
Il titolo racchiude una verità scomoda: il cosiddetto “cambio di passo” nel welfare calabrese annunciato dall’Assessore regionale alle Politiche sociali e al Welfare, Pasqualina Straface, rischia di restare una resa dei conti a parole, più utile ai comunicati stampa che alla trasformazione concreta delle politiche sociali.
I dati ufficiali sullo stato delle risorse e della spesa sociale confermano ciò che molti operatori temono da tempo: la programmazione non solo non ha funzionato, ma è stata largamente incapace di mettere al centro i bisogni reali delle persone fragili.
Secondo le cifre pubblicate dalla Regione:
• circa 191 milioni di euro destinati ai fondi per Povertà e Non Autosufficienza con una rendicontazione media ferma al 23%;
• 146,9 milioni del Fondo Povertà (2018–2023) spesi per il 23,46%;
• Fondo per la Non Autosufficienza (2019–2022) con una spesa media regionale del 23,2%, accompagnata da forti squilibri territoriali.
Numeri che fotografano un fallimento strutturale della programmazione sociale, non un semplice ritardo amministrativo.
L’attuale assessore Straface appartiene alla stessa area politica di chi ha guidato in questi anni la Regione e la delega alle politiche sociali. La continuità politica rende impossibile considerare questa retorica della “svolta” come un distacco netto dal passato: si tratta, piuttosto, di un tentativo di riposizionamento comunicativo, dove si bacchettano errori e ritardi — anche riconducibili a periodi di governo interno allo stesso schieramento politico — ma poi si cerca consenso con gli stessi interlocutori.
Ancor più rivelatrice è la dinamica comunicativa adottata dall’Assessore: nella stessa serie di incontri con gli Ambiti territoriali sociali ha alternato richiami severi alla qualità della programmazione e alla rendicontazione a elogî sperticati verso gli stessi territori criticati poco prima.
In realtà, più che un’azione concreta di cambiamento, questo sembra essere stato un tentativo di accreditarsi e di farsi conoscere, senza probabilmente comprendere la potenza negativa delle parole espresse nei confronti di chi l’ha preceduta.
Il risultato è apparso a molti osservatori come una resa dei conti politica interna, condotta con scarsa sensibilità e considerazione verso i sindaci e i territori, trasformando un confronto istituzionale in un rituale di “bacchettate” seguite subito da elogi celebrativi, più utile a rassicurare e accontentare che a cambiare davvero le cose.
I Comuni e gli Ambiti territoriali sociali non sono meri terminali contabili, chiamati a spendere e rendicontare. Eppure, per anni sono stati trattati proprio come tali, in una logica dove la “performance contabile” ha spesso prevalso sulla capacità di incidere realmente sui bisogni delle persone più vulnerabili.
Va riconosciuto che i funzionari pubblici hanno lavorato duramente, spesso supplendo alle carenze politiche. Ma senza un indirizzo politico chiaro, coerente e realmente orientato ai bisogni dei più fragili, anche il lavoro migliore resta parziale. La tecnica non può sostituire la politica.
Ed è proprio qui che entra in gioco la parola d’ordine che deve guidare il welfare calabrese: discontinuità.
Non discontinuità intesa come slogan, né come contrapposizione sterile alle passate gestioni.
Ma discontinuità vera, cioè una rottura netta con la logica contabile che ha prevalso finora, e la costruzione di una visione che:
• metta finalmente al centro le persone e le loro fragilità reali;
• ricolleghi la programmazione alle esigenze sociali concrete e non ai soli meccanismi amministrativi;
• renda misurabile l’impatto dei servizi sulla vita dei cittadini.
Fino a quando la politica regionale continuerà a misurare il proprio successo con l’efficacia dei comunicati e non con l’efficacia dei servizi per i più fragili, il rischio è che il “cambio di passo” resti esattamente ciò che il titolo denuncia: il fallimento della programmazione mascherato da resa dei conti a parole, utile a una narrazione politica interna ma irrilevante per chi ogni giorno affronta povertà, non autosufficienza e marginalità sociale.
La Calabria merita un welfare che funzioni davvero. E la discontinuità è la sola via possibile per arrivarci".
Lo si legge in una nota di Luigi Tassone, già Consigliere regionale della Calabria e Dirigente regionale del Partito Democratico.
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