Sgombero tendopoli di San Ferdinando, il Patto Territoriale scrive al Terzo Settore nazionale: "Basta campi di confinamento"

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images Sgombero tendopoli di San Ferdinando, il Patto Territoriale scrive al Terzo Settore nazionale: "Basta campi di confinamento"
tendopoli (foto di repertorio)

"Il diritto alla casa come affrancamento"

  24 giugno 2026 12:42

Il Patto Territoriale, la rete comunitaria composta da associazioni, sindacati, enti e cittadini che opera nella Piana di Gioia Tauro, ha inviato ieri una lettera aperta alle principali organizzazioni del Terzo Settore e dell'economia solidale a livello nazionale, chiedendo una presa di posizione chiara e pubblica sulla logica sistematica del confinamento dei lavoratori braccianti.
La lettera nasce dalla preoccupazione, in vista dell’annunciato sgombero della tendopoli di San Ferdinando (RC), di rivedere le stesse politiche che hanno seguito i precedenti smantellamenti dei siti analoghi, che dai fatti di Rosarno in poi hanno caratterizzato l’accoglienza dei braccianti durante la stagione agrumicola, confinati a distanza dai centri abitati, lontano dai paesi, fuori dalla vita ordinaria delle comunità.
"La storia di questi progetti - si legge nella lettera - ci parla di una spesa enorme di denaro pubblico che reputiamo inaccettabile, specie in una fase di crisi economica grave in uno dei territori più impoveriti del nostro Paese." Da decenni la logica dell'emergenza produce campi costruiti, sgomberati e ricostruiti in una coazione a ripetere che non ha prodotto alcuna soluzione dignitosa e sicura per nessuno.
Al centro della proposta del Patto Territoriale c'è il modello delle agenzie per l'abitare: non agenzie di intermediazione tra domanda e offerta, ma strumenti di garanzia stabile e strutturata per proprietari e inquilini, capaci di contrastare l'abbandono del patrimonio immobiliare esistente - in Calabria interi paesi si svuotano - e di promuovere percorsi di inclusione abitativa diffusa nei centri abitati. Le agenzie per l'abitare che proponiamo rispondono a un principio preciso: il diritto alla casa come strumento di emancipazione, non come concessione né come strumento di controllo, ma come affrancamento per chi lavora nelle campagne.
Non si tratta di una questione separabile dalle condizioni di lavoro. Chi non ha residenza stabile non accede a un contratto regolare, resta escluso dai servizi sanitari e da ogni forma di welfare. Il confinamento abitativo non produce soltanto marginalità sociale: produce le condizioni materiali della ricattabilità sul lavoro. E una casa offerta o mediata dal datore di lavoro non scioglie questo ricatto: lo perfeziona.
I recenti fatti di Amendolara rendono ancora più urgente la domanda che il Patto Territoriale rivolge al Terzo Settore: quale modello di accoglienza vogliamo costruire? Case nei paesi o ghetti?
La lettera chiede risposte concrete: non partecipare, in qualità di enti gestori o soggetti attuatori, a bandi e progetti fondati sulla logica del confinamento, come, ad avviso del Patto, si configura la "Fattoria sociale" di San Ferdinando; impegnarsi, nelle sedi in cui siedono come parte sociale o interlocutore istituzionale, a richiedere la sospensione dei bandi emergenziali in corso fino a una verifica trasparente e partecipata dei loro esiti.
Con la stagione agrumicola alle porte, è il momento di dichiarare pubblicamente da che parte stare: se da quella delle politiche di confinamento con il conseguente spreco di denaro pubblico o se dalla parte dei diritti e della sostenibilità economica costruita con il coinvolgimento democratico dei territori.


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