
Senza dubbio, sabato 20 giugno 2026 nel pieno del solstizio d’estate, la comunità di Tiriolo (CZ), i 29 premiati e i tanti altri provenienti pure da fuori provincia hanno vissuto con grande emozione un evento che dovrebbe restare, nella realtà e senza ènfasi, almeno nella Storia Comprensoriale, ma anche della Calabria se non addirittura nella Storia d’Italia per la sua valenza nazionale … dal momento che l’esordio della Festa dell’Istmo Prima Italia ha vissuto una sorta di apoteosi tra passato e futuro.
Al di là dei soliti ritualismi, pare sia emersa la chiara ed entusiastica volontà di tutti (amministratori locali e provinciali, istituzioni e cittadini) di realizzare un progetto comune per valorizzare il dato storico davvero unico ed innegabile secondo cui in Calabria e in particolare nell’Istmo di Squillace-Lamezia sia nato il nome “Italia” ben 3500 anni fa … quel nome che poi, tra i più antichi del mondo e attraverso 35 secoli, da Re Italo si è esteso fino alle Alpi e alle grandi isole, diventando patrimonio comune degli italiani, pure di quelli che vivono oltre i confini nazionali, nonché dello Stato unitario e Regno d’Italia del 1861 prima e, adesso da 80 anni precisi, della Repubblica Italiana dal 2 giugno 1946.

Nella Casa della Cultura, in Via Cavour, nella Città dei due mari, la cronaca registra una sala affollata in ogni ordine di posti con gente all’impiedi nonché la presenza del Presidente della Provincia di Catanzaro, del sindaco di Tiriolo Domenico Stefano Greco ospitante, di rappresentanti di alcuni tra i tanti Comuni invitati; e il messaggio augurale del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Dopo i saluti di Luigi Puccio che ha coordinato e commentato gli interventi a nome della Pro Loco organizzatrice (presieduta da Valentina Paone) ha tenuto il discorso di apertura il filosofo Salvatore Mongiardo (il maggior conoscitore della Calabria Prima Italia), cui è seguìto il docente universitario Luigi Mariano Guzzo, il quale ha mostrato ai presenti un raro documento (datato 5 ottobre 1993) tenuto dal defunto padre giornalista Teobaldo che dimostra un incontro avvenuto a Copanello di Stalettì tra alcuni studiosi locali (Libero Gatti, Antonio Gesualdo, Domenico Lanciano e Vito Maida) con lo storico tedesco Armin Wolf che così dichiarava: "I sottoscritti si augurano che il territorio dell’attuale Calabria prenda ufficialmente il nome originario di Prima Italia". Sono passati ben 33 anni da quell’incontro e il tema della Prima Italia resta ancora assai attuale e comunque da realizzare nella sua interezza.

Da rimarcare pure il riferimento al nome Italia consacrato a Corfinio (tra il 91 e l’88 avanti Cristo) quando i popoli italici hanno inciso “Italia” nelle loro monete coniate durante la guerra sociale contro Roma la quale testardamente negava loro la cittadinanza. Infatti, la motivazione del Premio Istmo Prima Italia evidenziata nelle pergamene d’autore (disegnate da Giuseppe Vergata) recita la emblematica frase " al signor … che valorizza il nome Italia, nato nel nostro Istmo e consacrato a Corfinio" (anche dal sangue versato da quei valorosi e lungimiranti popoli italici).
Ai 29 premiati è stata consegnata pure una bottiglia del pregiato “Amaro Re Italo” realizzato a Cosenza dal liquorificio Qual’Italy di Enzo Serra che utilizza soltanto materie prime prese dal territorio calabrese. Alla conclusione del solenne evento, il promotore Domenico Lanciano, giornalista di Badolato, ha esortato autorità, associazioni e cittadini a realizzare fin da subito un qualcosa di utile, visibile ed efficace come, ad esempio, un Centro Studi e il Museo della Prima Italia con i reperti archeologici già trovati e ancora da dissotterrare o da evincere ulteriormente dai più antichi testi storici originali, molti dei quali si trovano nell’abbazia di Montecassino (FR). Poi, nella mattinata di domenica 21 giugno 2026, l’asd Calabriando di Catanzaro (animata dagli sportivi Riccardo Elia e Felice Izzi) ha condotto il “Cammino della Prima Italia” sul percorso lento da Tiriolo a San Pietro Apostolo dove è stato accolto dall’annuale Sagra della Ciliegia.

