
Il problema si estende al personale. Lo Spoke di Corigliano-Rossano conta oggi 250 posti letto. Portarli a 378 — quasi la metà in più — richiederebbe almeno 70 medici che oggi non ci sono.
Trovarli non sarà semplice. Dove verranno reperiti? Tra bandi andati in parte deserti e una fuga verso la sanità a gettone che riguarda l'Italia intera, la carenza di personale sanitario non è un problema solo calabrese. Ma qui si somma a tutto il resto.
I posti letto si riducono. Le tutele si sgretolano. I viaggi della speranza si moltiplicano.
Un bacino demografico imponente si trova con un'offerta assistenziale mutilata: la capacità ricettiva e di cura è tagliata alla radice. Siamo davanti alla negazione sistematica di un diritto costituzionalmente garantito.
La tutela della salute non può continuare a essere una concessione parziale o un numero teorico su una delibera: servono equità, posti letto reali e risposte immediate.
La sanità non aspetta le delibere. I malati hanno già smesso di attendere".
Così una nota del Comitato Magna Graecia.
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