
Riceviamo e pubblichiamo la lettera a firma di Nicola A. Priolo, autore del libro "Calabria Grecanica".
"Da trent’anni vivo all’estero, sono regolarmente iscritto all’AIRE e conosco bene cosa significhi mantenere un legame affettivo con la propria terra pur avendo costruito altrove la propria vita.
È un legame che non si spezza, ma che cambia forma: diventa memoria, diventa nostalgia, diventa racconto. Non è più quotidianità, non è più partecipazione diretta, non è più immersione nella vita reale di un territorio. Per questo, quando sento parlare di voto telematico per le elezioni regionali e comunali rivolto ai calabresi residenti all’estero, non riesco a considerarlo un passo avanti.
Anzi, mi sembra un modo per complicare ulteriormente un rapporto già fragile tra chi vive quotidianamente in una regione e chi, come me, questo territorio lo vede ormai da lontano, spesso solo durante le vacanze o in occasione di visite familiari.
La Calabria ha uno dei rapporti più alti d’Italia tra residenti all’estero e aventi diritto al voto: il 22%, contro una media nazionale del 10%. È un dato enorme, che pesa, che incide, e significa che più di un elettore su cinque non vive in Calabria, cifra più o meno pari ai cosiddetti fuori sede. In alcuni comuni, gli iscritti AIRE superano persino i residenti effettivi, creando una distorsione democratica evidente: chi vive altrove, chi non paga tasse locali, chi non usa i servizi, chi non affronta i problemi quotidiani, può comunque determinare la scelta di un sindaco o di un presidente di regione.
E questo, a mio avviso, non è sano per nessuno. Per le elezioni comunali la situazione è ancora più paradossale. La legge prevede che gli iscritti AIRE votino nel comune dell’ultima residenza, un criterio puramente amministrativo che non tiene conto del fatto che quel comune, per molti di noi, non è più nulla: non è casa, non è luogo di lavoro, non è comunità. È solo un ricordo burocratico. Posso essere legato a vita a un comune con cui non ho più alcun rapporto, nessuna casa, nessuna famiglia, nessun interesse reale, eppure posso contribuire a decidere chi lo governerà.
È un cortocircuito democratico, perché il voto dovrebbe essere un atto di responsabilità verso una comunità reale, non un gesto nostalgico verso un luogo che non fa più parte della nostra vita quotidiana. E questo vale anche per le regionali: la regione che ho lasciato trent’anni fa non è quella di oggi, e non posso pretendere di capirla attraverso i social, i racconti estivi o le nostalgie familiari.
La politica regionale richiede conoscenza diretta del territorio, dei servizi, delle dinamiche economiche, dei problemi quotidiani. Chi vive all’estero da decenni non ha più questa conoscenza, e votare senza conoscere significa votare male, e votare male significa danneggiare chi in Calabria ci vive davvero. Spesso si mettono nello stesso calderone i residenti all’estero e i fuorisede, ma sono due mondi completamente diversi. I fuorisede mantengono un legame reale con la Calabria: tornano, hanno una casa, una rete familiare, un radicamento.
Molti pensano di rientrare, o comunque vivono un pendolarismo affettivo. Gli iscritti AIRE da decenni, invece, hanno costruito altrove la propria vita, vivono in un altro sistema politico, economico, culturale. Tornano, quando tornano, da turisti. E un turista non vota. Eppure, paradossalmente, chi vive a centinaia o migliaia di chilometri di distanza può votare, mentre chi vive a duecento chilometri, in un’altra regione italiana, spesso non può farlo.
È una contraddizione che dice molto su come il legislatore concepisce la partecipazione: chi è lontano migliaia di chilometri può votare, chi è fuori sede per studio o lavoro no. Chi vive stabilmente all’estero da decenni può incidere sulle scelte locali, chi studia o lavora in un’altra regione italiana ha difficoltà quasi insormontabili nel poter votare, fattispecie di cui si parla in questi giorni, su un referendum nazionale. È un sistema che non premia il radicamento, non premia la conoscenza del territorio, non premia la partecipazione reale, ma solo l’appartenenza formale. E poi c’è la questione del voto telematico. Si dice che serva a facilitare la partecipazione, ma partecipazione a cosa?