"Qui nacque il nome Italia. Ulisse, re Italo e re Nilio: da Tiriolo una “geografia simbolica” per la prima Italìa", scrive Luigi Mariano Guzzo, Università di Pisa
Di seguito si pubblica, mantenendone l’impianto orale, il testo della relazione tenuta a Tiriolo, Casa della cultura, il 20 giugno 2026 in occasione della prima edizione della Festa dell’Istmo Prima Italia, promossa dal Comune di Tiriolo e dalla ProLoco Terra dei Feaci. Nell’occasione sono stati dati, tra gli altri, oltre ad un premio a me per la ricerca accademica, un premio alla memoria di mio zio Giuseppe Guzzo (1937-2007), ritirato dal nipote Giuseppe Guzzo: “per aver valorizzato con i suoi saggi e i suoi studi pedagogici il nome Italia”; e un premio alla memoria di mio padre Teobaldo Guzzo (1945-2026), ritirato dalla moglie Rita Ferragina: “per aver valorizzato con la sua attività di giornalista e scrittore il nome Italia”.
Introduzione:
Quando sono stato invitato dal dott. Gigi Puccio e dalla dott.ssa Valentina Paone per intervenire alla Festa dell’Istmo Prima Italia, ideata e promossa con passione e competenza dal giornalista Domenico Lanciano, mi sono detto: che cosa posso dire io? Nonostante questo iniziale interrogativo, ho accolto favorevolmente l’invito, soprattutto in memoria di mio papà Teobaldo. L’interrogativo rimane: un professore di diritto e religione che cosa può dire in un simile contesto? Provo a unire la geografia sacra alla storia delle relazioni umane. Tanto la religione quanto il diritto sono orizzonti di senso simbolico.
Per trovare un punto di congiunzione e offrire un contributo significativo, ho così tentato di rileggere prima l’Odissea e poi le tesi di Wolf, partendo da un assunto: l’Odissea propone un immaginario simbolico di costruzione della realtà. Anche qui, a Tiriolo, infatti, siamo troppo spesso abituati a dire: ma Ulisse è solo una fiaba. Ecco, non è così!
Mito o Fiaba?
Per comprendere appieno la portata di questi studi, occorre richiamare una cronologia “sintetica” dei primi e fondamentali approdi della ricerca di Armin Wolf: ricordiamo il testo del 1968 (pubblicato insieme al fratello), la successiva conferenza tenuta proprio a Tiriolo nel 1975 e, infine, la Conferenza di Berlino del 1979 (quest’ultima pubblicata in lingua italiana nel 1988 in un’edizione a cura di Teobaldo Guzzo). Bisogna, inoltre, fare riferimento al libro di Wolf “Ulisse in Italia” pubblicato in seconda edizione ampliata nel 2021 da Local Genius, grazie alla sensibilità di Massimo Tigani Sava.
Ovviamente, Wolf non è il primo che colloca Ulisse nell’istmo tra i golfi di Sant’Eufemia e di Squillace. Ricordiamo che Cassiodoro nella sua Variae scriveva: «Scyllaceum prima urbium Bruttiorum, Troiae destructor Ulixes legitur condidisse». Per il Senatore, insomma, Ulisse ha fondato Squillace. Ricondurre ad Ulisse la fondazione di Squillace, vuol dire che almeno fino al sesto secolo vi era una tradizione orale che collocava le avventure di Ulisse nell’istmo tra due mari. Inoltre, Tonino Critelli, titolare del ristorante Due Mari di Tiriolo, mi ricorda che la vallata tra Tiriolo e Marcellinara è ricordata dagli anziani del posto come: Ulissia. Dovrebbe trovarsi anche una fontana che viene chiamata nella cultura popolare “la fontana delle fate”.
La memoria collettiva registra la presenza di Ulisse nel territorio. Una presenza “mitica”, sia chiaro. Di fronte a queste suggestioni sorge spontanea una domanda: si tratta di mito o di fiaba? Allo scopo di criticare il tentativo di quanti abbiano provato a rintracciare una corrispondenza tra il viaggio di Ulisse narrato nell’Odissea e la realtà storica e geografica, Albin Lesky precisa che quelle descritte da Omero sarebbero terre fiabesche, situate al di fuori del mondo conosciuto di allora. Di questa critica ne è consapevole anche Wolf. Anzi, i suoi studi partono proprio dal tentativo di smontarla. A mio avviso, il problema è molto semplice: si confonde la fiaba con il mito.
I luoghi di Ulisse non sono “fiabeschi” bensì “mitologici”. Essi non parlano di terre che non esistono; al contrario, parlando di terre che “esistono”, sono ancorati alla realtà. I racconti su queste terre che esistono sono stati sviluppati in funzione di dare un senso, di conferire un senso, di registrare un senso al mondo; a quel mondo “antico”, all’epoca “presente”. Nel libro di Gertrude Slaughter, pubblicato negli USA nel 1939 “Calabria first Italy” e tradotto in italiano grazie all’interessamento di Domenico Lanciano e di Lorenzo Viscido solo 2024, si legge che la «Magna Grecia era già popolata da mitici eroi e da dei nei loro templi» (p. 34). Quello spazio non era affatto un’astrazione fiabesca, ma la sostanza stessa del mito: una geografia sacra e concreta, concepita non per inventare mondi alternativi, ma per ordinare e dare un senso profondo a quello reale. Di conseguenza, mappare il viaggio di Ulisse ha un valore scientifico e culturale profondo perché significa ricostruire la mappa mentale e cognitiva dell'uomo antico.
Quando Wolf identifica i fiumi dell'Istmo di Catanzaro come punti di passaggio fondamentali, ricerca il nucleo di esperienza reale che ha nutrito il mito omerico. Provo ad essere maggiormente esemplificativo: se mappare la Terra di Mezzo in Nuova Zelanda rimane un’attrattiva per turisti, non meno di quella di mappare i luoghi di Harry Potter, mappare l'Odissea nel Mediterraneo, e nello specifico in Calabria, rappresenta il tentativo di comprendere come la storia, la geografia fisica e l’esperienza umana si siano fuse per dare origine a un simbolo universale. L’Odissea non è un racconto fantastico, è il diario di un viaggio che ripercorre le esperienze dei primi colonizzatori greci in territori già abitate da popolazioni illiriche.
Proviamo a rileggere davvero l’Odissea da Tiriolo, e pensiamo: alla nebbia che incontra Odisseo sulla costa e verso la Corte di re Alcinoo, agli ulivi, alle donne che abili nell’arte tessile. Nell’Odissa Ulisse vede la terra dei Feaci come uno scudo in uno “spumeggiante mare”. Per Wolf non c’è dubbio: lo scudo è quello a doppia insenatura semicircolare, che si attesa intorno all’VII-VIII sec. a.C. e che può essere idealmente sovrapposto alla regione compresa tra i golfi di Sant’Eufemia e Squillace. Proviamo a chiudere gli occhi e immaginiamo: rintracceremo una serie di elementi storici, culturali, antropologici e morfologici che richiamo il nostro territorio.
Re Italo e Re Alcinoo
Un altro parallelismo straordinario emerge confrontando re Italo e re Alcinoo. Ci muoviamo ovviamente su tempi cronologici differenti; ma la dimensione del mito è sganciata dall’elemto temporale. Nell’Odissea, Nausica si presenta come : «...figlia del magnanimo Alcinoo, che tra i Feaci regge la forza e il potere» (Libro VI, 196-197). Riflettiamo su quanto scrive Aristotele nella Politica (Libro VII) a proposito di Re Italo, riprendendo quanto “detto dagli eruditi”, ossia con ogni probabilità i frammenti di Antioco di Siracusa (su re Italo è imprescindibile il libro di Ulderico Nisticò pubblicato nel 2024 sulla “Storia politica della Magna Grecia”). Aristotele precisa anche che i due golfi distano “mezza giornata di viaggio”. Mi sembra che ci siano alcune importanti analogie tra le figure dei due sovrani. Un comune “rumore di fondo” che li accompagna.