Se la domanda è “come faccio a votare più facilmente in un luogo dove non vivo più?”, allora la risposta dovrebbe essere “forse non dovresti votare”. Il voto postale esiste già, è semplice, sicuro, alla portata di tutti, e lo utilizziamo per il referendum e per le elezioni politiche. Se davvero si vuole estendere la partecipazione, perché non adottare lo stesso sistema anche per le regionali e le comunali? Perché inventarsi un voto telematico, con tutte le complessità, i rischi, le vulnerabilità che comporta, quando abbiamo già uno strumento collaudato, comprensibile, accessibile anche agli anziani, e che funziona da anni? Il voto telematico non risolve un problema reale, ma risolve un problema politico: quello di ampliare un bacino elettorale che può essere influenzato, mobilitato, orientato. E questo, in una regione fragile come la Calabria, è un rischio enorme.
E qui si apre un altro paradosso tutto italiano: per il prossimo referendum potranno votare gli italiani temporaneamente all’estero, per un periodo definito e per motivi ben precisi stabiliti dalla legge, ma non potranno votare gli italiani fuori sede in Italia. È una contraddizione che mette in luce un sistema che non ha ancora trovato un equilibrio tra diritto di voto e responsabilità civica. Se davvero si vuole modernizzare il voto, perché non partire da chi vive in Italia ma lontano dal proprio comune di residenza? Perché non permettere a studenti, lavoratori, persone in mobilità interna di votare per posta o in seggi speciali? Perché introdurre il voto telematico per chi è lontano da decenni, quando non si riesce nemmeno a garantire un voto semplice e accessibile a chi è lontano solo temporaneamente?
E poi c’è un altro aspetto, che conosco per esperienza diretta. Molti anni fa, prima dell’introduzione del voto postale, sono stato presidente di seggio al consolato. Ricordo bene le file, le persone, le storie che si portavano dietro. Ricordo gli elettori con doppia nazionalità che venivano a votare per le europee e che dovevo rimandare indietro, perché in Belgio il voto è ancora obbligatorio e non potevano votare due volte. Ricordo persone che parlavano un italiano stentato, e gli anziani che parlavano solo il dialetto del loro paese d’origine, un dialetto che spesso non era nemmeno più parlato nel paese stesso. Ricordo persone arrivate negli anni Cinquanta, nel dopoguerra, che erano rimaste all’Italia uscita dal ventennio, come se il tempo si fosse fermato. Per loro l’Italia era un ricordo immobile, un’immagine congelata, un Paese che non esiste più. Eppure votavano per decidere il futuro di un’Italia che non conoscevano più, di una Calabria che non avevano più visto da decenni. E poi c’è il tema della seconda generazione, iscritti all’AIRE senza aver mai vissuto nel luogo di origine dei genitori o del genitore. Ragazzi e ragazze nati e cresciuti all’estero, che parlano poco o nulla l’italiano, che non hanno alcun legame reale con il comune in cui risultano iscritti. Eppure, formalmente, hanno diritto di voto.
È un tema delicatissimo, perché tocca l’identità, la memoria, l’appartenenza, ma anche la responsabilità. Che senso ha che una persona che non ha mai vissuto in Calabria, che non conosce il territorio, che non ha alcuna esperienza diretta della vita locale, possa contribuire a scegliere un sindaco o un presidente di regione? È un diritto o è un errore del sistema? È inclusione o è una forma di distorsione democratica? Tutte queste esperienze, tutte queste scene, tutte queste contraddizioni mostrano quanto il tema sia complesso. Non si può ridurre tutto a uno slogan sulla modernizzazione o sulla partecipazione. Il voto non è un ricordo, non è un legame sentimentale, non è un diritto astratto.
È un impegno verso una comunità reale. E una comunità, per essere tale, deve essere vissuta, non solo ricordata. Io, da residente all’estero da trent’anni, lo dico con chiarezza: non è giusto che io voti per decidere il futuro di un territorio che non vivo più. È una questione di etica, di responsabilità, di rispetto verso chi in Calabria ci vive davvero.
Se vogliamo davvero migliorare la partecipazione democratica, dobbiamo partire da qui: dal riconoscere che il voto locale deve appartenere a chi vive il territorio, a chi ne conosce i problemi, a chi ne subisce le conseguenze. Tutto il resto rischia di essere una forma di nostalgia istituzionalizzata, che non aiuta nessuno e che, anzi, può fare danni profondi".
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