Re Italo governa l’istmo calabrese tra i due mari, così come Re Alcinoo governa Scheria, dalla quale Odisseo può osservare l’acqua da un lato e dall’altro, con i due porti della terra dei Feaci.
Re Italo pratica i sissizi, non solo pasti comunitari in cui il cibo è condiviso tra tutti, ma veri e propri momenti di coesione sociale (e di giustizia distributiva, diremmo oggi) Parallelamente, la corte di Alcinoo è descritta quasi come un banchetto perenne dove si mangia e si beve vino insieme.
Re Italo è il simbolo di un sovrano che pratica la giustizia, che dà leggi, che rende il popolo da nomade a sedentario, al pari di Re Alcinoo il cui regno viene presentato come un regno di pace, dove l’ospitalità è sacra, secondo il volere di Zeus.A me sembra che gli eruditi della prima Italìa, quando parlavano dei sissizi di re Italo, descrivevano una realtà sociale che ai greci ricordava moltissimo lo stile di vita dei Feaci di Alcinoo. Omero trasforma il materiale già circolante tra gli eruditi e lo trasforma in un’idea mitologica; Antioco, tre secoli dopo, ha attinto alla stessa archeologia della memoria per scriverne la storia. In quest’ottica, dal mio punto di vista, i Feaci di Omero potrebbero rappresentare la trasfigurazione poetica degli Enotri di re Italo, custodi del passaggio strategico nell’istmo dei tra due mari. Quello di Italo era un regno di prosperità e, quindi, di giustizia. Tant’è che, come ci ricorda Strabone nella sua Geografia, per agli altri popoli acquisire il titolo di “italici”, e quindi di “Italia”, con l’espansione romana, era considerato un “onore”, considerato il grado di civiltà dei popoli discendenti dagli Enotri di re Italo: “(...) si può supporre che i primi a chiamarsi Itali, grazie alla loro prosperità, fecero partecipi di questo nome anche i popoli confinanti e continuarono ad estenderlo fino all’epoca della conquista romana. Più tardi poi, dopo che i Romani ebbero concesso il diritto di cittadinanza agli Italici, essi decisero di concedere lo stesso onore anche ai Galli cisalpini e ai Veneti e di chiamare tutti Italici e Romani” (Libro V, I).
La Leggenda di Re Nilio
A Tiriolo poi, il legame tra il mito e la conformazione geografica trova una sponda importante anche nelle tradizioni locali, come la leggenda di Re Nilio (nel 2024 Federica Abiuso ha pubblicato un bellissimo libro illustrato su questa leggenda, disponibile su Amazon). Come scrive Gatti nella sua opera Gli Illiri: “Grotta di Renilio: di Ren-llio. ‘Rren’, in illirico significa radice, ceppo, razza. ‘Illio’ indica la città di Illio: gli Illiri” (p. 245). Questa leggenda potrebbe conservare la memoria della topografia reale, indicando corridoio d'acqua e di terra impiegato per connettere la roccaforte d'altura alla costa: un corridoio strategico che collegava la rocca di Tiriolo al fiume Corace, la via d'acqua che portava dritta al mare. Una leggenda che sembra incastrarsi con la ricostruzione di Wolf sul ritorno di Ulisse.
Wolf sostiene infatti che i Feaci aiutarono Ulisse trasportandolo via terra attraverso l'istmo per farlo ripartire dallo Ionio. Se la reggia di Alcinoo era a Tiriolo, il percorso naturale per scendere verso il porto ionico senza essere visti dai nemici era esattamente quello descritto dalla leggenda di Re Nilio: scendere lungo i fianchi del monte, immettersi nella valle del Corace e seguire il fiume fino al mare.
Una rilettura “culturale” del’archeologia Come sosteneva anche Wolf, l’archeologia si speri che corrobori, con i suoi strumenti, queste tesi. Ovviamente, l’archeologia non potrà mai confermare l’esistenza storica di Ulisse, che rimane un “mito”. Ma può confermare gli elementi di corrispondenza reale di quell’immaginario simbolico che Omero ha tramandato. Certamente i contributi prima di Orsi e più avanti di Giovanna De Sensi danno conto della presenza di un unico popolo che abitava i due Golfi di Sant’Eufemia e Squillace.
Inoltre, una delle critiche principali mossa alle tesi di Wolf riguarda solitamente il mare. Poiché il popolo dei Feaci è descritto come un popolo di navigatori e legato a contesti marittimi, Tiriolo al contrario presenta più le caratteristiche di un paese montano. Non potrebbe essere, da questo punto di vista, la Scherìa descritta da Omero e vissuta da Ulisse. Ma l’archeologia potrebbe dire il contrario: il ritrovamento del cosiddetto Mosaico dei delfini conferma la dimensione “marittima” dell'entroterra dell'istmo. Questa è una mia semplice intuizione. Ma credo che sia importante rileggere le scoperte archeologiche in senso che definirei “culturalmente ampio”.
Quindi, per concludere... Mappare l'Odissea nell'Istmo di Catanzaro, riscoprendo la toponomastica popolare di Ulissia o i corridoi strategici della leggenda di Re Nilio, non significa cavalcare l’onda della fantasia, della fiaba. Al contrario, vuol dire restituire dignità alla memoria collettiva di un popolo che ha forgiato, ed è stato forgiato, da un “immaginario simbolico" che ha contribuito a fondare l'identità dell'Occidente. Un’identità costruita sui valori universali dell’ordine delle leggi civili, del rispetto delle leggi universali (le leggi degli dei), della pace e dell’accoglienza “sacra” dello straniero.
Proposte operative per la valorizzazione del territorio: Mi sembra che sia a che sia anche necessario tradurre queste riflessioni in azioni concrete per la valorizzazione del territorio Richiamo tre proposte avanzate originariamente da mio padre, Teobaldo Guzzo, in un articolo pubblicato su Storicittà nel 2007, e ora inserito nel suo libro “Tiriolo. Ricordi, racconti, emozioni”:
Formalizzare un gemellaggio tra Tiriolo e Itaca; Avviare e promuovere eventi e manifestazioni culturali in funzione del mito di Ulisse e della figura storica di re Italo; Realizzare nel cuore dell’Istmo un monumento in onore di Re Italo. Si tratta proposta che viene avanzata almeno dagli anni Sessanta (con una proposta di legge rimasta nel cassetto...). Per il monumento si è reso disponibile il noto artista e scultore Maurizio Carnevali, che a Tiriolo ha già realizzato il monumento in onore di Ulisse.
A queste tre proposte ne aggiungo una quarta. Tra le carte dell’archivio di mio padre ho trovato una lettera del giornalista Domenico Lanciano. Allegato alla lettera vi è un documento sottoscritto a Copanello il 5 ottobre 1993 a Copanello di Stalletti da Domenico Lanciano, Liberto Gatti, Antonio Gesualdo e Armin Wolf in cui si legge: “i sottoscritti si augurano che il territorio dell’attuale Calabria prende il nome originario di Prima Italia”. Nella stessa lettera ritrovo anche l’adesivo di una “nuova” bandiera italiana proposta dal fotografo Vittorio Conidi, tiriolese di origine, dove il bianco diventa una I (che potrebbe anche rappresentare come un “primo” numero romano”) incastonata tra il rosso e il verde. Devo ammettere che mi sembra irrealistico pensare che oggi la Calabria possa mutare il nome in “prima Italia”. A questo punto mi chiedo: perché non chiamare “prima Italia” (o meglio “prima Italìa”) l’aeroporto internazionale di Lamezia Terme? Su questo nome ci sono diverse proposte che spesso rischiano di apparire come campanilistiche o frammentarie. In realtà, il nome “prima Italia” metterebbe d’accordo tutte le diverse realtà dell’Istmo, e potrebbe amplificare una traccia importante, potente, dell’origine del nome Italia. Ovviamente, lo dico con un pizzico di orgoglio, Tiriolo di questa prima Italia ne potrebbe essere stata davvero la capitale. Tiriolo, prima capitale della prima Italia. Perché no?"
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